Quiet quitting: cosa significa e perché è un problema importante

Dimitri Stagnitto

14/09/2022

16/09/2022 - 11:03

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Dopo le grandi dimissioni arriva il quiet quitting, l’ennesimo passo nella degenerazione del mondo del lavoro. Ecco perché è ora di fermarsi.

Quiet quitting: cosa significa e perché è un problema importante

Il quiet quitting è l’ultima parola buzzword nel mondo del lavoro. Sebbene sembra che si riferisca al fenomeno delle dimissioni di massa, descrive in realtà un particolare atteggiamento sviluppato dai lavoratori, in particolare nel settore dei servizi, per cui l’impegno sul lavoro diventa una questione accessoria, l’intera dimensione lavorativa nella vita diventa accessoria.

La pandemia non solo ha sconvolto la vita di tutti con restrizioni e blocco degli incontri pubblici, ma, rompendo l’inerzia e le abitudini che ciascuno sviluppa e costruisce nella propria vita, ha anche avviato un processo psicologico di massa per cui in moltissimi hanno messo in discussione le proprie scelte professionali e il ruolo del lavoro nella propria vita.

Dopo le dimissioni in massa, e quindi il cambio di lavoro da parte di milioni di persone nel mondo (centinaia di migliaia in Italia), le persone hanno iniziato anche a limitare il loro carico di lavoro. Ecco che entra in scena il quiet quitting, il nuovo modo di fare il minimo indispensabile sul posto di lavoro.

Che cos’è il quiet quitting?
Il quiet quitting non significa che un dipendente ha abbandonato il proprio lavoro, ma piuttosto che ha limitato i propri compiti a quelli strettamente previsti dalla propria mansione per evitare di lavorare più ore o fare più del minimo necessario richiesto.

Il lavoratore in quiet quitting vuole fare il minimo indispensabile per portare a termine il lavoro e stabilire confini chiari per migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Questi dipendenti continuano a svolgere le loro mansioni, ma non aderiscono alla cultura «il lavoro è vita» per guidare la loro carriera e farsi notare dai superiori, si attengono a ciò che è previsto dalle loro mansioni e, tornati a casa, si lasciano il lavoro alle spalle e si concentrano sui compiti e sulle attività extra-lavorative.

Tuttavia, l’abbandono silenzioso potrebbe essere un segno che un dipendente non è soddisfatto della sua posizione o sta vivendo un burnout. L’abbandono silenzioso è un modo in cui il dipendente affronta il burnout per alleviare lo stress. Può anche significare che il dipendente è pronto a cambiare posizione o che sta cercando un altro lavoro.

Durante il periodo delle «Grandi Dimissioni», i dipendenti hanno iniziato a pensare alla propria carriera, allo stipendio e al modo in cui vengono trattati sul lavoro. La mancanza di opportunità di avanzamento, la bassa retribuzione e la sensazione di non essere rispettati sono stati i motivi principali per cui gli americani hanno lasciato il lavoro nel 2021, secondo un sondaggio del Pew Research Center negli Stati Uniti.

Perché i dipendenti stanno passando al quiet quitting?
Il termine «quiet quitting» sta emergendo come buzzword nel 2022 ma questa pratica non è nuova. In Italia la associamo allo stereotipo del «posto fisso», la cui forza nell’immaginario della società italiana è stata ben sottolineata dal film di Zalone «Quo vado?».

Oltre lo stereotipo, che esiste perché ha i suoi fondamenti nella realtà, il fenomeno della scarsa partecipazione emotiva al lavoro non riguarda solo il pubblico impiego e non è un fenomeno nuovo.

Come detto in precedenza, l’aver sottoposto a un cambio improvviso delle abitudini di vita e lavoro intere nazioni con il lockdown ha prodotto gli effetti tipici dello schema della shock economy mettendo le persone nella condizione di pensare sostanzialmente due cose:

  1. «Se tutto sommato le cose stanno funzionando lo stesso anche se non vado in ufficio, aveva senso prima che mi costringessero ad andare in ufficio?»
  2. «Se abbiamo dimostrato che le cose vanno avanti anche se lavoro da casa, l’azienda ora deve darmi valide ragioni per convincermi a tornare in ufficio.»

