Referendum 12 giugno, cosa cambia se voto Sì: conseguenze per ogni quesito

Antonella Ciaccia

17/05/2022

31/05/2022 - 08:31

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Si avvicina la data del voto sui cinque quesiti del referendum sulla giustizia. Per cosa si vota e cosa cambierebbe nel caso vincesse il sì? Tutti i dettagli in questa guida.

Referendum 12 giugno, cosa cambia se voto Sì: conseguenze per ogni quesito

Domenica 12 giugno gli Italiani saranno chiamati alle urne per votare su cinque referendum abrogativiin tema di giustizia, nonché per il primo turno delle amministrative che coinvolgeranno circa 950 Comuni per complessivi 8,5 milioni di elettori.

I quesiti referendari, promossi da Lega e Radicali, sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte costituzionale lo scorso 16 febbraio e la cittadinanza sarà chiamata a esprimersi in merito tra poco meno di un mese; c’è da dire però che soltanto un elettore su quattro è informato e i temi trattati non hanno ancora pienamente catturato l’attenzione degli italiani.

Alcuni sondaggi riportano addirittura che, ad oggi, il 56% della popolazione Italiana non è interessato a votare per il referendum sulla Giustizia.

Gli argomenti nello specifico riguardano: misure cautelari, separazione delle funzioni dei magistrati, elezione del Csm, consigli giudiziari, incandidabilità dei politici condannati.

Proviamo a tracciare una guida puntuale su ogni argomento posto al voto e a valutare cosa cambierebbe in caso di affermazione del sì nella consultazione referendaria del prossimo giugno.

Cosa succede se voto sì al primo quesito: incandidabilità dei politici condannati

Scheda di colore rosso per il Referendum n. 1 che chiede «l’abrogazione del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n.190)»

Il primo dei quesiti mira ad abrogare la Legge Severino che prevede l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali nel caso di condanna per reati gravi.

Infatti, dal 2013, chi viene condannato in via definitiva per mafia, terrorismo, corruzione e altri gravi reati non può partecipare alle elezioni per il Parlamento europeo e italiano, né a quelle regionali e comunali e non può assumere cariche di governo.

Ad oggi dunque la legge prescrive che chi viene condannato in via definitiva a più di due anni di carcere per reati di allarme sociale, contro la pubblica amministrazione e non colposi, per i quali è comunque prevista la reclusione, diventa incandidabile. La condanna definitiva per uno dei reati suddetti determina la decadenza del mandato.

Se vincerà il sì al referendum i concetti di incandidabilità e decadenza verranno abrogati e anche ai condannati in via definitiva verrà concesso di candidarsi o di continuare il proprio mandato. A decidere su eventuali divieti di ricoprire cariche tornerà a essere solo il giudice chiamato a decidere sul singolo caso, come è avvenuto fino al 2012.

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Cosa succede se voto sì al secondo quesito: limitazione delle misure cautelari

Scheda di colore arancione per il referendum n. 2 riguardante le limitazione delle misure cautelari. Viene richiesta «l’abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lettera c), codice di procedura penale, in materia di misure cautelari e, segnatamente, di esigenze cautelari, nel processo penale.»

Il secondo quesito ci chiederà di limitare le misure cautelari, con abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lett. c), c.p.p., in materia di misure cautelari e di esigenze cautelari nel processo penale.

La custodia cautelare in carcere attualmente può essere disposta solo in caso di “gravi indizi di colpevolezza” e può essere motivata dal pericolo che la persona indagata ripeta il reato di cui è accusata, dal pericolo di fuga o da quello che vengano alterate le prove a suo carico.

Se vincerà il sì al referendum verrà abrogata la motivazione della «possibile reiterazione del reato» dai motivi per cui i giudici possono disporre la custodia cautelare in carcere o i domiciliari per una persona durante le indagini e quindi prima del processo. Sostanzialmente chi propone questo referendum non vuole eliminare del tutto la custodia cautelare e la carcerazione preventiva.

Il sistema della custodia cautelare rimarrà in vigore per i reati più gravi. Quel che si abolirebbe in caso di vittoria del sì è la possibilità che oggi esiste di privare della libertà una persona con la motivazione del «rischio possibile di reiterazione dello stesso reato»

L’obiettivo dei promotori del referendum, è ridurre il rischio che vengano detenute persone che poi, al termine del processo o dei processi, risultino innocenti.

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Cosa succede se voto sì al terzo quesito: la separazione delle funzioni dei magistrati

Scheda di colore giallo per il referendum n. 3: si richiede «l’abrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati.»

Il terzo quesito riguarda la separazione delle funzioni dei magistrati, con la richiesta di abrogazione di quelle norme che attualmente consentono il passaggio nella carriera dei magistrati dalle funzioni giudicanti (giudice) a quelle requirenti (pubblico ministero) e viceversa.

Attualmente infatti, nel corso della propria carriera, un magistrato, ad alcune condizioni, può passare fino a quattro volte tra la funzione requirente a quella giudicante. In breve le caratteristiche:

  • La funzione requirente è propria dei pubblici ministeri, che dirigono le attività investigative dopo aver ricevuto una notizia di reato e rappresentano la pubblica accusa nei processi.
  • La funzione giudicante è quella dei giudici, chiamati a prendere delle decisioni dopo avere approfondito le ragioni delle parti in causa.

Se al referendum vinceranno i sì, il magistrato dovrà scegliere all’inizio della carriera se vuole essere pubblico ministero o giudice e non potrà cambiare le sue funzioni, cosa che ad oggi avviene con il limite di quattro volte, se ne sussistono le condizioni.

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Cosa succede se voto sì al quarto quesito: Consigli Giudiziari

Scheda di colore grigio per il referendum n. 4. Viene chiesta «l’abrogazione di alcune norme in materia di composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari e delle competenze dei membri laici che ne fanno parte.»

Il quarto quesito del referendum mira ad abrogare le norme sulle competenze dei membri laici nei Consigli giudiziari.

I Consigli giudiziari sono organi ausiliari composti da cariche appartenenti alla magistratura e laici (professori universitari e avvocati). Questi Consigli, esprimono “motivati pareri” su diversi ambiti, tra cui le valutazioni di professionalità dei magistrati.

L’analisi valutativa della professionalità e della competenza dei magistrati viene poi fatta dal Csm in maniera definitiva, ma esso decide anche sulla base di queste valutazioni.

Se al referendum vinceranno i sì, anche gli avvocati e i professori universitari parteciperanno attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati: finora ne sono stati esclusi.

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Cosa succede se voto sì al quinto quesito: elezioni del Csm

Scheda di colore verde per il referendum n. 5: viene richiesta «l’abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura».

Questo quesito si muove contro le cosiddette «correnti» che dividono il Consiglio superiore della magistratura. Esse rendono l’organo una sorta di parlamentino diviso in partiti, e in questa modalità i diversi orientamenti politici influenzerebbero significativamente il processo decisionale.

Viene indetto dunque il referendum per l’abrogazione delle norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. Attualmente, un magistrato che voglia candidarsi al Csm deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme.

Se al referendum vinceranno i sì, verrà cancellata la norma che stabilisce che un magistrato per candidarsi al Csm debba presentare il suddetto numero di firme a proprio sostegno.

Con l’abrogazione dell’obbligo della raccolta firme, si tornerebbe alla legge del 1958, che prevedeva che tutti i magistrati in servizio potessero proporsi come membri del Csm presentando semplicemente la propria candidatura.

Secondo i sostenitori dell’abrogazione della norma, questa modalità favorirebbe le qualità professionali del candidato invece del suo orientamento politico.

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