Starmer tradisce l’Europa. La Gran Bretagna riapre le porte al diesel e kerosene russo

Roberto Vivaldelli

26/05/2026

L’Europa litiga sulle sanzioni mentre Spagna e Gran Bretagna fanno il pieno di energia russa

Starmer tradisce l’Europa. La Gran Bretagna riapre le porte al diesel e kerosene russo

Ebbene sì. La Gran Bretagna, nemica giurata della Russia di Putin, ha allenato le sanzioni verso la Russia, provocando l’ennesimo cortocircuito nel Vecchio Continente. Com’è possibile che gli inglesi, che hanno notoriamente un pessimo rapporto con la Federazione russa, siano giunti a tale conclusione?

La cara e vecchia realpolitk. Il governo britannico ha infatti deciso di allentare le proprie sanzioni sull’importazione di kerosene, diesel e GNL di origine russa, a condizione che i prodotti siano stati raffinati in Paesi terzi come l’India. La misura, entrata in vigorenei giorni scorsi, ha colto di sorpresa la Commissione Europea, che non era stata informata durante i recenti vertici dei ministri delle Finanze del G7.

Starmer sceglie la realpolitk e si fa beffe dell’Europa

“È stato davvero inaspettato”, ha ammesso il commissario europeo per l’Economia, il falco pro-rigore Valdis Dombrovskis, sottolineando che “non è questo il momento di ridurre la pressione sulla Russia”. Bruxelles, lo scorso estate, aveva invece rafforzato il divieto di importazione di prodotti petroliferi raffinati da greggio russo in Paesi terzi, una linea che aveva già suscitato le proteste di Nuova Delhi, accusata di “doppi standard”. Ma il governo laburista di Keir Starmer ha giustificato la retromarcia con argomenti esplicitamente economici: “Proteggere gli interessi nazionali del Regno Unito”. Secondo fonti di mercato citate da Bloomberg, il paese si trova ad affrontare un’impennata dei prezzi dei carburanti e una contrazione delle scorte di diesel e kerosene che a maggio potrebbero toccare il minimo dal 2023.

Le contraddizioni dell’Europa, in Spagna boom di gas russo

Il caso mette in luce l’ennesima contraddizione del sistema di sanzioni occidentali contro Mosca: mentre l’UE e gli Stati Uniti bloccano i prodotti finiti dalla Russia, il greggio russo continua a essere lavorato in raffinerie indiane e cinesi, per poi rientrare in Europa e nel Regno Unito come diesel o benzina “made in Asia”. La mossa di Starmer rappresenta un riconoscimento pragmatico della realtà dei flussi energetici globali e della dipendenza strutturale occidentale dai carburanti raffinati. Solo l’Europa sembra voler ignorare questo dato di fatto. Almeno a parole. Perché, in realtà, secondo una recente analisi del think tank finlandese Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), ripresa dalla Berliner Zeitung, l’Europa non solo non ha diminuito la dipendenza dal gas russo, ma in alcuni settori sta addirittura accelerando gli acquisti. A guidare questa contro-tendenza è la Spagna, diventata il primo importatore europeo di gas naturale liquefatto del Cremlino.

Lo scorso marzo, le importazioni di LNG russo in Spagna sono letteralmente esplose, registrando un incremento del 124% rispetto a febbraio. Un balzo che vale circa 355 milioni di euro di acquisti in un solo mese. A fare da traino è stato soprattutto il terminale di Bilbao, infrastruttura storica del settore energetico iberico. Ma l’elemento più significativo è la riattivazione dell’impianto di Sagunto (Valencia), che ha ricominciato a ricevere carichi russi per la prima volta da agosto 2024, interrompendo un silenzio durato oltre sei mesi. Con questi numeri, Madrid ha ufficialmente scavalcato Parigi, diventando il principale punto di ingresso del gas liquefatto russo nel continente.

La debolezza strutturale del Regno Unito

Tornando a Keir Starmer, il premier ha dovuto fare i conti con la realtà, che non è particolarmente rosea per il Regno Unito. Secondo la BBC, infatti, Londra è particolarmente vulnerabile rispetto ad altri Paesi europei: è un netto importatore di diesel e jet fuel, con raffinerie ridotte e scorte strategiche limitate.

I prezzi alla pompa hanno già subito forti rialzi (diesel oltre 185 pence/litro a metà maggio, con aumenti record mensili di decine di pence). I futures sul gasolio mostrano tensione elevata. Senza interventi, le scorte di diesel rischiavano di toccare i minimi dal 2023 (o peggio) entro maggio-giugno, con possibili razionamenti nel trasporto stradale, logistica e aviazione. Il jet fuel, essenziale per i voli estivi, è sotto pressione simile. L’aumento dei costi energetici si trasmette rapidamente a tutta la filiera. Trasporti e logistica (che usano massicciamente diesel) rappresentano una quota significativa dei costi operativi per imprese, supermercati e agricoltura. Un rincaro prolungato rischia di alimentare l’inflazione (già prevista in rialzo oltre il 5% nel 2026 per effetto della crisi mediorientale), erodere il potere d’acquisto delle famiglie e frenare la crescita.

E così, nonostante la riduzione della dipendenza diretta da Mosca, il greggio russo continua a fluire verso raffinerie indiane e turche. Bloccare questi flussi avrebbe ridotto ulteriormente l’offerta disponibile per il Regno Unito, aggravando pericolosamente la dipendenza da fonti alternative più costose o lontane. Meglio dunque ingoiare un boccone amaro e fare i conti con la realtà.