Altroché risparmiare, l’intelligenza artificiale sta costando più degli stipendi, ma a rimetterci sono comunque i lavoratori.
Spesso si considera che l’intelligenza artificiale può garantire buone occasioni di risparmio alle aziende rispetto ai lavoratori umani, con un costo spesso notevole ma quasi mai relativo alle spese. Fare affidamento all’IA, tuttavia, non è soltanto una questione di costi in termini assoluti, tant’è che molte aziende spendono più in IA che in stipendi per i dipendenti. Si potrebbe pensare a qualche complesso ma ragionevole investimento a lungo termine, invece sembra proprio che le aziende siano state colpite come un boomerang.
L’intelligenza artificiale costa molto di più di quanto pensassero e soprattutto più dei lavoratori in carne ed ossa, altroché il massiccio risparmio sperato. Tante delle aziende che nell’ultimo biennio hanno puntato sull’IA con licenziamenti di massa stanno pagando un conto salato, circostanza di cui gli ex dipendenti sicuramente accoglieranno con gioia, ma che nel grande schema delle cose è un tasto assai dolente.
Le aziende spendono di più per l’IA che per gli stipendi
Molte aziende di tutto il mondo stanno spendendo più per l’intelligenza artificiale che per pagare gli stipendi al personale. Ciò non accade perché le aziende in questione hanno lasciato tutti a casa e quindi la proporzione gioca in favore dei costi dell’IA, o meglio, solo parzialmente ciò incide. A conti fatti e a parità di condizioni fare affidamento sull’intelligenza artificiale è più costoso del personale umano per molte aziende e peraltro senza neanche contare tutti gli aspetti collaterali della vicenda, come gli errori, il livello qualitativo del servizio e così via. Tra gli esempi più emblematici troviamo quello di Nvidia che, come dichiarato da Bryan Catanzaro, Vicepresidente della sezione sulle ricerche applicate al Deep Learning, sta facendo i conti con un costo della potenza di calcolo maggiore rispetto al personale umano.
L’infrastruttura necessaria per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale richiede spese molto elevate e non del tutto preventivate, rispetto all’ovvia spesa per i software. Oltretutto, la spese totale dipende dalle complessità delle richieste, quindi aumenta inevitabilmente con il passare del tempo e dei licenziamenti. Sta affrontando lo stesso problema anche Uber, come confermato dal Ceo Praveen Neppalli Naga, che ha finito il budget di spesa per il 2026 all’inizio dell’anno soltanto per introdurre Claude, ma troviamo situazioni simili anche altrove, come in Ericsson e nella General intelligence company.
Certo, ci sono ancora tante imprese che considerano queste spese un segnale positivo per il futuro dell’azienda, ma il bilancio complessivo impone cautela. Il fatto è che se la potenza di calcolo e i token continueranno a salire l’uso dell’IA non sarà più sostenibile neanche sul breve termine, impedendo a priori alle aziende di crescere e raccogliere i frutti dell’investimento fatto.
Ma i licenziamenti continuano
Prima di annunciare un’inversione di tendenza per il mercato del lavoro, bisogna essere estremamente prudenti. Se fino all’anno scorso si temevano i licenziamenti per la sostituzione dell’intelligenza artificiale, oggi che l’IA costa sempre di più le aziende hanno comunque bisogno di ridurre le spese e per farlo tagliano il personale. Al momento, l’IA non è sacrificabile per chi opera in certi settori, come dimostrano i dati. Osserviamo per esempio che Alphabet, Microsoft, Meta e Amazon hanno pianificato per il 2026 di spendere 700 miliardi di dollari per l’intelligenza artificiale, a fronte di 60.000 licenziamenti annunciati negli ultimi 12 mesi.
Questa tendenza ci riporta al punto precedente, ossia i costi sottovalutati dell’IA e il fatto che non permettano alcun risparmio, sicuramente non immediato, per le aziende. Ma nonostante ciò, l’obiettivo non cambia, solo che vengono ulteriormente ridotte le spese per il personale per renderlo possibile. I prossimi mesi saranno un terreno cruciale per cominciare a tirare le somme, perché aumenterà il divario tra le aziende più grandi e solide e quelle che non potranno comunque farsi carico di questi costi, anche perché non ve n’è alcun ritorno immediato.
Se quest’ultima circostanza scoraggerà gli investitori, ed è probabile che lo faccia visto che i costi salgono ma i ricavi e la produttività no, possono saltare tutti gli equilibri. Quanto e per chi potranno ancora reggere le promesse a lungo termine?
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