La preferenza per liquidità è più deludente di quel che comunemente si è portati a pensare tra costi e mancati guadagni
Nel gergo calcistico c’è un noto refrain che più o memo recita così: “prima di pensare a segnare, assicuriamoci di non subirne alcuno”. Una massima che non fa una grinza che si può applicare anche al campo degli investimenti, qualunque sia l’asset considerato. In due battute, prima di pensare a guadagnare cerchiamo di difendere l’esistente in termini di tasse e costi e di perdite vere e proprie.
Facile a dirsi ma difficile a farsi, e di certo la scelta della liquidità pura e cruda non è la strada vincente, anzi. Non è una questione di punti di vista ma di numeri, di matematica pura applicata alla finanza. Per dimostrarlo prendiamo carta e penna e vediamo quanto valgono dopo 1 anno 50.000 o 100.000 € tenuti liquidi sul conto o libretto
Canoni mensili e imposta di bollo
La preferenza per la liquidità costa sempre, a prescindere dal sostentamento delle spese vive o meno che si sopportano. Nel primo gruppo troviamo i canoni di gestione dello strumento d’appoggio e l’imposta di bollo, nel secondo l’inflazione e il costo opportunità.
Il 15/12/’25 Banca d’Italia ha pubblicato i risultati dell’”Indagine sul costo dei c/c nel 2024”. Secondo i dati la spesa media complessiva di gestione sui c/c tradizionali (c/c presso banche fisiche) è rimasta quasi invariata a 101,1 € rispetto ai 100,7 del ‘23. La stessa è invece aumentata sia sui c/c online che postali. Nel 1° caso l’aumento è stato di +1,7 € portandosi a 30,6 €/annui medi, nel 2° si è passati a 71,6 € rispetto ai 67,3 € del ‘23.
Ora, volendo fare una media delle medie possiamo dire che al netto dei rari c/c completamente gratuiti poi vanno preventivati 6-7 €/mese di spese di gestione. Di contro i libretti sono solitamente gratuiti (quelli postali sempre), ma prevedono un’operatività molto ridotta.
A seguire c’è l’imposta di bollo, sicura sia su c/c che sul libretto per le cifre che noi stiamo considerando, ossia i 50 o i 100mila € tenuti cash.
L’erosione del potere d’acquisto
Facendo la somma ecco andare in fumo i primi 100 €. “Poca cosa”, forse si penserà, anche perché stiamo parlando di un marginale 0,2% di perdita su un capitale di 50mila €, e della metà su un capitale doppio.
Le perdite sono in genere più devastanti quando l’analisi cade sulla considerazione dell’inflazione di periodo. Vediamo cosa dicono i dati ufficiali.
Per l’ISTAT l’inflazione acquisita per l’intero 2025 è dell’1,5% circa, mentre Borsa Italiana e Banca d’Italia la stimano intorno all’1,7%. Noi arbitrariamente la fissiamo all’1,6%, un valore medio tra i due valori ufficiali.
Tradotto vuol dire che i 50.000 € depositati sul c/c il 1° gennaio 2025 e tenuti fermi per 365, al 31 dicembre ’25 valgono effettivamente all’incirca 49.200 €. L’erosione del potere d’acquisto sale invece a 1.600 € nel caso dei 100mila €. In entrambi i casi poi vanno tolti i 100 € circa delle spese attive di cui sopra.
Alla luce di queste considerazioni probabilmente nessuno sarebbe più disposto a dire “è poca cosa”. Figuriamoci quanto siano stati ingenti e devastanti i danni subiti da un X capitale tenuto liquido dal 2021 ai giorni nostri. L’inflazione è una perdita che non si vede, mai conteggiata nelle scritture contabili, ma che la si percepisce considerando il valore reale perso nel giro di pochi anni. Non solo, ma una volta subita è quasi irreversibile: da che mondo è mondo, i prezzi di solito tendono a stare fermi o a salire, e raramente a fare un mezzo passettino indietro.
Il costo opportunità di un capitale da poter investire
Tra i costi “invisibili” e quasi mai ricordato c’è il costo opportunità, cioè quello legato alla prima alternativa alla quale si rinuncia a seguito di una data scelta.
Vediamo di cosa si tratta. Se il signor Rossi detiene 100mila € cash è perché, quasi certamente, non vuol correre rischi ed averli disponibili all’occorrenza. Tuttavia, prodotti come i conti depositi bancari liberi e/o i BOT e/o i Depositi Supersmart si approssimano tantissimo a questi concetti e non avrebbero tanto “da invidiare” alla liquidità pura. Inoltre prevedono un rendimento attivo che a seconda dei casi, dei tempi e dell’emittente può spaziare dall’1 al 3%.
Anche qui pendiamo un valore intermedio del 2% lordo alle condizioni di mercato del 2025. Un prodotto del genere non avrebbe fatto la fortuna di nessuno, ma aiutato tantissimo, sì, a coprire tutti o buona parte dei costi diretti e indiretti di un X capitale.
Ecco quanto valgono dopo 1 anno 50.000 o 100.000 € tenuti liquidi sul conto o libretto
Infine, e questo lo menzioniamo integralmente noi della Redazione di Money.it, c’è un “fattore giustizia” da tener conto. In altri termini, quanto è giusto fare sacrifici e rinunce per mettere da parte un patrimonio liquido per poi vederlo “oziare” e non farlo lavorare per noi? Fermo restando che sarebbe comunque oneroso tra spese, tasse e inflazione, a molte delle quali è impossibile sfuggire.
Chi mette su un’azienda è perché vuol sfruttare un capitale e delle competenze professionali per generare nuovi soldi (profitti) da un patrimonio di partenza. In alternativa potrebbe metterlo a reddito e generare nuove entrate future costanti e/o a scadenza a seconda dei casi.
Lo stesso discorso dovrebbe valere per chi non si mette in proprio ma nel frattempo ha un patrimonio disponibile che sa per certo che non utilizzerà e/o spenderà. Cioè è meglio coccolarlo e vederlo erodere nel tempo o, almeno, provare a non subire goal?
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