Stiamo bruciando le ultime gocce di petrolio del pianeta e il mercato fa finta di niente

Guido Giaume

08/06/2026

Da 118 a meno di 95 dollari mentre Hormuz è chiuso: chi sta mentendo al mercato?

Stiamo bruciando le ultime gocce di petrolio del pianeta e il mercato fa finta di niente

Il 28 febbraio una fregata iraniana ha fermato una petroliera battente bandiera delle Isole Marshall nel canale centrale dello Stretto di Hormuz. Nei giorni successivi altre sette navi hanno ricevuto lo stesso trattamento. Da allora lo Stretto è rimasto chiuso — non per accordo, non per trattato, ma per accumulo di rischio assicurativo: nessun operatore ha voluto pagare il premio per far passare un carico.

Attraverso Hormuz transitavano ogni giorno circa 17 milioni di barili. Tredici per cento dell’offerta mondiale. Il 28 febbraio quella quantità ha smesso di muoversi.

Nei tre mesi successivi i governi e le compagnie hanno attinto alle scorte commerciali e alle riserve strategiche a un ritmo che non ha precedenti. A marzo il calo globale è stato di 5,27 milioni di barili al giorno. Ad aprile 8,62 milioni. A maggio il numero si avvicina a 9 milioni. A giugno, con la domanda estiva, potrebbe superare gli 11 milioni — equivalente alla produzione pre-guerra dell’Arabia Saudita.

Le scorte totali degli Stati Uniti, inclusa la Riserva Strategica, sono scese a 1,5 miliardi di barili. Il livello più basso dal 2004. A Cushing, Oklahoma — il punto di consegna fisico dei futures WTI — i serbatoi contengono oggi 22,4 milioni di barili. Sotto i 20 milioni il nodo di distribuzione smette di funzionare in modo fluido. Non è una soglia teorica: è la quantità minima che permette alle pompe di aspirare.
Eppure il Brent quota sotto i 95 dollari al barile. A marzo aveva toccato 118 dollari. Da allora è sceso di oltre il 20 per cento, mentre Hormuz restava chiuso, le scorte continuano a calare e nessun accordo viene firmato.

Scorte settimanali Scorte settimanali Fonte: EIA

La ragione, o almeno la ragione dichiarata dagli operatori, è che Trump ha ripetuto più volte nelle ultime settimane che un accordo con Teheran è imminente. I prezzi si sono mossi su quelle parole. Non su petroliere che riprendono a navigare, non su assicuratori che abbassano i premi, non su cargo che sbarcano nei terminal europei e asiatici. Su parole.

Nel frattempo la Cina ha ridotto le importazioni a 6,36 milioni di barili al giorno a maggio — il livello più basso in quasi un decennio. Quella riduzione ha allentato la competizione per i carichi disponibili, contribuendo a tenere i prezzi bassi. Ma la Cina non pubblica dati di consumo in tempo reale. Non si sa se i raffinatori cinesi abbiano attinto alle proprie scorte commerciali o se Pechino abbia già cominciato a usare le riserve strategiche — che esistono, sono enormi, e non vengono comunicate.

Se le riserve cinesi si stanno svuotando insieme a quelle americane, l’offerta reale è più stretta di quanto i prezzi suggeriscano. Se invece la domanda cinese si è contratta, il calo degli import è un segnale di recessione, non di adattamento.
Le due ipotesi portano in direzioni opposte. Il mercato non sa quale delle due è vera.
Da Hormuz, intanto, arrivano segnali che alcuni carichi escono attraverso canali non dichiarati — rotte alternative, transponder spenti, intermediari opachi. Sono soluzioni che tengono in piedi operatori sotto pressione, non catene logistiche progettate per durare.

La domanda che i mercati sembrano stare facendo è: quando si riaprirà Hormuz? Ma quella domanda presuppone che il problema sia il passaggio fisico delle navi. Se i serbatoi di Cushing scendono sotto la soglia operativa prima che un accordo venga firmato, o se le scorte cinesi sono già al limite, la riapertura dello Stretto non risolve nulla in tempi utili.
La domanda non è quando riaprirà Hormuz. È quante settimane mancano al momento in cui i prezzi smettono di rispondere alle parole.