Ogni mercato ha le sue frasi ricorrenti. Alcune durano una stagione, altre attraversano i decenni e finiscono per diventare quasi un riflesso automatico nel linguaggio degli investitori. “Sell in May and Go Away” appartiene a questa seconda categoria. È uno di quei motti che ritornano puntualmente, con la forza di una regola antica e con il fascino delle semplificazioni che sembrano spiegare tutto in poche parole.
La sua fortuna non è difficile da capire. Il messaggio è immediato: uscire dal mercato a maggio, evitare la parte più debole dell’anno e tornare poi quando le condizioni stagionali diventano più favorevoli. In apparenza è una formula perfetta, perché unisce memoria, prudenza e senso pratico. Ma proprio per questo richiede una verifica rigorosa. Gli slogan funzionano bene nella conversazione, molto meno quando devono reggere il confronto con i numeri.
Ed è qui che il mercato diventa più interessante. Quando si osserva lo storico dello S&P 500 dal 1980 al 2025, la realtà non smentisce del tutto il proverbio, ma ne corregge la versione più estrema. Il risultato finale è più sottile, più utile e anche più vicino a ciò che accade davvero sui mercati: esiste un semestre statisticamente più forte dell’altro, ma non nel modo semplicistico che lo slogan lascia intendere.
Come è stata impostata l’analisi
Per verificare la solidità del motto, l’anno è stato diviso nelle due finestre temporali che da sempre definiscono questa stagionalità di mercato. La prima è quella considerata “debole”, cioè il periodo compreso tra giugno e ottobre. La seconda è quella considerata “forte”, cioè novembre-maggio.
L’obiettivo non è soltanto misurare quale dei due blocchi abbia reso di più, ma anche capire con quale frequenza ciascun periodo chiuda in positivo, quanto sia stabile il rendimento, quali siano gli episodi estremi e che differenza emerga nel confronto diretto anno per anno. Solo così si può capire se “Sell in May and Go Away” sia una scorciatoia suggestiva o una tendenza realmente radicata nello storico.
Il primo dato importante è che la differenza tra i due semestri esiste davvero. Non è un’impressione, non è una leggenda di mercato e non è il prodotto di pochi episodi isolati. Ma non basta fermarsi a questo. Perché la stagionalità, da sola, non racconta mai tutta la storia.
Il semestre novembre-maggio è stato il più forte
Nel periodo 1980-2025, il blocco giugno-ottobre conta 46 osservazioni complete. Di queste, 35 chiudono in territorio positivo e 11 in negativo. La probabilità di chiusura positiva è quindi pari al 76,09%. Il rendimento medio del periodo è del 2,16%, mentre il rendimento mediano sale al 3,70%. Il miglior semestre giugno-ottobre del campione ha registrato un progresso del 19,37%, mentre il peggiore ha segnato una perdita del 30,78%.
Il quadro cambia in modo sensibile quando si osserva novembre-maggio. In questo caso le osservazioni complete sono 45. I periodi positivi diventano 37, quelli negativi scendono a 8. La probabilità di chiusura positiva sale all’82,22%. Il rendimento medio raggiunge l’8,05%, quello mediano il 6,11%. Il miglior semestre del campione arriva a +30,30%, mentre il peggiore si ferma a -12,14%.
La conclusione, guardando questi numeri, è netta. Novembre-maggio non solo è stato più spesso positivo, ma ha anche generato un rendimento medio molto più elevato. La differenza non è marginale. È abbastanza ampia da indicare una vera asimmetria stagionale nel comportamento del mercato americano.
Perché lo slogan è corretto solo a metà
Proprio qui, però, emerge il punto più interessante dell’intera analisi. Se ci si fermasse al solo confronto tra i rendimenti medi, si potrebbe essere tentati di concludere che il proverbio vada preso alla lettera. Ma sarebbe un errore.
Il dato che cambia la prospettiva è infatti un altro: anche giugno-ottobre chiude positivo molto spesso. Un 76,09% di periodi positivi è una frequenza elevata. Questo significa che il semestre estivo-autunnale non è affatto sinonimo automatico di mercato debole o negativo. Non descrive un’area dell’anno da abbandonare sempre e comunque.
