Il destino sa essere spietatamente beffardo perché lo scoppio della grana su Eurovita Assicurazioni non poteva capitare per il mondo finanziario e assicurativo in un momento più inopportuno.
Ricapitoliamo i fatti principali.
Dal 6 febbraio, dopo la nomina di un commissario da parte di Ivass (lo sceriffo italiano del mondo assicurativo), i riscatti delle polizze per tutti i clienti di Eurovita sono stati bloccati (fino a fine marzo 2023).
La compagnia assicurativa è stata sostanzialmente accusata di non rispettare i requisiti patrimoniali e secondo l’Ivass è necessaria una ricapitalizzazione.
La maggior parte dei clienti di Eurovita sono senza via di uscita: gli unici che possono richiedere attualmente di rientrare in possesso dei soldi investiti in queste polizze sono… i morti (In caso di decesso del contraente i beneficiari della polizza devono essere liquidati dalla compagnia) o in caso di liquidazioni a scadenza e anticipazioni relative alle forme pensionistiche complementari (che si possono ottenere solo a determinate condizioni). Gli switch (ovvero i passaggi da un fondo a un altro all’interno delle polizze unit) sono invece consentiti.
Il caso Eurovita, uno scandalo senza precedenti
Il blocco dei riscatti da parte di una compagnia assicurativa non si era mai si era visto in Italia e nemmeno probabilmente in Europa nel dopoguerra.
Una misura straordinaria quella del blocco dei riscatti della compagnia Eurovita evidentemente presa per evitare la fuga degli assicurati che sembra fosse già iniziata in una sorta di “insurance run” per nulla disneyana.
Vi ricordate o avete mai visto “Mary Poppins”? Il commissario Alessandro Santoliquido evidentemente temeva che si potesse ripetere una scena simile. Quella dove il giovanissimo Michael Banks urla all’avido banchiere che gli aveva strappato di mano i suoi 2 penny: «Rivoglio i miei soldi».
Peccato che le urla di questa discussione arrivino ad essere ascoltate da altri correntisti della banca nell’atrio che pensano che la banca non voglia rimborsare i depositi, scatenando il panico. In pochi secondi la direzione ferma i pagamenti e fa chiudere le sterline nel caveau.
Una scena “cult” che spiega bene come nel sistema finanziario l’equilibrio si basa molto anche sulla fiducia. E il comportamento di banchieri, bancari, parabancari e assicuratori (come dei controllori incaricati di sovrintendere che tutto si svolga nel rispetto delle regole e nel prevenire “incidenti”), come di tutti gli attori, deve evitare che si incrini.
Nel caso Eurovita se l’Ivass è arrivata a questa decisione di congelare i riscatti vi è poi un motivo valido. Questa compagnia da tempo aveva ricevuto un’ispezione da parte dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni che aveva caldeggiato un aumento di capitale che l’azionista di maggioranza (il fondo di private equity Cinven) non ha fatto, cercando piuttosto di uscire dalla società. La pazienza di Ivass è alla fine saltata costringendo a questa misura straordinaria (si spera temporanea) del blocco dei riscatti
Secondo l’IVASS Eurovita ha bisogno di una ricapitalizzazione di almeno 200 milioni. Potrebbe essere lo stesso sistema assicurativo a farsi carico di questo onere, per mantenere intatta la fiducia verso prodotti da sempre considerati sicuri.
E questa situazione ha messo in allarme tutto il settore perché il business delle polizze vita in Italia è importante (circa 800 miliardi di lire degli italiani sono investiti in questo modo) e il “business model” di Eurovita (fortunatamente non i comportamenti del suo azionista di maggioranza) è simile a quello di molte compagnie. Basato per buona parte (quasi l’80% del business) sul collocamento di polizze vita a gestione separata.
Le gestioni separate sono sicure?
Cosa sono le Gestioni Separate? Sono contratti assicurativi ma con contenuto prevalentemente finanziario dove i versamenti confluiscono in fondi “separati” virtualmente da quelli delle compagnie e investiti prevalentemente in titoli di stato e obbligazioni.
Un involucro assicurativo quello delle polizze vita a gestione separata che sembra garantire la quadratura del cerchio, perché immunizza dalle oscillazioni dei titoli obbligazionari e garantisce rendimenti stabili e positivi grazie al fatto che i titoli non sono valorizzati a mercato, ma al prezzo d’acquisto fino a quando non saranno venduti. Funziona tutto alla grande quando i tassi salgono. Ma cosa succede quando i tassi scendono e i titoli in portafoglio perdono valore? La Compagnia (lo richiede da alcuni anni una direttiva europea) deve avere le risorse sufficienti per accusare il colpo se inizia a esserci una “insurance run”, una corsa ai riscatti e i titoli vengono liquidati a valori (molti in negativo) rispetto a quelli nominali attesi a scadenza.
La compagnia per liquidare i sottoscrittori delle polizze deve vendere i titoli detenuti che però non si possono vendere al costo storico ma al prezzo di mercato; nel caso di Eurovita il rischio della corsa agli sportelli che si vede nel film “Mary Poppins” iniziava a essere temibile.
