Referendum sulla giustizia 2026, cosa prevede e quando si vota

Emanuele Di Baldo

15/01/2026

Il Parlamento ha approvato la riforma della giustizia, ma la decisione finale spetterà ai cittadini: ecco quando si vota, come si vota e cosa cambia.

Referendum sulla giustizia 2026, cosa prevede e quando si vota

Il referendum sulla giustizia del 2026 è a tutti gli effetti uno dei passaggi politici e istituzionali più rilevanti dell’attuale. Dopo un iter parlamentare lungo e complesso, la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri è ormai legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale nell’autunno del 2025. Ma, come previsto dalla Costituzione, l’ultima parola non spetta al Parlamento bensì ai cittadini, chiamati a pronunciarsi con un referendum confermativo che si terrà nella primavera del 2026.

Il tema non è nuovo nel dibattito pubblico italiano, ma raramente era arrivato a un punto così avanzato. La separazione delle carriere, insieme alla riforma del Consiglio superiore della magistratura e all’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, è da anni al centro di un confronto acceso tra politica, magistratura e mondo accademico.

Negli ultimi mesi, il confronto si è ulteriormente intensificato. La maggioranza di governo ha avviato una campagna per il sì, rivendicando la riforma come strumento per garantire un processo più equo e una maggiore terzietà del giudice. Dall’altra parte, il fronte del no si è organizzato rapidamente, raccogliendo 500mila firme in poche settimane e denunciando una riforma che, a loro avviso, rischia di indebolire l’indipendenza della magistratura. Anche sul piano giudiziario non sono mancate le tensioni: i ricorsi contro la data del voto sono stati presentati e, almeno in prima battuta, respinti.

Ma che cosa prevede davvero questa riforma? Quando si voterà con certezza? E soprattutto, come si vota e quali saranno gli effetti concreti di un sì o di un no?

Perché si vota? Ecco cosa prevede la riforma della giustizia in breve

Il referendum nasce dall’iter previsto dall’articolo 138 della Costituzione per le leggi di revisione costituzionale. La riforma della giustizia, pur approvata in seconda lettura da Camera e Senato, non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Questo ha aperto automaticamente la possibilità di chiedere un referendum confermativo, poi effettivamente attivato grazie alla raccolta delle firme necessarie.

Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati e pubblici ministeri.

Attualmente, in Italia, giudici e pm appartengono allo stesso ordine giudiziario e, seppur con limiti stringenti, possono passare da una funzione all’altra nei primi anni di carriera. La legge costituzionale elimina questa possibilità: le due carriere diventano definitivamente distinte sin dall’ingresso in magistratura, senza più alcun passaggio consentito.

La separazione non è solo funzionale, ma anche ordinamentale. La riforma modifica diversi articoli della Costituzione, ridefinendo l’assetto dell’autogoverno della magistratura. L’attuale Consiglio superiore della magistratura viene infatti superato e sostituito da due distinti Consigli superiori, uno per i magistrati giudicanti e uno per i magistrati requirenti. Entrambi restano presieduti dal Presidente della Repubblica, ma avranno composizione e competenze autonome.

Un altro elemento centrale è il nuovo sistema di selezione dei componenti dei Csm, basato in larga parte sul sorteggio. I membri togati saranno estratti a sorte tra i magistrati appartenenti alle rispettive carriere, mentre i membri laici saranno sorteggiati da un elenco di professori universitari e avvocati predisposto dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti interne e limitare il correntismo, tema emerso con forza negli ultimi anni.

La riforma introduce poi un’Alta Corte disciplinare, organo autonomo incaricato di giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati. Questa funzione viene sottratta ai Csm, che manterranno competenze su nomine, trasferimenti e valutazioni di professionalità. L’Alta Corte sarà composta da magistrati e giuristi di lunga esperienza, con un sistema di nomina e sorteggio che mira a bilanciare le diverse componenti.

