Il fenomeno della shrinkflation è molto diffuso e continua a ingannare i consumatori: ecco come funziona e come sarà (forse) arginato grazie alle nuove norme in vigore da luglio 2026
Ti è mai capitato di prendere la tua confezione «solita» dal supermercato e, invece di trovarne il contenuto abituale, scoprire che c’è qualche grammo o millilitro in meno, pur pagando lo stesso prezzo (quando non addirittura uno superiore)? Ebbene, stai sperimentando sulla tua pelle quello che viene definito shrinkflation: una tecnica sempre più frequente che trasforma la spesa quotidiana in una trappola per il portafoglio.
Ora, però, qualcosa cambia. Dal 15 luglio 2026 entrano in vigore le nuove norme italiane contro la shrinkflation, il fenomeno della riduzione delle quantità nei prodotti confezionati senza un’analoga riduzione dei prezzi. La data non è casuale: è il termine ultimo entro cui l’Unione europea può contestare le misure notificate dal governo. In assenza di rilievi, il decreto del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) si intende approvato e diventa operativo. Si chiude così - almeno sulla carta - un percorso normativo lungo e travagliato, fatto di rinvii ripetuti e di un aspro braccio di ferro con Bruxelles. Ma le associazioni dei consumatori, Codacons in testa, già bollano le nuove regole come «annacquate e poco incisive».
In un momento in cui l’inflazione e i costi aumentano, le aziende cercano stratagemmi per mantenere i margini senza dichiarare apertamente l’aumento dei prezzi: la confezione resta apparentemente identica, il prezzo pure, però dentro c’è meno. Questa sottrazione silenziosa può passare inosservata e rappresenta un peso reale per i consumatori, che finiscono per pagare di più «al chilogrammo» o «al litro» pur avendo la sensazione di acquistare lo stesso prodotto di sempre.
Dato il contesto economico odierno - con pressioni inflazionistiche, rincari energetici e tensioni internazionali - è ancora più importante saper riconoscere il fenomeno e sapere cosa fare. Ecco, allora, di cosa si tratta quando si parla di shrinkflation, come si manifesta, quali sono i casi più eclatanti recenti, cosa prevedono le nuove regole in arrivo, com’è arrivata l’Italia fin qui e - cosa fondamentale - come puoi tutelarti.
Cos’è la shrinkflation? Significato e definizione
Il termine «shrinkflation» nasce dall’unione delle parole inglesi shrink (restringere) e inflation (inflazione), ed è entrato nel vocabolario consumeristico - dove in italiano viene reso anche con sgrammatura o riporzionamento - per descrivere una strategia ormai diffusa:
mantenere il prezzo di vendita di un prodotto ma ridurre la quantità offerta o modificarne la dimensione, riuscendo così a nascondere l’effettivo aumento del costo unitario.
In concreto, la shrinkflation è una tecnica di marketing che tradizionalmente viene applicata dai grandi produttori dei settori alimentare, casalingo e dell’igiene personale per incrementare i margini di profitto senza attirare l’attenzione sul tradizionale aumento di prezzo.
Nella pratica ciò implica che il produttore riduca il contenuto del bene (in peso, volume o numero di unità nella confezione) mentre il prezzo resta uguale o subisce solo un aumento moderato, così che il prezzo al chilo o al litro finisca per aumentare. Spesso non si tratta della dimensione visiva più evidente (il packaging esterno può restare identico), ma del contenuto interno. Per esempio, un pacco di biscotti potrebbe passare da 500 g a 450 g, senza variare la confezione esterna e con prezzo invariato: ciò rende più difficile per il consumatore percepire il cambiamento.
Da un punto di vista prettamente economico, la shrinkflation è una riformulazione della logica dell’inflazione a favore delle imprese. È noto, infatti, come in periodi di inflazione il consumatore sia chiamato a fare i conti con una riduzione della propria ricchezza, che si traduce in una contrazione del paniere di beni soprattutto a scapito dei prodotti non essenziali. Ciò determina cali nel volume di vendita delle aziende, le quali - già alle prese con l’aumento dei costi delle materie prime e dei trasporti - invece di comunicare «il prezzo sale», giocano sull’apparenza «uguale» del prodotto e sugli habitué che acquistano meccanicamente senza controllare il peso netto o il prezzo per unità di misura. In questo modo, pur restando «lo stesso» prodotto agli occhi del cliente, il margine reale del produttore migliora.