La differenza reale sta altrove. Novembre-maggio tende a offrire un rendimento molto più ricco, una frequenza positiva più alta e, soprattutto, una vulnerabilità inferiore nelle fasi peggiori. In altre parole, il motto non dice davvero “da maggio in poi si perde”, ma piuttosto “da maggio in poi il mercato tende storicamente a offrire meno rispetto alla parte più forte dell’anno”.
Questa è una distinzione fondamentale, perché trasforma una frase da bar in una lettura statistica seria. Non si tratta di dividere l’anno in mesi buoni e mesi cattivi in senso assoluto. Si tratta di riconoscere che i due semestri non sono stati equivalenti per qualità del rendimento.
Il confronto diretto anno per anno
Per rendere il quadro ancora più chiaro, è utile osservare il confronto diretto tra i due blocchi nei 45 anni comparabili. In questo test, novembre-maggio batte giugno-ottobre in 31 casi su 45. Significa che il semestre “forte” supera quello “debole” nel 68,89% delle osservazioni.
Il vantaggio medio di novembre-maggio rispetto a giugno-ottobre è del 6,17%. Quello mediano è del 5,80%. Anche qui il messaggio è molto chiaro: non siamo di fronte a una differenza casuale o costruita da pochi anni estremi, ma a un divario che ricorre con una certa continuità nel tempo.
Molto significativa è anche la distribuzione dei risultati. In 29 anni entrambi i periodi sono stati positivi. In 3 anni entrambi sono stati negativi. In 8 casi è stato positivo solo novembre-maggio, mentre in 5 casi è stato positivo solo giugno-ottobre. Questo dato è prezioso perché smonta un equivoco molto comune: il motto non fotografa una perfetta alternanza tra una metà dell’anno da comprare e una da evitare. Più spesso, entrambe le finestre salgono. Semplicemente, una delle due ha mostrato una capacità decisamente superiore di creare rendimento.
Il vero punto, quindi, non è la sola direzione del mercato, ma la gerarchia storica tra i due semestri. E su questo fronte la superiorità di novembre-maggio appare evidente.
Il rischio fa ancora più differenza del rendimento
Se il rendimento medio basta già a suggerire una preferenza, è il comportamento nelle fasi peggiori a rendere il quadro ancora più netto. Il peggior giugno-ottobre del campione segna infatti -30,78%, mentre il peggior novembre-maggio si ferma a -12,14%.
Questo scarto merita attenzione perché cambia la qualità della lettura. Non stiamo dicendo soltanto che il semestre estivo-autunnale ha reso meno. Stiamo osservando che, nello storico analizzato, è stato anche più esposto a shock profondi. La sua coda negativa è più pesante, e questo pesa moltissimo nella valutazione complessiva.
Le deviazioni standard dei due periodi non sono lontanissime tra loro, ma gli episodi estremi raccontano una storia più sbilanciata. È proprio questo uno dei motivi per cui il motto ha conservato tanta forza nel tempo. Gli investitori tendono a ricordare con particolare intensità le fasi in cui il mercato subisce gli scossoni più violenti. E la parte giugno-ottobre, nello storico, si è mostrata più fragile proprio nei momenti peggiori.
A questo si aggiunge un aspetto spesso trascurato ma intuitivo anche dal punto di vista della microstruttura di mercato. L’estate è tradizionalmente una fase di volumi più sottili e di partecipazione meno intensa da parte di molti operatori. Quando la liquidità si riduce, il mercato tende a diventare più nervoso, meno profondo e più vulnerabile a movimenti bruschi. Non è una legge fissa, ma è una cornice psicologica e tecnica che aiuta a capire perché proprio tra estate e inizio autunno possano amplificarsi gli scossoni, soprattutto quando arrivano notizie inattese o shock macro.
I grafici confermano la differenza tra i due semestri
Il grafico che confronta i rendimenti di giugno-ottobre e novembre-maggio in funzione del tempo aiuta a visualizzare bene questa asimmetria. Le due linee si incrociano spesso, e non manca un numero significativo di anni in cui entrambi i blocchi chiudono in positivo. Ma la linea relativa a novembre-maggio mostra con maggiore frequenza rendimenti superiori e una tendenza più robusta nel lungo periodo.