Le valide ragioni sono spesso sublimate mentalmente nell’aspettativa di un aumento della retribuzione che se arriva il più delle volte non risolve il problema se non nel breve periodo e se non arriva innesca immediatamente lo «staccare la spina» dal punto di vista dell’impegno e la ricerca attiva di nuovi stimoli con un lavoro diverso, anche questa soluzione spesso illusoria dato che il problema è globale e non legato a singole aziende.

Il nocciolo della questione è che, sottoposte a uno shock emotivo e all’idea di essere state fregate per anni con «il mito del lavoro in ufficio», molte persone stanno faticando a riprendere con serenità quelle abitudini della vita quotidiana legate al lavoro che comportano una componente di sacrificio.

Secondo un altro studio americano (Anatomy of Work 2022 di Asana) 7 dipendenti su 10 hanno sperimentato il burnout nell’ultimo anno. I risultati del rapporto mostrano anche che i dipendenti che soffrono di burnout sono meno impegnati, commettono più errori, lasciano l’azienda e sono a maggior rischio di morale basso.

Ora, se il 70% dei lavoratori di tutte le aziende nel settore dei servizi sperimenta contemporaneamente questo tipo di situazione è chiaro che il problema non sta nelle aziende ma in un fattore esogeno, ovvero lo shock seguito dalla diffusione di una cultura, rinforzata dalle dinamiche comunicative dei social network, per cui l’ideale prima desiderabile del lavoro di concetto retribuito, diventa ora non solo un non-obiettivo ma persino una condizione disagiata da cui fuggire.

Un esempio nostrano di questo fenomeno è il personaggio interpretato da Frank Gramuglia, salito alla ribalta proprio negli anni del Covid, che descrive la sua condizione di dipendente da scrivania come quella di «uno povero come la m***a» e continuamente sottoposto a vessazioni che altro non sono che la normale attività di ufficio prevista dalla sua professione, quindi «business as usual».

Ecco quindi che la normalità diventa l’inferno e la massima ambizione nella vita, ben esposta sempre dal personaggio di Gramuglia, diventa lo «stare a casa a non fare un c***o».

Ironia dei tempi moderni: attraverso la creazione di questo «Fantozzi del XXI secolo», decisamente più fragile e meno ambizioso dell’originale, la persona che sta dietro il personaggio ha effettivamente «spezzato le catene» del posto fisso e ha oggi probabilmente un reddito più elevato senza la prigionia del lavoro subordinato.

Quindi Frank Gramuglia ha ragione ed è un esempio virtuoso da seguire? No, e non perché quanto appena esposto non sia vero, per lui effettivamente «ha funzionato», semplicemente il «sistema delle piattaforme» è pura ed estrema gig economy e consente a uno su migliaia di andare oltre il lavoro non retribuito e a uno su milioni di arrivare al punto di rendere la propria condizione economica migliore rispetto al lavoratore dipendente medio, finché dura peraltro (a proposito, che fine ha fatto saluta Andonio?)

Ovviamente non auguriamo una parabola così breve a Gramuglia, così come siamo certi che nella sua produzione ci sia anche una vena critica esattamente come c’era nel Fantozzi di Villaggio.
Certo che è difficile immaginarsi un Gramuglia arrivare all’età della pensione facendo quello che fa oggi, il contesto stesso in cui opera si sarà trasformato enormemente in pochi anni con nuovi trend e nuovi paradigmi mentre grazie alla lunga e stabile carriera del mezzo cinematografico e televisivo Villaggio ha potuto sfruttare per decenni il personaggio Fantozzi.

Un ultimo punto molto importante da notare circa il fenomeno Gramuglia, valido per i «lavoratori autonomi delle piattaforme» in generale, è che l’impegno e la costanza che sono stati necessari per avviare i suoi profili e che sono necessari oggi per tenerli «sulla cresta dell’onda» (senza nessuna garanzia che ci rimangano) sono ampiamente superiori alla media dell’impegno profuso non dal lavoratore medio ma dal 10% dei lavoratori dipendenti più entusiasti e produttivi.

Non solo: il quiet quitting non è affatto possibile nel mondo delle piattaforme dove produrre con frequenza anche quotidiana contenuti che siano sempre «ingaggianti» è la regola base per cercare di sostenere un’ulteriore crescita e allontanare il giorno in cui il profilo e/o il canale passerà di moda e perderà in poco tempo la gran parte del valore accumulato.