Non a caso la shrinkflation viene spesso definita una forma di «inflazione occulta»: erode il potere d’acquisto senza che l’aumento sia immediatamente percepibile come lo sarebbe un rincaro esplicito. E funziona proprio perché il consumatore tende a prestare più attenzione a quanto spende che alla precisa quantità che porta a casa.
Prodotti più piccoli allo stesso prezzo: ecco i casi recenti più eclatanti
La shrinkflation non è un fenomeno astratto: negli ultimi anni sono emersi numerosi casi concreti che coinvolgono prodotti alimentari, detergenti, bevande e cosmetici. L’associazione Altroconsumo, ad esempio, ha rilevato confezioni di prodotti familiari passate da 200 g a 175 g, da 1.000 ml a 850 ml o da 66 cl a 62 cl, con aumenti del prezzo al chilo o al litro fino al +100% e oltre in alcuni casi.
Ecco alcuni esempi significativi.
- Le patatine Pringles Originals: vendute in confezioni da 200 g, poi da 190 g e infine da 175 g; in alcuni casi il prezzo al chilo è aumentato del 22%.
- Le Amica Chips (versione classica): busta da 200 g ridotta a 190 g, con prezzo al chilo salito fino al +109%.
- I vasetti di nocciolata della Rigoni d’Asiago: dai formati 270/350/700 g passati a 250/325/650 g, con aumento del prezzo al kg tra l’11% e il 38%.
- Yogurt greco (marchi Delta e Fage): vasetti ridotti da 170 g a 150 g; prezzo al kg cresciuto rispettivamente del 30% e del 65%.
- La birra Peroni Nastro Azzurro: bottiglia passata da 66 cl a 62 cl, con rincaro del prezzo al litro del +18%.
- Il detersivo per piatti Nelsen: da confezioni da 1 l a 900 ml e poi a 850 ml, con aumento del prezzo al litro del +53%.
- Il sapone idratante Neutro Roberts con glicerina: da flacone da 300 ml a uno da 200 ml, con un aumento del prezzo al litro del +201%.
- Il bagnoschiuma Vidal al muschio bianco: da 750 ml a 650 ml, con +22% del prezzo al litro.
Il fenomeno è particolarmente evidente sui gelati, prodotto principe dell’estate: secondo i monitoraggi di Altroconsumo, una Coppa del Nonno è passata dai 70 grammi del 2021 a 65 grammi, il Magnum Classico si è alleggerito di quattro grammi e il Maxibon di Nestlé è sceso da 102 a 96 grammi. Un mercato tutt’altro che marginale: nel 2025 in Italia sono state vendute circa 3,4 miliardi di porzioni di gelato confezionato, per un valore stimato attorno ai 3 miliardi di euro.
A questi si è aggiunto, nel 2026, il caso più clamoroso a livello europeo: la condanna di Milka. Il tribunale regionale di Brema, in Germania, ha sanzionato Mondelēz - produttore della barretta Alpine Milk - per aver ridotto la quantità dello snack da 100 a 90 grammi e contemporaneamente aumentato il prezzo (da 1,49 a 1,99 euro all’inizio del 2025), senza avvertire il consumatore. La tavoletta si era assottigliata di appena un millimetro sugli scaffali, ma quel millimetro portava via con sé il 10% del prodotto, per un aumento occulto del prezzo di oltre il 48%. La causa, intentata dall’Ufficio per la tutela dei consumatori di Amburgo, ha portato i giudici a stabilire un principio decisivo: di per sé mantenere la stessa confezione non è un problema, ma l’inganno risiede nella discrepanza tra il contenuto effettivo e l’«aspettativa visiva» di un prodotto noto da anni.
Per eliminarlo, secondo la corte, serviva un «avviso chiaro, comprensibile e facilmente percepibile sulla confezione». Come hanno scritto i giudici, non ci si può aspettare che i consumatori esaminino meticolosamente l’intera confezione di prodotti familiari per scovare rincari nascosti. Pochi mesi prima, la stessa Alpine Milk si era aggiudicata il Goldener Windbeutel («bignè d’oro»), il premio assegnato dai consumatori tedeschi alla più sfacciata bugia pubblicitaria dell’anno, con due terzi delle 34.731 preferenze espresse. La sentenza, però, non è ancora definitiva: l’azienda ha un mese di tempo per presentare ricorso.
