Spread ai minimi dal 2008, ma il vero problema dei BTP è un altro

Tommaso Scarpellini

12 Gennaio 2026 - 18:16

Spread ai minimi, fiducia ai massimi. Ma sotto la superficie del debito italiano qualcosa si sta muovendo in direzione opposta. E non è ciò che appare.

Spread ai minimi dal 2008, ma il vero problema dei BTP è un altro

Tutti parlano dello spread sotto quota 70 come se fosse la prova definitiva che il peggio è passato. Titoli entusiasti, politici rassicuranti, investitori tranquilli. Ma se ti dicessi che proprio mentre lo spread festeggia, il rischio sui BTP sta cambiando forma , diventando meno visibile?

Perché il problema oggi non è più lo spread. È qualcosa di molto più silenzioso. E molto più pericoloso.

Lo spread è una fotografia, non il film

Lo spread BTP Bund misura una cosa precisa. La differenza tra i rendimenti dei btp a 10 anni e i 10 anni tedeschi. Questo è un indicatore di rischio relativo, ma sicuramente non assoluto. Dice quanto il mercato chiede in più per prestare all’Italia rispetto alla Germania, non quanto costa davvero il debito italiano in termini reali.

Uno spread basso può convivere perfettamente con tassi elevati. Ed è quello che sta accadendo oggi.

Il decennale italiano rende ancora intorno al 3,5%. È meno dei picchi del 2022 e 2023, ma resta molto più alto rispetto all’era dei tassi zero, quando il costo medio di finanziamento dello Stato viaggiava vicino all’1%.

Il mercato quindi sta dicendo una cosa sottile ma chiara. L’Italia non è percepita come più rischiosa della Germania rispetto a prima. Ma il denaro in generale è diventato strutturalmente più caro, cambiando radicalmente la dinamica del debito.

Spread basso ≠ costo del debito basso

Il vero indicatore che conta per la sostenibilità del debito non è il differenziale, ma il livello dei rendimenti a cui lo Stato rifinanzia le scadenze. Ed è qui che emergono i numeri che raramente finiscono nei titoli dei giornali.
Nel solo 2026 dovranno essere rifinanziati circa 385 miliardi di BTP.

Questo significa che una quota enorme del debito italiano verrà progressivamente rinnovata a tassi ben più alti rispetto al decennio precedente. Anche se lo spread resta basso, l’onere per interessi tende a salire in modo meccanico, perché la curva dei rendimenti oggi è posizionata su livelli superiori a quelli del periodo pre 2022.

Il rischio quindi non è più la crisi improvvisa da attacco speculativo. È l’erosione lenta ma costante dei conti pubblici attraverso un costo medio del capitale strutturalmente più elevato.
È un rischio di tipo non più episodico, bensì dinamico. Ed è molto più difficile da comunicare politicamente, perché non si manifesta con uno shock, ma con una deriva.

La vera novità è chi compra i BTP

C’è però un elemento ancora più profondo, ed è quello che rende il quadro davvero delicato.
Oggi circa l’80% delle nuove emissioni di BTP è assorbito da investitori esteri. Non più prevalentemente da famiglie italiane, banche domestiche o dalla BCE attraverso programmi di acquisto straordinari, ma da fondi globali, gestori obbligazionari internazionali, assicurazioni estere, desk macro che allocano capitale in base a modelli quantitativi e vincoli di portafoglio.
Questo rappresenta un cambio strutturale nel finanziamento del debito italiano.

Il debito non è più ancorato a una base di risparmio nazionale stabile, con orizzonte di lungo periodo e bassa propensione al trading. È sempre più nelle mani di capitali mobili, sensibili al ciclo globale dei tassi, al rischio politico, alla volatilità valutaria e alle condizioni di liquidità internazionale.

In altre parole, il rischio oggi non è più concentrato nello spread, ma nella composizione della domanda.

Il rischio di rifinanziamento e il fattore comportamento

Quando una quota crescente del debito è detenuta da investitori esteri, entrano in gioco dinamiche tipiche dei mercati globali del fixed income.

  • La duration effettiva del portafoglio diventa più corta.
  • La propensione a ruotare rapidamente le posizioni aumenta.
  • La sensibilità ai movimenti dei tassi reali USA, al dollaro e al ciclo della Federal Reserve diventa determinante anche per i BTP.

Questo significa che la stabilità apparente può trasformarsi in instabilità molto rapidamente, non per un deterioramento immediato dei fondamentali italiani, ma per un cambiamento nel regime di rischio globale.
In quel caso, la compressione dello spread che oggi rassicura diventerebbe irrilevante. Perché la variabile dominante non sarebbe più il differenziale, ma il comportamento coordinato dei flussi.

Il paradosso della tranquillità

Il mercato oggi sta prezzando uno scenario di stabilità politica europea, gradualità monetaria, controllo dell’inflazione e crescita moderata. In questo contesto, i BTP appaiono attraenti in termini di carry e rendimento reale rispetto ai Bund. Ed è proprio questa attrattività che ha favorito l’ingresso massiccio di capitali esteri.

Il paradosso è che la stessa dinamica che comprime lo spread rende il sistema più sensibile ai cambi di regime.
Quando il finanziamento è domestico, la stabilità è spesso maggiore ma il costo può essere più alto in termini di fiducia.
Quando il finanziamento è globale, il costo può essere più basso ma la volatilità potenziale è superiore.
Il rischio si sposta dal prezzo alla struttura. Dalla misura visibile alla fragilità nascosta.

Festeggiare lo spread basso è comprensibile.
Dopo anni di tensioni, vedere il differenziale ai minimi storici rassicura tutti, finchè i rischi più grandi non fanno rumore. E quando diventano evidenti, di solito, è già tardi per reagire.