Infine, cambia anche il sistema di accesso alla Corte di Cassazione per i pubblici ministeri: non più un avanzamento di carriera automatico, ma la possibilità di essere nominati giudici di legittimità solo per meriti insigni. Una scelta che, secondo i sostenitori, rafforza la distinzione dei ruoli; secondo i critici, introduce elementi di discrezionalità potenzialmente problematici.

Referendum sulla giustizia: quando si vota nel 2026? La data è definitiva?

La data del referendum sulla giustizia è stata fissata dal Consiglio dei ministri per domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. La scelta non è stata casuale: il governo ha puntato su una finestra primaverile per evitare sovrapposizioni con festività e periodi di bassa affluenza, come i mesi estivi. L’ipotesi di un voto tra marzo e aprile era già stata anticipata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio nei mesi precedenti ed è poi diventata ufficiale con il decreto di indizione.

La decisione, però, non è stata priva di contestazioni. Un comitato composto da quindici giuristi ha presentato ricorso al Tar del Lazio, chiedendo la sospensione della data per consentire più tempo alla campagna referendaria, in particolare al fronte del no. Secondo i ricorrenti, la fissazione anticipata del voto avrebbe compresso il dibattito pubblico e limitato le possibilità di informazione dei cittadini.

Il Tar del Lazio, con una decisione del 15 gennaio 2026, ha però respinto la richiesta di sospensiva, confermando che il referendum si terrà nelle date previste. Il tribunale amministrativo ha ritenuto insussistenti i presupposti di urgenza tali da giustificare uno slittamento immediato. Il ricorso sarà comunque discusso in udienza collegiale il 27 gennaio, ma, allo stato attuale, la data del 22 e 23 marzo resta valida e operativa.

Dal punto di vista procedurale, i tempi rientrano nei margini previsti dalla Costituzione: il referendum deve svolgersi tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione e in una domenica. L’aggiunta del lunedì, ormai prassi consolidata, mira a favorire una maggiore partecipazione.

Salvo colpi di scena giudiziari, considerati improbabili dagli stessi rappresentanti del governo, il calendario è dunque definito. La campagna referendaria entra ora nella sua fase decisiva, con poco più di due mesi per convincere un elettorato chiamato a pronunciarsi su una riforma che incide direttamente sull’equilibrio dei poteri dello Stato.

Come si vota al Referendum sulla Giustizia 2026?

Il referendum sulla giustizia del 2026 è un referendum confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione. A differenza dei referendum abrogativi, non serve a cancellare una legge esistente, ma a confermare o respingere una legge di revisione costituzionale già approvata dal Parlamento.

Gli elettori riceveranno una scheda con un quesito unico, che chiede se approvare o meno il testo della legge costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, così come pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Non è possibile esprimersi sui singoli articoli: il voto riguarda l’intero impianto della riforma.

Le modalità sono semplici e chiare. Si vota “Sì” se si vuole confermare definitivamente la riforma della giustizia; si vota “No” se si intende respingerla. Non esistono opzioni intermedie né schede separate per i diversi aspetti della legge.

Un elemento cruciale è che non è previsto alcun quorum. Il risultato del referendum sarà valido indipendentemente dal numero di votanti. Se prevalgono i sì, la riforma entrerà in vigore e la Costituzione verrà modificata secondo quanto previsto dalla legge. Se invece vinceranno i no, la riforma sarà respinta e non produrrà alcun effetto.

Si vota nei seggi del proprio comune di residenza, presentandosi con un documento di identità valido e la tessera elettorale. Dopo il voto nei due giorni previsti, lo scrutinio sarà immediato

Il voto è personale, libero e segreto. Come per tutte le consultazioni referendarie, è possibile votare anche dall’estero per gli italiani iscritti all’AIRE, secondo le modalità previste dalla legge.

Sondaggi e intenzioni di voto: ecco cosa si sa ad oggi

A circa due mesi dal voto, il quadro delle intenzioni di voto sul referendum sulla giustizia resta dinamico e frammentato, con rilevazioni che mostrano un Paese non ancora deciso né compatto. Secondo un sondaggio Only Numbers per Porta a Porta, infatti, poco più del 41 % degli italiani intervistati afferma che sicuramente si recherà alle urne il 22 e 23 marzo 2026, mentre il 17,4 % dichiara che non voterà e una larga fetta di cittadini (circa il 41,6 %) risulta ancora indecisa sulla partecipazione al voto.