In assenza di una pezza patrimoniale messa dall’azionista di maggioranza della compagnia assicurativa con iniezione di mezzi freschi il rischio di non racimolare abbastanza soldi per liquidare tutti i sottoscrittori aumentava.
La compagnia assicurativa già da qualche anno aveva problemi: nel IV trimestre 2021 un’ispezione aveva fatto emergere alcuni rilievi importanti relativamente alla “metodologia e le assunzioni utilizzate nella determinazione delle riserve tecniche e nel calcolo del requisito patrimoniale di solvibilità”. L’Ivass aveva rilevato inoltre l’esposizione della Compagnia a “taluni fondi di investimento complessi”.
A fine novembre 2022 è stato nominato un nuovo presidente di Eurovita (Camillo Candia) ed è stato dichiarato con l’occasione che era stato presentato all’Ivass “un piano di risanamento per far fronte alle necessità di rafforzamento dei ratios patrimoniali”.
Il blocco dei riscatti si è reso necessario nel caso di Eurovita proprio perché si stava realizzando il peggior incubo evidentemente per Ivass e il mercato. I sottoscrittori di queste polizze, preoccupati dalla situazione societaria, hanno iniziato a chiedere sempre più massivamente di riscattare anticipatamente le polizze. Facendo emergere le minusvalenze latenti in portafoglio.
Un “vulnus” questo delle valutazioni al costo storico (e non al prezzo di mercato) dei titoli nelle gestioni separate ben conosciuto che è stato venduto per anni come un punto di forza e che ha presentato il conto tutto insieme agli assicuratori nel 2022 (secondo l’Ivass le minusvalenze latenti sul portafoglio complessivo delle polizze vita è arrivato a 55 miliardi di euro) con il forte ribasso dei titoli obbligazionari che ha interrotto bruscamente l’idillio.
Il caso Eurovita: guadagni fino all’80% per chi vendeva le polizze
“Se il caso Eurovita si allarga a macchia d’olio giorno dopo giorno, arrivando a coinvolgere 353.000 clienti, con 413.000 polizze per un totale di 15,3 miliardi di euro, una spiegazione c’è: le laute retrocessioni che la compagnia del ramo Vita garantiva agli oltre 6.500 consulenti finanziari che distribuivano i suoi prodotti” è stato scritto in questi giorni.
La maggior parte di queste commissioni vanno in realtà ai piani alti (e non a quelli bassi) ma evidentemente il “modello” italiano che vanta le turbo commissioni sul risparmio gestito tra le più alte in Europa alla lunga non è proprio un modello di virtù e sostenibilità.
Nella scorsa settimana il sito italiano di Citywire, uno dei principali siti business to business del settore, ha svelato, infatti, come fosse molto elevato per i distributori di Eurovita (molte delle principali banche e reti di consulenza finanziarie italiane) il monte commissioni. Fino all’80% a reti e banche private sulle unit-linked. Fino al 75% a reti e banche private sulle multiramo e fino al 47% a reti e banche private sulle gestioni separate.
Prodotti che potevano nel caso delle unit linked arrivare a costare al risparmiatore anche il 4-5% all’anno.
Lo sanno bene gli stessi addetti ai lavori e qualche tempo fa (febbraio 2022) un report di Mediobanca Securities dedicato agli “Italian Asset Gatherers” e dedicato in particolare alle quattro società quotate che operano nel settore del risparmio gestito (Azimut, Banca Generali, Banca Mediolanum e Fineco) ha evidenziato come l’attuale sistema di incentivazione nella vendita di prodotti finanziari in cui vengono pagate ai distributori retrocessioni sui prodotti acquistati dai clienti crei un meccanismo tutt’altro che virtuoso come sostengono invece gli alfieri dello status quo.
Secondo Mediobanca (non certo un organismo dinamitardo e contrario al potere finanziario) il potenziale conflitto di interessi è evidente quando un cliente al dettaglio viene consigliato sulla scelta tra prodotti che pagano diversi livelli di commissione o retrocessione al cliente.
In una precedente analisi dell’ottobre 2021 di 88 pagine, l’Ufficio Studi di Mediobanca passava al setaccio i 40 fondi più collocati ai risparmiatori da queste società di gestione, evidenziando come sui fondi più sottoscritti le spese correnti (in inglese ongoing charges), quelle che gravano sul sottoscrittore di un fondo, superano mediamente il 3% nel caso di Azimut e Banca Generali. Banca Mediolanum sui fondi più collocati applica in media costi dei fondi di investimento del 2,69%, Fineco del 2,33% e Anima del 1,65%.
Nel report erano fatti i casi concreti di fondi che potevano costare al risparmiatore anche più del 6% annuo fra costi diretti e indiretti.
Ed è inutile dire che in questo modo i costi assorbono spesso il rendimento finale per l’investitore. Nel caso dei fondi obbligazionari i costi dei fondi di investimento possono “mangiarsi” due terzi del risultato: tanto che nel report a cura dell’Ufficio Studi di Mediobanca ci si chiedeva già 2 anni fa se avesse un senso sottoscriverli.
