Se fai questo al lavoro, rischi di essere portato a processo per truffa aggravata

Ilena D’Errico

10 Febbraio 2026 - 22:01

Attenzione, alcuni comportamenti al lavoro non sono solo violazioni disciplinari ma veri e propri reati.

Se fai questo al lavoro, rischi di essere portato a processo per truffa aggravata

A tutti può capitare di commettere un errore, soprattutto nell’ambito lavorativo, ma commettere delle scorrettezze è un altro conto. Di fatto, i lavoratori possono commettere reati più spesso di quanto credano, rischiando conseguenze ben peggiori di una sanzione disciplinare. Un’ipotesi fin troppo comune è quella della truffa aggravata, spesso commessa da dipendenti pubblici o privati che pensano di rischiare soltanto un richiamo oppure al massimo il licenziamento. Al contrario, rischiano di essere portati a processo per truffa e di ricevere una condanna. Ecco quando.

Lavoratori a processo per truffa aggravata

Ci sono tantissimi modi per commettere una truffa aggravata, anche nell’ambito lavorativo, ma la falsificazione della presenza è in cima a ogni classifica. Non a caso, ormai da anni questo reato ha, seppur informalmente, un nome specifico: la cosiddetta truffa del cartellino. Ormai da giurisprudenza consolidata, il dipendente pubblico che falsifica la presenza sul posto di lavoro è colpevole di truffa aggravata. Lo stesso vale per il lavoratore che simula un orario differente da quello in cui ha realmente prestato servizio o per chi è complice di un collega che commette la violazione. Ma facciamo un passo indietro.

Per quanto riguarda i dipendenti pubblici, la legge prevede un reato specifico punito con la reclusione da 1 a 5 anni e la multa da 400 a 1.600 euro. Commette questo reato “il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente”. Si parla di truffa del cartellino perché l’esempio più noto alle cronache è quello del passaggio del badge per simulare la presenza senza realmente presenziare al lavoro, spesso con l’aiuto di un collega, ma le variabili possono essere molte.

Indipendentemente dagli strumenti utilizzati, il dipendente pubblico che simula la presenza in servizio è perseguibile penalmente, oltre ai classici rischi relativi al licenziamento e al risarcimento danni. Come anticipato, però, le conseguenze non finiscono qui. Il dipendente può essere portato a processo per truffa aggravata. Per diverso tempo la giurisprudenza ha ritenuto che il reato sussistesse soltanto se la Pubblica amministrazione avesse subito un danno economico a causa del reato, superiore alla mera retribuzione del dipendente che non ha in realtà lavorato.

L’orientamento più consolidato e recente della Cassazione, tuttavia, vede nella prestazione quantitativamente ridotta un danno economico sufficiente a configurare il reato. Chiaramente, deve trattarsi di un periodo apprezzabile di tempo, in genere considerando assenze a partire da 15 minuti. Questi processi possono avere conseguenze limitate, soprattutto se si è trattato di un episodio circoscritto, ma ciò non esime comunque dal licenziamento e dal risarcimento.

Cosa cambia per i dipendenti privati

Anche se per lo più con modalità differenti, tra i dipendenti privati non mancano i furbetti del cartellino. In questo caso, restano tutte le conseguenze disciplinari dovute anche quelle civili, ma cambia la fattispecie penalmente rilevanti. Il dipendente privato che falsifica la propria presenza o comunque raggira il datore di lavoro rischia quindi il licenziamento e il pagamento di un risarcimento danni, ma in questo caso potrebbero essere perseguiti per truffa. Si ricorda infatti che l’articolo 640 del Codice penale recita:

“Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 51 euro a 1.032 euro.”

Fingere di lavorare ed essere regolarmente retribuiti può quindi corrispondere, per quanto molti dei casi di questo genere siano nei fatti conclusi con assoluzioni per la particolare tenuità del fatto, che restano comunque dipendenti dalla situazione specifica e da tutte le circostanze.

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