Il Venezuela detiene il 18% delle risorse globali di petrolio. E questo fa molta gola agli Stati Uniti.
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio gli Stati Uniti, con un vero e proprio blitz, hanno catturato e arrestato il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, spodestandolo dalla guida del Paese. Maduro è stato condotto negli Stati Uniti, dove verrà processato con l’accusa di connivenza con il narcotraffico. Washington ha annunciato che assumerà temporaneamente la gestione del Venezuela fino alla formazione di un nuovo governo. Tra i settori che passeranno sotto il controllo statunitense figura anche quello petrolifero, considerato strategico.
In molti ritengono che il blitz americano non sia dovuto soltanto alla questione del narcotraffico, ma che dietro l’operazione si nascondano motivazioni economiche ben più profonde. A fare gola all’amministrazione Trump sarebbero soprattutto le enormi risorse naturali del Venezuela: petrolio, terre rare e altri elementi fondamentali per l’industria moderna. In particolare, l’attenzione degli Stati Uniti si concentra sul petrolio, di cui il Venezuela dispone in quantità enormi ma che non sfrutta pienamente. Inoltre, gran parte dell’export di greggio venezuelano è destinato alla Cina, principale rivale geopolitico degli Stati Uniti.
Trump non avrebbe accettato che circa l’84% del petrolio venezuelano finisse in Cina, consentendo a Pechino di consolidare un partner strategico così rilevante nel continente americano. Da qui l’intenzione di interrompere il flusso di greggio verso la Cina e di appropriarsi di una quota consistente di questa risorsa, ridisegnando gli equilibri energetici della regione.
Ecco quanto petrolio ha il Venezuela
Secondo gli ultimi dati disponibili, il Venezuela è la prima nazione al mondo per riserve di petrolio. Le riserve accertate ammontano a circa 303 miliardi di barili, pari a quasi il 18% delle riserve globali. Seguono l’Arabia Saudita, con una stima compresa tra i 267 e i 298 miliardi di barili, il Canada con circa 170 miliardi, l’Iran con 158 miliardi, l’Iraq con 145 miliardi e il Kuwait con 101 miliardi. Gli Stati Uniti risultano molto più indietro, con circa 36,5 miliardi di barili, mentre la Cina dispone di appena 25 miliardi. La Russia, invece, si colloca a quota 80 miliardi.
Va però considerato che il petrolio venezuelano è particolarmente pesante e tra i più ricchi di zolfo, quindi di qualità inferiore rispetto ai greggi leggeri e «dolci», che hanno un valore di mercato più elevato. Proprio per questo motivo, la Cina, dotata di infrastrutture adeguate alla raffinazione di greggi pesanti, è in grado di importare grandi quantità di petrolio venezuelano a prezzi molto bassi, sfruttandolo pienamente.
Fino al 2019, gran parte del petrolio venezuelano veniva esportato negli Stati Uniti. Successivamente, con l’introduzione delle sanzioni americane decise da Trump, Caracas ha interrotto le esportazioni verso Washington, trovando nella Cina un nuovo partner strategico. L’obiettivo dell’amministrazione statunitense sarebbe ora quello di spezzare questa dipendenza e riportare il petrolio venezuelano sotto l’influenza americana. Il Venezuela possiede enormi quantità di greggio nel sottosuolo, ma negli ultimi anni ha registrato una capacità estrattiva molto bassa. Trump ha già annunciato l’intenzione di assumere il controllo dei giacimenti per incrementare drasticamente la produzione giornaliera. A questo si aggiunge il tema delle terre rare, in particolare del coltan, molto abbondante in Venezuela e fondamentale per le nuove tecnologie, rendendo il Paese ancora più appetibile per le grandi potenze.
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