Diverse case di gestione analizzate nel report si evidenziava poi che su un quarto dei fondi venivano applicate commissioni di performance sui suoi fondi, nonostante performance annuali negative per i sottoscrittori. Questo è possibile grazie al calcolo mensile anziché annuale delle commissioni di performance e secondo Mediobanca è semplicemente “inaccettabile”.
Abolire gli incentivi salverebbe il cliente dal conflitto di interesse e dai costi eccessivi?
Il caso Eurovita non sfuggirà ai commissari europei come esempio di cosa può succedere in un mercato ancora dominato dall’asimmetria informativa e dalla scarsa trasparenza come rilevato dalle stesse ultime ricerche Consob.
E per questo quanto sta accadendo nel mondo distributivo finanziario e assicurativo con il caso Eurovita in concomitanza con la discussione promossa dall’Unione Europea sul tema delle retrocessioni è doppiamente interessante. La realtà presenta il conto.
In queste settimane è, infatti, in discussione la proposta portata avanti in primis da Mairead McGuinness, responsabile dei servizi finanziari dell’Unione dei mercati dei capitali, che vuole vietare gli “incentivi” sui prodotti finanziari, bancari e assicurativi nell’Unione Europea.
Per incentivi si intendono le commissioni, versati dalle banche e assicurazioni a distributori, broker o consulenti finanziari che raccomandano i loro prodotti a un cliente al dettaglio e sono già vietati in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi.
Secondo l’orientamento della commissaria europea è giusto che si paghi un compenso al consulente che consiglia un prodotto o uno strumento. Ma questi dovrebbe essere remunerato sul servizio e non tramite il prodotto. Perché questo può alimentare un conflitto d’interesse fra intermediari, consulenti e risparmiatori e alla fine l’esperienza dimostra che in questo modo il costo lievita a danno dei consumatori.
Secondo l’orientamento dell’Unione Europea la consulenza dovrebbe essere quindi solo “fee only” (il modello seguito da consulenti autonomi e SCF che in Italia sono una netta minoranza rispetto al modello prevalente) dove il risparmiatore paga una parcella, come quando si va dall’avvocato, dal commercialista o dal medico e non “commission only”.
La Commissione Ue ritiene che il divieto di “inducement” ovvero di retrocessioni avrebbe un effetto positivo perché ridurrebbe di almeno un terzo il costo dei prodotti finanziari per i risparmiatori.
Sul tema inutile dire che la discussione è rovente perché evidentemente per le banche e assicurazioni soprattutto italiane (che sono quelle che applicano fra i costi più alti) una riforma in tal senso è vista come fumo negli occhi. Anche perché l’attuale sistema sicuramente è quello che genera il maggior monte commissioni per l’industria del settore (qualcuno ha provato a fare i conteggi e l’ha stimata in oltre 20 miliardi di euro all’anno) e con una discreta opacità perché se ancora oggi la maggior parte dei risparmiatori italiani pensa che sulla consulenza ricevuta dalla propria banca o dal proprio consulente non paga nulla (lo conferma l’ultima ricerca Consob) evidentemente c’è qualche cosa che non funziona nell’attuale modello di rendicontazione e trasparenza.
Per banche e assicuratori italiani vietare le commissioni sulle vendite di prodotti finanziari sarebbe naturalmente una “grave battuta d’arresto” per il mercato dei capitali dell’Unione europea e limiterebbe la scelta per i consumatori. Qualcosa di “illiberale” addirittura secondo Massimo Doris, n.1 di Banca Mediolanum, se l’Unione Europea decidesse di vietare le commissioni di retrocessioni (quelle incorporate nei prodotti).
Lo scoppio del caso Eurovita per il mondo bancario e assicurativo tricolore non poteva quindi che arrivare in un momento più inopportuno ed è fonte di crescenti imbarazzi.
Perché il fondo di private equity Cinven alcuni anni fa ha acquistato Eurovita, unendo più compagnie del settore con l’obiettivo di fare in pochi anni una bella operazione di “creazione di valore” e rivendere la compagnia?
Basta andare a leggere le analisi di quel tempo per scoprire facilmente che a fare gola era l’alta redditività che il mercato italiano offriva. Un mercato guidato dall’offerta dove la redditività delle compagnie assicurative italiane era considerata fra le più elevate in Europa come roe (ritorno sul patrimonio) medio.
Un mercato diventato fra i più grandi in Europa tanto che gli italiani secondo i dati della stessa Ivass erano arrivati a detenere il doppio delle polizze vita di inglesi e statunitensi.
Perché banche, assicurazioni e reti di vendita hanno spinto tanto questi prodotti?
Basta forse solo unire i puntini.
Comprensibile naturalmente che banche e reti soprattutto italiane vogliano difendere lo status quo ma la commissaria europea McGuinness per i servizi finanziari ha il compito di capire cosa è meglio per i risparmiatori.
“Non chiedere mai a un barbiere se è il caso di tagliare i capelli” ha detto una volta Warren Buffett.