Questo aspetto è importante perché ci ricorda che la stagionalità non va mai interpretata come una legge meccanica. Non esiste una sequenza fissa in cui il semestre estivo-autunnale debba per forza essere deludente e quello invernale debba per forza essere brillante. Esiste piuttosto una probabilità storica, una tendenza, un vantaggio che si manifesta abbastanza spesso da diventare statisticamente rilevante.
Ancora più eloquente è il grafico cumulato. Seguendo nel tempo due strategie teoriche, una investita soltanto in giugno-ottobre e l’altra soltanto in novembre-maggio, emerge con chiarezza che il secondo percorso prende progressivamente vantaggio. La distanza tra le due curve non nasce da un solo ciclo favorevole, ma si allarga con continuità lungo i decenni. Questo è forse il segnale più forte dell’intera analisi: il grosso della performance storica si è concentrato nella finestra novembre-maggio.
Qui entra in gioco un fattore decisivo: l’interesse composto. Presa isolatamente, la differenza tra un rendimento medio del 8,05% e uno del 2,16% può sembrare già importante, ma ancora gestibile sul piano intuitivo. Quando però quella differenza viene lasciata lavorare per 45 anni, smette di essere un semplice scarto statistico e diventa una frattura enorme. È il motivo per cui il grafico cumulato appare così sbilanciato: il vantaggio del semestre novembre-maggio non si somma soltanto, si moltiplica nel tempo. Ed è proprio questo effetto a trasformare un vantaggio medio ricorrente in una distanza finale molto ampia, soprattutto in un’ottica corretta per il rischio.
Che cosa insegna davvero questa statistica
Il valore di questa analisi non sta nel trasformare un proverbio in un automatismo operativo. Il mercato non funziona così. Nessuna stagionalità, da sola, basta a giustificare una decisione rigida e ripetitiva. Ma lo storico offre comunque un’indicazione utile: i due semestri dell’anno hanno avuto un comportamento diverso, e questa differenza è stata abbastanza stabile da meritare attenzione.
Per questo la lezione più equilibrata non è “uscire sempre a maggio”, ma riconoscere che tra maggio e ottobre il mercato americano ha spesso offerto un rapporto rendimento-rischio meno favorevole rispetto alla finestra novembre-maggio. Per alcuni questo può voler dire ridurre l’aggressività. Per altri può significare aumentare la selettività, usare coperture oppure semplicemente abbassare le aspettative di performance. Il dato storico non impone una scelta unica, ma aiuta a contestualizzare meglio il rischio.
Questo è forse l’aspetto più utile per chi guarda alla stagionalità con un approccio serio. Non come una formula magica, ma come un’informazione di sfondo. Una mappa probabilistica, non una garanzia.
Una sintesi più corretta del proverbio
Alla fine, il motto “Sell in May and Go Away” si conferma fondato, ma soltanto se lo si interpreta nel modo giusto. La sua versione letterale è troppo estrema, perché lascia immaginare un semestre successivo sistematicamente deludente, e i numeri non dicono questo. La sua versione statistica, invece, regge molto meglio: la parte novembre-maggio è stata storicamente più forte, più redditizia e mediamente più efficiente della parte giugno-ottobre.
È una differenza importante, soprattutto perché resiste lungo oltre quattro decenni di mercato. Nonostante crisi finanziarie, shock energetici, bolle speculative, recessioni, tagli dei tassi e rivoluzioni tecnologiche, il vantaggio relativo del semestre novembre-maggio continua a emergere con una certa regolarità.
In termini pratici, la conclusione più solida è semplice. Non serve leggere maggio come un interruttore che spegne il mercato. Ma conviene ricordare che, storicamente, da lì in avanti il contesto tende a diventare meno favorevole rispetto alla parte più forte dell’anno. Per chi osserva il mercato con disciplina, questa non è una regola assoluta. È qualcosa di più utile: una tendenza robusta, da tenere presente quando si costruisce il quadro generale delle decisioni.