Per quanto riguarda le intenzioni di voto sul merito del quesito, i dati di Only Numbers indicano un vantaggio del “Sì” alla conferma della legge costituzionale: il 50,3 % degli intervistati voterebbe sì alla separazione delle carriere dei magistrati così come uscita dal Parlamento, mentre il 35,4 % opterebbe per il no.

I sondaggi mettono in evidenza anche un altro elemento centrale: una significativa quota di cittadini si ritiene poco o per nulla informata sui contenuti del referendum e sulle conseguenze pratiche della riforma costituzionale. Secondo l’Osservatorio Delphi, oltre la metà degli italiani dice di sapere “poco o nulla” del referendum stesso, un dato che segnala come la conoscenza dei dettagli istituzionali sia ancora in fase embrionale rispetto alla data della consultazione.

Oltre ai trend assoluti, emergono segnali di forti differenze tra segmenti dell’elettorato: mentre parte dell’elettorato di centrodestra appare più compatto sul sì, nei rilevamenti delle intenzioni generali rimane un’ampia area di indecisi e cittadini attratti dall’astensione. Ciò indica che la campagna referendaria nei prossimi mesi - e in particolare la capacità dei comitati e dei partiti di spiegare i contenuti costituzionali e le conseguenze pratiche della riforma in breve tempo - potrebbe risultare determinante per spostare l’ago della bilancia in una direzione o nell’altra.

Gli altri referendum confermativi nella storia italiana

Nel corso della storia repubblicana italiana, i referendum confermativi si sono svolti solo in poche occasioni, ma ogni volta hanno avuto un impatto politico e istituzionale non indifferente. Il primo esempio risale al 2001, quando fu sottoposta a referendum la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra, che mirava a rafforzare l’autonomia delle Regioni. In quell’occasione vinse il Sì, anche se con una partecipazione piuttosto bassa. La svolta fu importante: un cambiamento nella distribuzione dei poteri tra Stato e Regioni, ma nel tempo emersero anche difficoltà applicative e critiche sulla chiarezza del nuovo assetto.

Diverso fu il clima nel 2006, quando il centrodestra, allora guidato da Silvio Berlusconi, propose una riforma costituzionale molto più ampia e radicale, che includeva la trasformazione del Senato in una camera federale, il rafforzamento del potere del premier e una ridefinizione dei rapporti tra Stato e autonomie. Il referendum fu respinto con decisione dagli elettori, con il No che vinse con oltre il 60% dei voti.

Il terzo grande appuntamento con un referendum confermativo avvenne nel 2016. Questa volta fu il governo Renzi a proporre una riforma ambiziosa, che puntava a superare il bicameralismo perfetto e a ridisegnare la funzione del Senato, oltre ad introdurre cambiamenti nella composizione degli organi costituzionali e nel processo legislativo. Renzi, però, scelse una strategia rischiosa: personalizzò la campagna, promettendo le dimissioni in caso di sconfitta. Il voto, da consultazione costituzionale, si trasformò presto in un giudizio sull’operato del governo. Alla fine, il No trionfò con quasi il 60% dei voti, segnando non solo la fine della riforma, ma anche la fine del governo Renzi, che si dimise la notte stessa del referendum.

Più recente, e molto diverso per tono e contenuto, è stato il referendum del 2020, voluto dal Movimento 5 Stelle e sostenuto anche da altri partiti, che proponeva una semplice ma simbolica riduzione del numero dei parlamentari. Stavolta la campagna fu molto più distesa, meno polarizzata e con un consenso trasversale. Il Sì vinse nettamente, con circa il 70% dei voti, segnando l’unico caso recente in cui una riforma costituzionale ha ottenuto il via libera popolare senza particolari tensioni politiche.

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