Recessione in arrivo? Potrebbe arrivare qualcosa di peggio. Dalio: “non commettete questo errore”

Claudia Cervi

15 Aprile 2025 - 09:40

Premi Nobel ed economisti lanciano l’allarme: la recessione potrebbe essere solo l’inizio di una crisi sistemica che minaccia i valori fondamentali dell’Occidente. Ecco perché.

Recessione in arrivo? Potrebbe arrivare qualcosa di peggio. Dalio: “non commettete questo errore”

Dopo mesi di euforia si torna a parlare di “recessione”. L’inflazione sembrava essere sotto controllo ma ora rischia di riprendere il suo corso. I tassi d’interesse restano elevati e la crescita globale mostra segni di affaticamento. Ma oggi la domanda non è più se vivremo una recessione, bensì se questo sia davvero il problema più grave a cui dobbiamo far fronte.

Per anni abbiamo pensato alle recessioni come a tappe cicliche: qualche trimestre difficile, qualche aggiustamento doloroso e poi la ripresa. Ora però ci stiamo dirigendo verso una crisi sistemica che va ben oltre un semplice calo del Pil. Stiamo entrando (o forse ci siamo già) in una nuova era, in cui l’ordine economico globale che conoscevamo sta sgretolandosi sotto il peso di nazionalismi, dazi, disinformazione e ambizioni personali. Quello che si prospetta all’orizzonte è una crisi di civiltà. E in tal caso, la recessione sarebbe solo la punta dell’iceberg.

Dalla fine della globalizzazione al crollo del sistema monetario globale

La globalizzazione nasceva da una promessa di interconnessione, cooperazione e prosperità. Oggi quella promessa sembra infranta. Negli ultimi anni il commercio mondiale ha subito una frammentazione crescente, alimentata da guerre commerciali, politiche di “friend-shoring” e misure protezionistiche mai viste prima. Solo nel 2024 sono state introdotte oltre 3.000 restrizioni commerciali, spesso motivate da preoccupazioni di sicurezza nazionale.

L’asse Stati Uniti-Cina si è trasformato in un vero campo di battaglia economico, lasciando anche l’Europa costretta a scegliere da che parte schierarsi.

Mark Carney, ex governatore della Bank of England e ora primo ministro del Canada, ha affermato che il sistema fondato sulla leadership americana è giunto al capolinea (e non è l’unico a vederlo così).

La crisi attuale non riguarda solo beni e servizi. Colpisce al cuore stesso del sistema: il denaro. Ray Dalio, fondatore di Bridgewater, avverte che l’attuale combinazione di debito record, deficit sempre più ampi e guerre commerciali può sfociare in qualcosa di molto più grave di una recessione.

Il rischio non è solo un crollo dei mercati, ma un collasso della fiducia nel sistema stesso. Secondo Dalio, potremmo essere vicini a uno shock monetario paragonabile alla fine del gold standard nel 1971. Solo che stavolta non c’è una nuova àncora a cui aggrapparsi. Oggi, però, né l’oro né il dollaro possono essere considerati un investimento sicuro.

L’effetto Trump: quando la politica uccide l’economia

Questa spaccatura ha iniziato a delinearsi durante la campagna elettorale, ma si è rivelata in tutta la sua pericolosa intensità ora che Donald Trump ha alzato i dazi sulle importazioni. Non è stata solo una mossa tattica, ma un vero e proprio strappo con il passato. E ha già innescato una spirale preoccupante: inflazione in aumento, investimenti in calo, fiducia in caduta libera.

Trump pensava che, alzando il prezzo delle importazioni, avrebbe costretto le aziende a riportare la produzione negli Stati Uniti. Ma la realtà è diversa. L’industria americana è troppo costosa, la manodopera scarsa e l’economia è ormai troppo centrata sui servizi. La recessione, quindi, sembra inevitabile. È probabile che sarà accompagnata da un’inflazione ancora più alta e da un ulteriore crollo del dollaro, come dimostra il calo dell’indice del dollaro DXY, passato in poco tempo da 110 a quota 99,80, sui minimi degli ultimi tre anni.

Grafico indice dollaro DXY Grafico indice dollaro DXY Fonte Tradingview

Già oggi, molti investitori globali stanno voltando le spalle agli asset americani. Se nei prossimi mesi si traducessero vendite massicce di dollari, stimate tra 2 e 3 trilioni, rischieremmo di vedere il dollaro perdere definitivamente il suo status di rifugio. Larry Fink, CEO di BlackRock, ha messo in guardia: il mondo potrebbe iniziare a cercare alternative, dall’oro alle criptovalute, o addirittura un nuovo equilibrio multipolare basato su euro, yen e yuan in un sistema senza un centro dominante.

Paul Krugman: “Non è solo economia. È un attacco all’anima dell’America”

Il premio Nobel Paul Krugman ha criticato duramente la politica commerciale di Trump, definendola una “barzelletta senza logica economica”. Ma secondo Krugman, il problema non è solo economico, ma culturale: le grandi città americane - veri motori di innovazione e simboli della globalizzazione - sono oggi bersaglio di una visione chiusa, ostile all’immigrazione, all’istruzione e a una società aperta.
Non ci sono in gioco solo i numeri dei mercati, ma i valori fondamentali dell’Occidente: conoscenza, libertà e cooperazione. Se l’America abbandona questi valori, il vuoto che ne risulterà sarà colmato da qualcun altro, probabilmente dalla Cina, o forse semplicemente rimarrà vuoto, senza una guida.

Ecco cosa ci attende

Cosa succederà, allora, se questo scenario - che in parte è già realtà - diventerà definitivo? Le conseguenze non saranno quelle di una recessione ordinaria, con un rapido ribaltamento. No, stiamo parlando di un cambiamento strutturale profondo.
La crescita mondiale potrebbe rallentare in maniera irreversibile, con economie che si troveranno costrette ad adattarsi a un ritmo più lento e diseguale, non più a cicli brevi di calo e ripresa, ma a decenni di difficoltà strutturali. Negli Stati Uniti l’inflazione, invece di essere un fenomeno temporaneo, potrebbe diventare una compagna costante, costringendo a sacrifici in termini di occupazione e investimenti.

Il dollaro, che per tanto tempo è stato un punto di riferimento globale, rischia seriamente di perdere la sua centralità se i capitali internazionali iniziano a cercare altrove, magari in oro, criptovalute o in un nuovo sistema multipolare. I prezzi delle materie prime potrebbero crollare, non per eccesso di offerta, ma per una domanda che si riduce drammaticamente, spingendo molti Paesi emergenti in crisi fiscale e sociale.

I tassi d’interesse, dopo anni di rialzi, potrebbero ritornare prossimi allo zero, non per una felicità inflazionistica, ma perché la crescita stessa si esaurisce. Le catene del valore globale, che hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere, potrebbero sgretolarsi a causa di guerre, tensioni e dazi, mentre le operazioni di fusioni e acquisizioni tra paesi si bloccherebbero, soffiando via l’innovazione e riducendo la speranza di un futuro diverso.

Infine, il meccanismo stesso della rendita finanziaria - quel modo di generare ricchezza attraverso il capitale che ha sostenuto l’Occidente negli ultimi quarant’anni - potrebbe non funzionare più come prima, mettendo a rischio l’intero modello di prosperità su cui abbiamo fatto affidamento per decenni.

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