Sembrava l’inizio della fine. Il Liberation Day, per gli investitori, era stato vissuto come il preludio di un ritorno al protezionismo più duro degli ultimi decenni. L’amministrazione Trump aveva risvegliato gli incubi delle tariffe doganali, minacciando barriere simili a quelle che negli anni ’30 avevano aggravato la Grande Depressione. I mercati avevano reagito nel modo più prevedibile: panic selling, volatilità, fuga dal rischio.
Ma ecco il colpo di scena.
Nel giro di poche settimane, tutto cambia. Dagli accordi di Ginevra con la Cina al forum con l’Arabia Saudita, Trump sorprende tutti abbracciando un inedito tono di cooperazione commerciale. L’espansione prende il posto della chiusura, il dialogo sostituisce la sfida. Quello che sembrava un ritorno alle guerre economiche si trasforma in un’apertura strategica, con un chiaro obiettivo: rafforzare la leadership USA in settori chiave.
E in questo nuovo scenario, c’è una categoria di titoli che potrebbe beneficiare più di ogni altra.
Le mosse di Trump: protezionismo? Non proprio.
Sintetizzando: Trump ha virato. Dopo aver spaventato i mercati con minacce di dazi estesi, ha improvvisamente concesso una pausa di 90 giorni sui dazi cinesi (quelli che erano destinati a colpire le esportazioni tecnologiche), con l’intesa che di una riduzione del 110% da entrambe le parti per contenere le tensioni commerciali.
Nel frattempo, al forum di cooperazione economica, Trump ha aperto un canale bilaterale con l’Arabia Saudita. Tema centrale? Non il petrolio. O meglio, non solo. Bensì, hanno parlato molto di intelligenza artificiale e semiconduttori. Che sia il nuovo petrolio? Potrebbe essere. L’accordo sembrerebbe mirare a uno scambio reciproco di supporto industriale nel comparto dei chip.
Un dettaglio importante: l’Arabia Saudita, pur non coinvolta nei blocchi imposti nel 2022 dal Bureau of Industry and Security, era considerata un potenziale vettore di triangolazione di tecnologia strategica con la Cina. Ora, invece, sembrerebbe un alleato potenziale per contrastare proprio l’eccessiva influenza asiatica nel mondo dei semiconduttori.
Il settore dei semiconduttori: pronto a ripartire?
Tutto questo sposta chiaramente l’attenzione su un comparto in particolare: i semiconduttori. Il settore ha vissuto un forte drawdown, con alcuni titoli che hanno perso oltre il 40% dai massimi raggiunti prima della stretta commerciale USA-Cina.
La possibilità di riaprire i canali con partner strategici (come l’Arabia Saudita per le risorse energetiche e la manodopera industriale, o la Cina per alcune terre rare e processi industriali intermedi) può rappresentare un catalizzatore decisivo per le aziende americane.
Nomi come NVIDIA, AMD, Intel, ma anche player specializzati come Micron, Broadcom, Marvell o Qualcomm, potrebbero essere tra i maggiori beneficiari. Le aziende produttrici di chip non solo vedrebbero migliorare i propri margini grazie a un alleggerimento delle catene di approvvigionamento, ma potrebbero anche beneficiare di nuovi investimenti pubblici e partnership strategiche a livello globale.
Un’occasione travestita da rischio
Il cambio di passo di Trump potrebbe rivelarsi, paradossalmente, una benedizione per il comparto tecnologico USA. Mentre il mondo finanziario è ancora focalizzato su dazi, sanzioni e timori geopolitici, la realtà è che la riapertura commerciale selettiva (non potrebbe essere chiamata in altro modo), potrebbe rappresentare una nuova fase di espansione per le aziende americane dei semiconduttori.