I tagli alle pensioni sono legittimi. Ecco perché

Simone Micocci

18 Aprile 2026 - 09:30

I tagli alla rivalutazione hanno tolto molti soldi ai pensionati. Ma i giudici sono d’accordo con il governo Meloni.

I tagli alle pensioni sono legittimi. Ecco perché

Se ne è parlato molto dei tagli alle pensioni, soprattutto negli anni scorsi quando il governo Meloni, seguendo l’esempio dei suoi predecessori, ha modificato le regole di rivalutazione per fare cassa.

Per chi ancora non lo sapesse, quando si parla di rivalutazione si fa riferimento al meccanismo che adegua gli importi delle pensioni all’inflazione registrata negli ultimi 12 mesi, così da mantenere invariato il potere d’acquisto dell’assegno. Il sistema originario prevede una rivalutazione piena, pari al 100% del tasso di inflazione accertato, per la parte di pensione che non supera quattro volte il trattamento minimo; tra quattro e cinque volte, invece, la rivalutazione è al 90%, mentre sopra le cinque volte scende al 75%.

Nel corso degli anni, però, questo meccanismo è stato più volte ridotto: da ultimo il governo Meloni che, prima nel 2023 e poi nel 2024, ha introdotto un sistema con più fasce, riconoscendo importi inferiori ai pensionati rispetto a quelli che sarebbero spettati con le regole precedenti.

Una scelta che ha portato i sindacati a presentare ricorso alla Corte costituzionale, denunciando una possibile violazione dei principi costituzionali. Di diverso avviso, però, la Consulta che, nella sentenza depositata il 17 aprile 2026, ha spiegato le ragioni per cui il taglio alla rivalutazione deve essere considerato legittimo.

Di quanto sono state tagliate le pensioni?

Per capire quanto si è perso bisogna guardare agli effetti cumulati delle rivalutazioni applicate nel 2023 e nel 2024, quando il governo Meloni ha modificato il meccanismo introducendo più fasce e percentuali ridotte, applicate sull’intero importo della pensione.

Rispetto al sistema originario previsto dalla legge n. 448 del 1998 - che come anticipato applica la rivalutazione per scaglioni (100%, 90% e 75%) solo sulle diverse quote dell’assegno - il nuovo metodo ha inciso soprattutto sulle pensioni sopra le 4 volte il trattamento minimo, in quanto si è passati a un sistema a sei fasce con percentuali più basse e, soprattutto, applicate sull’intero importo della pensione. È questo secondo elemento a fare davvero la differenza.

Nel dettaglio, nel 2023 (inflazione all’8,1%) e nel 2024 (5,4%) le percentuali sono state ridotte fino al 32% e poi al 22% per gli assegni più alti, contro il 75% previsto dal sistema originario.

Ma quanto si traduce tutto questo in euro?

Su una pensione di 2.500 euro, quindi appena sopra la soglia, la differenza resta contenuta: con il meccanismo ordinario l’assegno sarebbe arrivato a 2.827,89 euro nel 2024, mentre con le regole effettivamente applicate si è fermato a circa 2.795 euro. Parliamo di circa 32 euro in meno al mese, una perdita limitata ma ormai strutturale anche per gli anni successivi.

Il divario cresce però rapidamente al salire dell’importo. Una pensione da 3.000 euro, ad esempio, arrivò a circa 3.218 euro, mentre con la rivalutazione piena sarebbe arrivata a oltre 3.397 euro: quasi 179 euro in meno ogni mese, che nel tempo diventano oltre 2.000 euro l’anno.

Ancora più marcato l’effetto sulle pensioni più alte. Un assegno da 3.500 euro, infatti, a seguito delle rivalutazioni si è attestato intorno ai 3.725 euro, mentre senza i tagli avrebbe sfiorato i 3.950 euro. La differenza supera quindi i 220 euro mensili, cioè oltre 2.600 euro l’anno.

Perché il taglio è legittimo secondo la Corte Costituzionale

Alla luce di quanto visto, con perdite che arrivano anche a oltre 200 euro al mese per gli assegni più alti, il punto diventa capire perché questi interventi siano stati comunque ritenuti legittimi.

La risposta arriva dalla Corte costituzionale che, nella sentenza depositata il 17 aprile, ha dato ragione al legislatore. Secondo la Consulta, infatti, la rivalutazione delle pensioni non è un diritto intoccabile nella sua misura piena, ma un meccanismo che può essere rimodulato nel tempo in base alle esigenze di finanza pubblica. In altre parole, il fatto che alcuni pensionati abbiano ricevuto aumenti più bassi non è di per sé incostituzionale. Ciò che conta è che l’intervento rispetti criteri di ragionevolezza e proporzionalità.

Ed è proprio su questo che si basa la decisione dei giudici, secondo i quali il taglio alla rivalutazione non è stato uniforme per tutti, ma ha inciso soprattutto sugli assegni medio-alti, lasciando invece pienamente tutelate le pensioni fino a 4 volte il trattamento minimo. Una scelta che, secondo la Corte, garantisce un equilibrio tra la tutela del potere d’acquisto e la necessità di contenere la spesa pubblica.

Inoltre, non si è trattato di un blocco totale della rivalutazione, ma di una sua riduzione. Le pensioni hanno comunque continuato ad aumentare, anche se meno rispetto al sistema originario, ponendo così una distinzione rilevante tra il caso attuale e precedenti interventi più drastici, che invece avevano sollevato maggiori criticità.

Infine, la Consulta ha richiamato il principio secondo cui spetta al legislatore decidere come distribuire le risorse disponibili, soprattutto in una fase segnata da inflazione elevata e pressione sui conti dello Stato. Per questo motivo, anche se il taglio ha prodotto effetti più o meno importanti sugli importi è stato considerato compatibile con i principi costituzionali.

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