Stablecoin come depositi bancari: la rivoluzione silenziosa del sistema finanziario USA

Redazione Crypto

11 Giugno 2025 - 06:29

Con l’avanzata dei stablecoin, le banche tradizionali tentano un contrattacco. Intanto il Congresso USA spinge per un quadro normativo che trasforma i token in depositi bancari.

Stablecoin come depositi bancari: la rivoluzione silenziosa del sistema finanziario USA

Il dibattito su cosa sia davvero uno stablecoin si è fatto più acceso negli ultimi mesi, ma la realtà è sorprendentemente semplice: se versi denaro a un’entità che lo investe e in cambio ricevi qualcosa che puoi riscattare in qualsiasi momento al valore nominale, allora sei un depositante e l’entità è una banca.

Poco importa se quella “cosa” è un token digitale usato nel mercato crypto, in un’app di pagamenti transfrontalieri o persino per acquistare una gomma da masticare: funziona come un deposito, e per questo va trattata come tale.

Con questo principio in mente, diventano più comprensibili due notizie recenti che stanno riscrivendo l’architettura finanziaria statunitense. Da un lato, le principali banche americane stanno valutando la creazione di uno stablecoin congiunto per restare competitive di fronte alla crescente adozione di valute digitali private. Dall’altro, il Congresso degli Stati Uniti ha dato un primo via libera al Genius Act (Guiding and Establishing National Innovation for US Stablecoins), un disegno di legge che prevede una regolamentazione “light-touch” per questi nuovi strumenti finanziari.

Il cuore del Genius Act è chiaro: se uno stablecoin deve essere accettato come forma legittima di pagamento, deve avere dietro riserve solide e verificabili. Per questo il testo prevede che ogni token sia coperto 1:1 da asset come dollari USA, riserve della banca centrale, depositi a vista in banche assicurate, titoli di Stato a breve scadenza o fondi monetari che investono in quegli stessi strumenti. In più, sono richieste verifiche mensili sulle riserve e audit annuali per gli emittenti con più di 50 miliardi di dollari in circolazione.

Ma c’è un elemento sorprendente: il legislatore precisa che lo stablecoin “non è un deposito” e che “non offre interessi”. Apparente contraddizione? Non proprio. Da un lato, si cerca di evitare l’instabilità che deriva da corse al rendimento. Dall’altro, si concede alle aziende crypto la possibilità di operare come banche, senza però dover remunerare i clienti.

L’illusione che gli stablecoin siano strumenti stabili è già stata messa alla prova. Il caso USDC di Circle nel 2023 è emblematico: 3,3 miliardi di dollari di riserve erano depositati presso Silicon Valley Bank, fallita improvvisamente. Senza l’intervento del governo, i possessori di USDC avrebbero perso tutto. Questo dimostra che se una banca è soggetta a corse agli sportelli, lo stesso vale per una stablecoin che si basa su di essa.

Steven Kelly della Yale School of Management propone una soluzione drastica: limitare le riserve solo ai titoli di Stato USA. Ma ciò trasformerebbe gli stablecoin in una sorta di fondo monetario governativo, con implicazioni complesse per la loro liquidità e per la capacità del Tesoro di rispondere alla domanda.

Di fronte a questi dilemmi, le banche tradizionali iniziano a vedere una via d’uscita: adottare la logica della blockchain per tokenizzare i depositi esistenti. Un’innovazione che consentirebbe di ottenere i benefici in termini di velocità e trasparenza, senza dover passare da un’“intermediazione criptata”.

Il futuro potrebbe così riservare una nuova dicotomia: da un lato, stablecoin usati per pagamenti reali e regolati come mini-banche. Dall’altro, stablecoin lasciati al ruolo originario: gettoni per il casinò del trading crypto.