Referendum taglio dei parlamentari: una spesa da 300 milioni per salvare le poltrone

Al Senato è vicino il raggiungimento delle 64 firme necessarie per chiedere un referendum sulla riforma del taglio dei parlamentari: una mossa questa dal costo di 300 milioni che in caso di elezioni a breve termine consentirà ai partiti di votare con il vecchio sistema del Rosatellum.

Referendum taglio dei parlamentari: una spesa da 300 milioni per salvare le poltrone

Quasi 2.500 anni fa Aristotele scriveva che la virtù di uno Stato è che ciascuno deve svolgere le proprie funzioni in vista del bene comune. Quello che invece sta succedendo nelle ultime settimane nei corridoi del Senato assomiglia più a uno scritto del Machiavelli che del celebre filosofo greco.

Ci sono quattro fattori che si stanno legando tra di loro: l’approvazione della riforma del taglio dei parlamentari, la conseguente necessità di realizzare una nuova legge elettorale, gli ultimi sondaggi politici e infine un governo debole che nonostante il primo ok alla legge di Bilancio va avanti soltanto per paura di nuove elezioni.

In questo scenario, c’è una sorta di pistola riposta al momento in un cassetto di Palazzo Madama che è pronta a essere caricata ed estratta: il papello recante le firme di 64 senatori che renderebbe necessario un referendum confermativo sul taglio dei parlamentari.

Questa consultazione avrebbe un esito scontato, un costo di circa 300 milioni e servirebbe soprattutto a rimandare l’entrata in vigore ufficiale della sforbiciata al momento prevista per il 12 gennaio 2020.

Se dovessero essere presentate le 64 firme, secondo La Repubblica al momento ne mancherebbe soltanto una, in primavera ci sarebbe un referendum dove agli italiani verrebbe chiesto se confermare o meno la riforma approvata in maniera definitiva lo scorso ottobre dal Parlamento.

Nel frattempo se dovesse cadere il governo si andrebbe a votare con il Rosatellum, ovvero l’attuale legge elettorale che non prevede il taglio a deputati e senatori e soprattutto ha una soglia di sbarramento bassa, del 3% a livello nazionale, che permetterebbe a partiti come Italia Viva e Forza Italia di non correre particolari rischi di restare fuori.

Referendum sul taglio dei parlamentari sempre più vicino

Tolti Lega e Fratelli d’Italia, ma ci sarebbe comunque lo zampino di Matteo Salvini sempre secondo La Repubblica dietro questa manovra, senatori provenienti da tutti i restanti partiti hanno finora sottoscritto la raccolta firme per indire un referendum sul taglio dei parlamentari.

Se è vero che mancherebbe soltanto una firma, questo vorrebbe dire che a Palazzo Madama sarebbero soltanto in attesa di capire se per loro sarebbe più conveniente raggiungere il quorum o lasciare il foglio in un cassetto.

Quello che è meglio per il Paese sembrerebbe così scivolare inesorabilmente in secondo piano rispetto all’istinto di sopravvivenza della Casta, in barba anche al costo di 300 milioni per fare un referendum, visto che in questo momento i discorsi non sembrerebbero essere nel merito della riforma ma soltanto sui vantaggi o svantaggi per i vari partiti.

Se a breve dovessero essere presentate le firme per la consultazione, a quel punto la poltrona di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi inizierebbe a traballare perché diventerebbe molto probabile una spallata al suo governo.

Se questa legislatura dovesse chiudersi prima dell’entrata in vigore del taglio dei parlamentari, si andrebbe a votare con l’attuale legge elettorale che garantirebbe l’elezione di 345 parlamentari in più rispetto alla riforma.

Inoltre quando la sforbiciata sarà ufficiale si dovrà per forza di cose mettere mano alla legge elettorale, con il governo intenzionato a proporre un sistema puramente proporzionale con una soglia di sbarramento più alta, anche del 5%.

Votando con il Rosatellum invece la soglia di sbarramento sarebbe del 3%, che metterebbe in sicurezza partiti come Italia Viva, Forza Italia e La Sinistra, che stando agli ultimi sondaggi non starebbero attraversando un buon periodo e sarebbero a rischio con una asticella del 5%.

In sostanza se prima del 12 gennaio sarà presentata la richiesta di referendum, il governo avrebbe i giorni contati per la felicità di Matteo Salvini, sicuro vincitore delle elezioni, oltre che dei tanti peones che potrebbero avere maggiori chance di rielezione vista la non entrata in vigore della sforbiciata ai seggi.

Se invece non ci sarà nessun referendum e il taglio dei parlamentari dovesse già il 12 gennaio diventare operativo, a quel punto l’attuale legislatura diventerebbe blindata perché in pochi avrebbero la certezza di essere rieletti.

Con buona pace di chi pensa alla politica come l’ars nobile del bene comune, la firma che manca per il disco verde al referendum con ogni probabilità verrà apposta o rimarrà mancante in base ai calcoli dei vari partiti, segnando così il destino del governo.

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