Saks dichiara fallimento e ricorre al Chapter 11. Quali ripercussioni per il settore lusso?

Giorgia Paccione

14/01/2026

La storica catena statunitense di grandi magazzini di fascia alta avvia la ristrutturazione sotto tutela fallimentare e nomina un nuovo CEO. Timori per l’intera filiera del lusso globale.

Saks dichiara fallimento e ricorre al Chapter 11. Quali ripercussioni per il settore lusso?

Saks Global Enterprises, holding che controlla Saks Fifth Avenue, Neiman Marcus, Bergdorf Goodman e Saks OFF 5TH, ha avviato una procedura di bancarotta volontaria ai sensi del Chapter 11 negli Stati Uniti.

La scelta, annunciata nelle scorse ore, arriva dopo mesi di tensioni finanziarie, carenza di liquidità e mancati pagamenti agli obbligazionisti, a poco più di un anno dalla maxi operazione da 2,7 miliardi di dollari che aveva portato all’acquisizione di Neiman Marcus. L’obiettivo non è la liquidazione, ma una profonda riorganizzazione del gruppo per tentare di rilanciarne la sostenibilità nel lungo periodo.

Contestualmente, il gruppo ha annunciato un cambio al vertice: Geoffroy van Raemdonck, già amministratore delegato di Neiman Marcus Group, è stato nominato nuovo CEO e subentrerà a Richard Baker. “Questo è un momento decisivo per Saks Global e il percorso che ci attende rappresenta un’importante opportunità per rafforzare le basi della nostra attività e posizionarla per il futuro”, ha dichiarato il manager.

Tutti i negozi e le piattaforme e-commerce resteranno operativi durante la procedura, così come verranno onorati programmi per i clienti, stipendi e benefit dei dipendenti.

Le cause del crack: debito, liquidità e un’integrazione mai riuscita

Alla base del fallimento c’è soprattutto l’elevato indebitamento accumulato per finanziare la fusione con Neiman Marcus, sostenuta anche da investitori di peso come Amazon e Salesforce. L’operazione avrebbe dovuto creare un campione statunitense del retail di lusso, con maggiori economie di scala e potere contrattuale verso i brand. Nella pratica, però, l’integrazione non ha prodotto i risultati sperati.

Già prima dell’acquisizione, Saks faticava a pagare regolarmente i fornitori. Dopo una breve fase di normalizzazione, il gruppo ha introdotto condizioni di pagamento più dilatate, arrivando fino a 90 giorni, scelta che ha allontanato diversi marchi e impoverito l’assortimento. Il calo delle vendite e le difficoltà nella gestione delle scorte hanno aggravato la crisi di cassa, mentre il debito ha iniziato a essere scambiato sul mercato a livelli fortemente scontati, segnalando la sfiducia sulla capacità di rimborso.

A fine 2025, la società ha saltato un pagamento di interessi superiore ai 100 milioni di dollari, rendendo il Chapter 11 quasi inevitabile.

Cosa succede ora? Il piano di salvataggio

Per sostenere la ristrutturazione, Saks Global ha ottenuto impegni di finanziamento per circa 1,75 miliardi di dollari. Di questi, 1 miliardo rientra in un prestito “debtor-in-possession” che, previa approvazione del tribunale, garantirà liquidità durante la procedura. Altri 500 milioni saranno messi a disposizione all’uscita dal Chapter 11, prevista entro la fine dell’anno, mentre il resto proviene da linee di credito garantite. Le risorse serviranno a mantenere operative le attività e a finanziare le iniziative di rilancio.

Resta però aperto il tema dell’esito finale: dalla ricerca di un acquirente strategico alla possibile cessione di singoli asset, fino allo scenario più drastico di una riduzione significativa della rete fisica o di una trasformazione in player prevalentemente online. Molto dipenderà dalla fiducia che il nuovo management saprà ricostruire presso creditori, fornitori e investitori.

L’effetto domino sul lusso globale

Il fallimento di Saks rappresenta uno dei più gravi shock per il retail di lusso dalla pandemia e mette in difficoltà anche i grandi marchi internazionali. Tra i creditori non garantiti figurano colossi come Chanel, Kering e LVMH, con esposizioni per decine o centinaia di milioni di dollari. La vicenda evidenzia le fragilità strutturali del modello dei grandi magazzini tradizionali, sempre più schiacciati tra la crescita del direct-to-consumer dei brand e la concorrenza dell’e-commerce.

Per il settore del lusso, il caso Saks è dunque un campanello d’allarme: la dipendenza da intermediari finanziariamente deboli può trasformarsi in un rischio sistemico per l’intera filiera. La ristrutturazione in corso dirà se esiste ancora spazio per grandi magazzini iconici nel nuovo equilibrio del mercato o se il futuro passerà inevitabilmente da modelli più snelli, digitali e direttamente controllati dai marchi.

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