Sta per nascere una nuova Europa, ma nessuno ne parla

Alessandro Nuzzo

31 Gennaio 2026 - 15:01

Ai 6 Stati più potenti inizia a stare stretta l’Ue a 27 Paesi membri. Sta per essere ridisegnata una nuova mappa del Vecchio Continente.

Sta per nascere una nuova Europa, ma nessuno ne parla

L’idea non è nuova, risale a circa trent’anni fa, ma in questo periodo sta tornando a raccogliere consensi. Nei Paesi più ricchi e influenti dell’Unione Europea cresce la sensazione che un’Unione composta da 27 Stati membri sia diventata troppo pesante da gestire. La macchina burocratica appare sempre più ingarbugliata e il requisito dell’unanimità sulle decisioni principali non sembra più compatibile con la velocità brutale dei cambiamenti globali.

Da qui torna a circolare con forza il progetto del cosiddetto E6, un gruppo ristretto di Paesi europei uniti da interessi e obiettivi comuni. I sei Stati coinvolti sarebbero Germania, Francia, Polonia, Spagna, Italia e Paesi Bassi.

A rilanciare la proposta è stata la Germania, sotto la regia del ministro delle Finanze Lars Klingbeil, che lo scorso 28 gennaio ha invitato i Paesi dell’E6 a partecipare a una videoconferenza. L’obiettivo sarebbe quello di ridisegnare una nuova mappa del Vecchio Continente, dove alcuni Paesi viaggiano in prima classe mentre altri restano inevitabilmente più indietro.

Una nuova mini Europa unita da obiettivi comuni

Il piano di Klingbeil si articolerebbe su quattro punti principali. Il primo riguarda l’unione su risparmio e investimenti, con la creazione di un fronte comune tra gli Stati più forti per rafforzare i mercati dei capitali europei e permettere alle start-up del continente di competere con quelle nate nella Silicon Valley americana. Il secondo punto punta a rafforzare l’euro, non più solo come moneta di pagamento, ma come vero strumento geopolitico, anche attraverso lo sviluppo di un’infrastruttura europea dei pagamenti, come l’euro digitale, indipendente dai grandi circuiti internazionali di origine statunitense come Mastercard e Visa.

Il terzo pilastro riguarda la difesa: la corsa agli armamenti non viene più considerata soltanto una spesa, ma un settore strategico capace di trainare l’economia europea. Infine, il quarto punto riguarda la sicurezza delle materie prime, con l’obiettivo di difendere le risorse del sottosuolo europeo dalla competizione aggressiva di colossi come Cina e Stati Uniti.

Già alla fine degli anni Ottanta si era iniziato a discutere di un nucleo ristretto di Stati europei ideologicamente affini, ma l’idea non ebbe seguito. Oggi, però, in un contesto di crisi finanziaria globale e competizione internazionale sempre più dura, il concetto di un’Europa a due velocità torna a farsi strada, con i Paesi più forti intenzionati a procedere più rapidamente rispetto a quelli più fragili.

Con la creazione dell’E6, i Paesi più potenti avrebbero la possibilità di perseguire i propri interessi in modo più efficace, senza la zavorra decisionale degli altri 21 membri che spesso rallentano i processi.

Naturalmente, non mancano le opposizioni, soprattutto da parte dei Paesi dell’Est Europa. Il primo ministro lituano, ad esempio, ha espresso una posizione netta, avvertendo che dividere l’Unione rischia di far svanire progressivamente il senso di unità.

La scelta comporta quindi rischi evidenti. Un’Europa compatta a 27 Stati appare più forte nel confronto con potenze globali come Stati Uniti e Cina, mentre una frammentazione potrebbe renderla più fragile. L’iniziativa tedesca, sostenuta dalla Francia e dagli altri Paesi coinvolti, viene vista come un tentativo di adattamento a un mondo che corre veloce e non aspetta, ma potrebbe anche innescare un’ondata di euroscetticismo tra gli Stati esclusi. Rafforzare l’Europa è necessario, ma smantellare l’Unione così come è stata costruita potrebbe non essere la soluzione migliore.

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