Questi esempi mostrano come la shrinkflation si insinui in categorie molto diverse e come la riduzione possa essere nascosta dietro un packaging invariato. E non è tutto: secondo una rilevazione del 2025 condotta da SWG su 800 adulti, ben 4 persone su 5 in Italia dichiarano di aver notato confezioni più piccole allo stesso prezzo, e 2 su 5 sono pronte a cambiare marca come reazione al fenomeno.
Insomma, non si tratta di un fenomeno marginale: la percezione del consumatore si sta risvegliando. Tuttavia, il fatto che l’etichetta spesso non evidenzi con chiarezza il cambiamento rende il controllo più complesso, e indispensabile - per chi fa la spesa consapevole - verificare sempre il peso o il volume netto e il prezzo per unità di misura.
Quanto vale la shrinkflation? I numeri del fenomeno secondo il Codacons
A dare la misura economica del problema è il Codacons. La shrinkflation riguarda un mercato, quello dei beni di largo consumo, che in Italia vale 120 miliardi di euro all’anno, e produce aumenti «occulti» dei prezzi in media tra il +10% e il +18%, con punte che in alcuni casi arrivano al +40%.
Tra i beni più colpiti dal fenomeno ci sono gli alimentari - con in testa cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati e bibite - ma anche i prodotti per la casa (detersivi, carta igienica) e per la cura del corpo (bagnoschiuma, shampoo, dentifricio).
Quantificare l’impatto reale sulle tasche degli italiani non è semplice, perché il fenomeno non viene rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione. Ma il Codacons prova a stimarlo: ipotizzando un effetto anche minimo dello 0,1% annuo sui prezzi dell’intero paniere dei beni di largo consumo, il conto a carico delle famiglie negli ultimi 15 anni ammonterebbe a 1,8 miliardi di euro. Un dato che rende evidente come piccole variazioni nelle confezioni possano tradursi, nel tempo, in un aggravio economico tutt’altro che trascurabile.
La lunga strada della normativa italiana: tra rinvii a ripetizione e lo scontro con l’UE
Per capire cosa cambia dal 15 luglio 2026 bisogna ripercorrere un iter accidentato. In Italia la shrinkflation non è di per sé vietata. Può però diventare oggetto di sanzione se configurata come pratica commerciale ingannevole od omissione informativa, ai sensi del Codice del Consumo (D. lgs. n. 206/2005).
In particolare:
- l’articolo 21 vieta le pratiche commerciali ingannevoli, cioè le azioni che possono indurre in errore il consumatore medio riguardo a prezzo, quantità o caratteristiche del prodotto;
- l’articolo 22 delimita le omissioni ingannevoli, ossia i casi in cui viene omessa un’informazione rilevante, capace di influenzare la decisione d’acquisto.
Il punto, però, non è pacifico: alcune autorevoli voci giuridiche sostengono che «la shrinkflation non rientra in alcuna delle scorrettezze tipizzate», perché l’etichetta riporta in modo corretto le informazioni di legge e la pratica si avvantaggia, semmai, della disattenzione del consumatore più che di una vera omissione.
Proprio per colmare questa zona grigia, con la Legge n. 193/2024 (la «Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2023», approvata in via definitiva il 16 dicembre 2024) è stato introdotto nel Codice del Consumo l’articolo 15-bis, intitolato «Disposizioni in materia di riporzionamento dei prodotti preconfezionati». Nella sua formulazione originaria, la norma imponeva al produttore di apporre sulla confezione, nel campo visivo principale o su un’etichetta adesiva, una dicitura del tipo:
«Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità»
L’indicazione doveva restare per sei mesi a partire dall’immissione in commercio del formato ridotto. Da qui in poi, però, è iniziato un percorso a ostacoli. L’entrata in vigore ha subito rinvii ripetuti: prevista inizialmente per il 1° aprile 2025, è stata spostata al 1° ottobre 2025 con il decreto Milleproroghe (D.L. n. 202/2024, convertito nella L. n. 15/2025) e infine al 1° luglio 2026, in seguito alla modifica dell’articolo 50 della L. n. 182 del 2 dicembre 2025.