Una vera e propria schiavitù senza diritti e senza possibilità di appello nel momento in cui l’algoritmo «non tira più» e il turno della popolarità passa a qualcun altro che esce dalla lunga fase del lavoro semi-gratuito per «lanciare il profilo», finché dura.

A Gramuglia va comunque un sincero applauso per ciò che ha saputo rappresentare, sperando che almeno una piccola parte di chi lo segue comprenda l’analisi antropologica sottostante alle gag e non si limiti a «fa ridere perché è vero».

Cosa devono fare le aziende per evitare il quiet quitting?
Nella conclusione dell’articolo arriva la fase molto politically correct in cui si dovrebbe scrivere che le aziende devono impegnarsi di più nel rendere il luogo di lavoro accogliente, confortevole e informale pensando al benessere dei dipendenti a 360°. Sarebbe una conclusione falsa, ipocrita e, peggio ancora, controproducente.

Il mondo delle dimissioni di massa e del quiet quitting non è sostenibile ed è un boomerang che tornerà dritto in faccia alla classe lavoratrice, gambizzando nel suo percorso anche una quota enorme di aziende.

Molte aziende che hanno investito largamente nelle politiche di «welfare lavorativo» ottengono perlopiù la trasformazione immediata delle iniziative estemporanee in diritti acquisiti per il futuro e l’aspettativa che in futuro queste misure aumenteranno.

La soluzione ovviamente non è certo quella di impostare una politica lavorativa da Gulag (anche se sarà la lineare condizione da cui si partirà, in una società poverissima e disperata, nel caso l’attuale sistema collassasse sotto il peso delle proprie contraddizioni e idiosincrasie) ma riportare l’attenzione su un punto fondamentale: il lavoro ha lo scopo nobile di darci un ruolo attivo nella società e di guadagnare con dignità le risorse che utilizziamo per sostentarci ed è una dimensione che deve essere integrata nella vita personale e non un accidente, da evitare se possibile e da vivere con malsopportazione se non si può evitare, il tutto nell’attesa spasmodica di poter tornare, con quante più risorse possibili, all’identità complementare che è diventata l’unica con cui ci si identifica, quella di consumatori.

L’unica soluzione è che ciascuno prenda coscienza che se è nella condizione di consumare è perché qualcun altro lavora diligentemente per permetterglielo e la società moderna si tiene finché una quantità sufficiente di persone rispetta questo impegno sociale.
Godersi una gita in barca con un capitano in quiet quitting o fare bungee jumping presso una struttura con operatori in quiet quitting sarebbe pericoloso, fare la spesa in un negozio con dipendenti in quiet quitting diventerebbe via via un’esperienza più spiacevole con scaffali vuoti (per via di operai e camionisti in quiet quitting) e lunghe file alle casse con cassiere in quiet quitting.

Certo, il problema sarebbe risolvibile con camion a guida autonoma, automi addetti alla logistica del negozio e casse automatiche. C’è solo da capire da dove verranno i redditi necessari per pagare la merce disponibile in negozio. Se dovessero mancare finirà per mancare anche la merce.

Pertanto, è fondamentale che la società lavoratrice (o potenzialmente tale) si svegli da questo incubo, che ancora non fa paura, e torni a integrare in modo positivo la dimensione lavorativa nella percezione di senso del vissuto, che gli obiettivi tornino ad essere come minimo tornare a casa la sera certi di aver dato il proprio contributo e, solo se si vuole strafare e si è disposti al relativo sacrificio, darsi ambiziosi obiettivi di crescita.

Il modello del puro consumo è una chimera che, arrivata al punto di rottura, può scatenare le sue conseguenze con estrema violenza e senza una soluzione facile per tornare indietro. Non solo: la vita da puri consumatori non arriva mai a dare le stesse soddisfazioni di una vita da produttori, ogni piacere è effimero e chiama un piacere più grande. Dato che le risorse non sono infinite questo può tradursi solo in frustrazione. La stessa che provate già oggi e che vi mette sui binari del quiet quitting. Forse, a ben vedere, siete già più consumatori che lavoratori. Il lavoro è solo una iattura, un accidente. Svegliatevi finché siete in tempo.

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