Negli anni della crisi del debito sovrano europeo tra il 2010 e il 2013, il salario minimo è stato uno degli strumenti usati dalla Troika (Ue-Bce-Fmi) per piegare i governi nazionali di Irlanda, Grecia e Portogallo, riducendo i diritti dei lavoratori, in nome della produttività delle imprese.
In Irlanda, nel 2010, il taglio dei salari minimi è stato supportato dalla Troika. Tuttavia, la Troika ha permesso al nuovo governo in carica di reintrodurre il salario minimo nel 2011, in cambio della riduzione dei contributi dei datori di lavoro ai salari minimi. La Troika ha anche spinto per alcune modifiche negli accordi locali sul salario minimo e negli accordi di impiego registrato (estensione legale degli accordi di settore a scala salariale inferiore), ma queste erano comunque oggetto di discussione o, come nel caso del settore delle costruzioni, sono state modificate dai tribunali.
In Grecia, la tattica usata dalla Troika fu diversa: venne implementata l’abolizione sia dei livelli nazionali che settoriali della contrattazione collettiva, sostituiti con accordi a livello di impresa.
Inoltre, va sottolineato che si trattava non solo di decentralizzare la contrattazione collettiva al livello delle singole aziende, ma anche di minare il principio della rappresentanza collettiva estendendo il diritto di concludere accordi a livello di impresa con condizioni meno favorevoli ad “associazioni di persone” poco rappresentative.
Nel 2012, il salario minimo greco, introdotto nel 1998 e fissato da un accordo collettivo nazionale generale, viene ridotto del 22% per legge, mentre per i giovani lavoratori fino a 24 anni viene tagliato del 32%.
In breve, l’intero sistema di contrattazione collettiva in Grecia è stato smantellato.
La politica di riforma strutturale della Troika in Portogallo ha seguito una logica simile di inversione della gerarchia della contrattazione collettiva, non rinnovo degli accordi di contrattazione, criteri più rigorosi per l’estensione legale della contrattazione collettiva e spostamento del processo di contrattazione lontano dai sindacati verso i consigli dei lavoratori. Nel frattempo, il salario minimo in Portogallo è rimasto congelato per tre anni a 485 euro dal 2011.
Il primo modesto aumento si ebbe alla fine del 2014, passando da 485 euro a 505 euro.
La politica di deregolamentazione dei salari e degli istituti di contrattazione collettiva ha avuto un impatto significativo sui sistemi di relazioni industriali dei paesi.
In Portogallo, ad esempio, il numero degli accordi collettivi in vigore crollò: mentre nel 2010 erano stati legalmente estesi 116 accordi, nel 2013 sono stati siglati solo nove accordi. Il risultato fu che il numero di lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva nel settore privato diminuì notevolmente, passando da circa 1,5 milioni prima dell’arrivo della Troika a circa 300.000 lavoratori nel 2012.
Il memorandum della Troika ci aiuta quindi a capire gli effetti reali del salario minimo legale e le motivazioni dietro l’enfasi a cui stiamo assistendo in questo periodo.
Dietro tanta magnanimità da parte dei tecnici europei, si rivela invece, la volontà di appiattire in basso i salari a tutto vantaggio della produttività.
Nel documento del 2012, si parla della necessità di “stabilire un salario minimo legale unico su base più permanente, simile alla maggior parte degli altri paesi dell’UE. Ciò è rilevante in quanto il sistema attuale fissa salari minimi diversi a seconda, ad esempio, del tipo di lavoro, dell’istruzione, dello stato civile e dell’anzianità, senza che queste differenze nei livelli salariali riflettano necessariamente la produttività.”
L’introduzione del salario minimo legale viene riproposta nel 2022 dall’Ue e mostra inquietanti somiglianze con la gestione della Troika.
Tra i principi da tener conto nella determinazione del salario minimo legale, “gli Stati membri dovrebbero tenere conto del potere d’acquisto, dei livelli e degli sviluppi della produttività nazionale a lungo termine, nonché del livello dei salari, della loro distribuzione e della loro crescita”.
Lo scontro politico di queste settimane sembra quindi non cogliere la vera natura del salario minimo che rappresenta un vero e proprio grimaldello con cui si va a centralizzare in sede europea e comunitaria, il controllo dei salari, riducendo spazio al ruolo dei sindacati e alla contrattazione con le imprese.