Sul piano europeo è arrivato il colpo più duro. Nel marzo 2025 la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia: il governo aveva approvato la norma senza attendere il via libera previsto dalla direttiva sulla trasparenza del mercato unico (la procedura TRIS - Technical Regulation Information System - di cui alla Direttiva (UE) 2015/1535), che impone la previa notifica e l’attesa di un parere da Bruxelles. Secondo la Commissione, l’obbligo di apporre un’etichetta specifica su ogni singolo prodotto era «un importante ostacolo al mercato interno» e sproporzionato rispetto all’obiettivo, tale da compromettere la libera circolazione delle merci. La Francia, che aveva adottato una misura analoga, era invece riuscita a rispettare le procedure europee evitando ogni conflitto.
Costretta a fare marcia indietro, l’Italia ha riscritto tutto. Il 15 aprile 2026 il Mimit ha notificato alla Commissione europea il nuovo progetto di decreto legislativo, intitolato «Misure di contrasto alle prassi commerciali di riporzionamento dei prodotti preconfezionati». La procedura prevede tre mesi di tempo per eventuali rilievi da parte dell’UE: in assenza di obiezioni, il decreto si intende approvato. Quei tre mesi scadono, appunto, il 15 luglio 2026.
Cosa cambia con le nuove regole dal 15 luglio 2026
Il nuovo decreto rispetta finalmente la procedura europea, ma cambia radicalmente l’impianto della tutela - e, secondo i consumatori, la indebolisce. La novità principale è che sparisce l’obbligo per i produttori di indicare la riduzione direttamente in etichetta. Non ci sarà più, quindi, la dicitura esplicita sulla confezione prevista dall’articolo 15-bis originario.
Al suo posto viene introdotto un sistema di comunicazione lungo la filiera commerciale. Nel dettaglio, in caso di riduzione della quantità nominale di un prodotto, i soggetti della filiera (produttori e distributori) dovranno:
- trasmettere ai venditori una comunicazione standardizzata con le informazioni sulla variazione;
- indicare la percentuale di aumento del prezzo riconducibile alla riduzione del contenuto;
- garantire che tali informazioni siano rese disponibili ai consumatori nei punti vendita fisici oppure sui canali digitali.
L’obbligo informativo, inoltre, durerà tre mesi dall’immissione sul mercato del nuovo formato, contro i sei mesi previsti in origine sull’imballaggio. La norma, infine, non si applica ai casi in cui la riduzione della quantità sia conseguenza di una modifica della formulazione che incrementi la resa del prodotto o l’efficacia d’uso, mantenendo invariato il valore d’uso complessivo per il consumatore.
Il giudizio delle associazioni è severo. Per il Codacons, le misure appaiono «annacquate e poco incisive»: l’eliminazione dell’avviso diretto in etichetta rende meno immediata la possibilità per l’acquirente di accorgersi della riduzione, costringendolo a cercare il dato a scaffale o online invece di trovarlo sulla confezione. A questo si aggiunge il dimezzamento della durata dell’obbligo, da sei a tre mesi. Resta anche da capire, in concreto, con quali strumenti il consumatore verrà informato al momento dell’acquisto: cartelli a scaffale, comunicazioni digitali, schede prodotto aggiornate.
Attenzione al nuovo pericolo: la skimpflation
Come se non bastasse, sui consumatori incombe ora un’altra insidia, segnalata sempre dal Codacons: la skimpflation. Si tratta della pratica con cui produttori e operatori abbattono i costi riducendo la qualità delle materie prime che compongono i prodotti finiti, o tagliando i servizi offerti, senza però ridurre prezzi e tariffe al pubblico.
Qualche esempio concreto: il burro o l’olio d’oliva vengono sostituiti con i meno costosi olio di palma o margarina; le uova fresche vengono rimpiazzate da tuorli e albumi in polvere; i piatti pronti e le salse riducono le percentuali di carne a favore di addensanti e acqua. In pratica, mentre la shrinkflation agisce sulla quantità, la skimpflation colpisce la qualità - ed è ancora più difficile da individuare, perché non lascia traccia nel peso netto. Un motivo in più per cui, secondo le associazioni, la trasparenza informativa verso chi acquista è oggi più importante che mai, sia sul fronte delle quantità sia su quello della composizione.
Come si combatte la shrinkflation all’estero? Ecco come funziona
Il confronto con l’estero aiuta a inquadrare i ritardi italiani. La Francia ha fatto da apripista con il Décret del 16 aprile 2024, che dal 1° luglio dello stesso anno impone alla grande distribuzione di informare il cliente della variazione (non basta indicare la quantità: bisogna segnalare il cambiamento), con esposizione per due mesi e con sanzioni che possono persino essere rese pubbliche a spese del professionista inadempiente. Già dal 2023, peraltro, catene come Carrefour e Intermarché avevano volontariamente introdotto cartellini che segnalavano i prodotti «sgrammati».
Anche l’Austria è intervenuta: il 1° aprile 2026 è entrato in vigore l’Anti-Mogelpackungs-Gesetz (la «legge contro le confezioni ingannevoli»), che obbliga i rivenditori di generi alimentari e drugstore - con superfici superiori a 400 metri quadri o catene con più di cinque punti vendita - a esporre un avviso quando un prodotto viene ridotto pur mantenendo un aspetto immutato. L’etichetta deve restare visibile per 60 giorni dall’immissione in commercio, e la norma resterà in vigore in via sperimentale fino al 30 giugno 2030. Regole analoghe sono state adottate in altri Paesi UE come Ungheria e Romania, mentre Belgio, Portogallo e Spagna hanno progetti di legge ancora in discussione.
Negli Stati Uniti, invece, lo Shrinkflation Prevention Act - il disegno di legge presentato nel 2024 per qualificare la pratica come sleale - resta poco più di una sollecitazione politica, non essendo mai stato approvato. A livello federale la tutela si limita, in diversi Stati, all’obbligo di indicare il prezzo per unità di misura.
Di fatto, quindi, la normativa italiana arriva al traguardo ma - nella versione riscritta - più debole di quella iniziale e più tardiva rispetto ai vicini europei. Nel frattempo i consumatori restano in una zona grigia. Le associazioni hanno criticato a più riprese la legge, segnalando che l’etichettatura - per giunta ridotta nei tempi e spostata sullo scaffale - è un passo avanti, ma non basta: servono trasparenza più immediata e controlli efficaci.
Come si può tutelare il consumatore di fronte alla shrinkflation?
Sapere che la shrinkflation esiste è il primo passo, ma ciò che fa davvero la differenza è mettere in atto alcune buone pratiche quotidiane quando facciamo la spesa. Ecco cosa puoi fare per non farti sorprendere.
- Controlla il peso o il volume netto della confezione: anche se appare identica a quella che acquistavi in passato, prendi l’abitudine di leggere la dicitura «peso netto» o «contenuto netto» e di confrontarla con il formato precedente. Cambi di pochi grammi o millilitri passano inosservati, ma alla lunga pesano sul bilancio.
- Fai il calcolo del prezzo per unità di misura (€/kg o €/l): non fidarti solo del prezzo indicato; dividilo per il peso o il volume netto per avere il vero confronto. Se il prezzo per unità di misura è cresciuto, potrebbe esserci shrinkflation.
- Diffida delle confezioni «formato famiglia» o delle nuove edizioni: a volte il produttore introduce un «formato grande» o una «nuova versione» che contiene in realtà meno quantità rispetto a prima. Anche qui vale il calcolo del prezzo unitario.
- Conserva uno storico degli acquisti: se compri sempre lo stesso prodotto, tenere traccia - anche in modo informale - delle differenze di peso, volume e prezzo aiuta a riconoscere i cambiamenti graduali.
- Leggi con attenzione le etichette e le modifiche visive: la confezione esterna può restare identica mentre il contenuto cala. Occhio a diciture come «nuovo formato» o «nuova formula», che a volte accompagnano una riduzione di quantità - o, nel caso della skimpflation, la sostituzione di un ingrediente pregiato con uno più economico.
- Scegli marche più trasparenti o alternative: se un prodotto mostra variazioni sospette, valuta i marchi del distributore, i piccoli produttori o i formati sfusi e in modalità «bulk», spesso più convenienti al chilo.
- Segnala alle autorità o alle associazioni dei consumatori: se sospetti che un produttore stia riducendo le quantità senza informare, puoi rivolgerti alle associazioni di categoria oppure all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). Il solo fatto di segnalare può contribuire a far emergere comportamenti diffusi.
Se adotterai queste prassi, potrai affrontare la spesa con maggiore consapevolezza e ridurre l’impatto della shrinkflation sul tuo bilancio familiare. In un contesto in cui la nuova normativa arriva - ma in versione più morbida del previsto - la tua vigilanza resta l’arma più concreta.