Quanto è cambiata (e dove può arrivare) l’India di Modi

Federico Giuliani

26 Gennaio 2024 - 07:11

Il 2024 potrebbe regalare a Narendra Modi uno storico terzo mandato alla guida dell’India. Dove può arrivare Delhi?

Quanto è cambiata (e dove può arrivare) l’India di Modi

Il 2024 potrebbe regalare a Narendra Modi uno storico terzo mandato alla guida dell’India. Salito al potere per la prima volta nel 2014, Modi ha recentemente promesso di trasformare il Paese in un’economia sviluppata entro il 2047, quando la nazione celebrerà il centenario dalla sua fondazione.

E pensare, come ha sottolineato il Financial Times in un lungo approfondimento sul tema, che soltanto nel 2013 Morgan Stanley considerava l’economia del gigante asiatico talmente vulnerabile da averla inserita nel gruppo delle cosiddette “Cinque Fragili”, insieme a Brasile, Indonesia, Sudafrica e Turchia. Un decennio più tardi l’India è corteggiata da consulenti, investitori e partner commerciali internazionali, nonché da aziende e multinazionali straniere alla ricerca di un’alternativa alla Cina.

L’economia indiana è inoltre una delle grandi economie a più rapida crescita del pianeta. Basta dare un’occhiata ai numeri per rendersene conto. Tra il 2014 e il 2022, il suo pil è cresciuto in media del 5,6% in termini di tasso di crescita annuo composto, mentre il tasso di crescita è stato ancora più marcato dal 2000 al 2010, quando è stata registrata una media superiore al 6%.

Modi e l’economia dell’India

Nelle prossime elezioni nazionali indiane, in programma a primavera, Modi punterà sul record economico raggiunto dal Paese nell’ultimo decennio quando il suo partito Bharatiya Janata Party (BJP) era al governo, pubblicizzandone i successi nel favorire la crescita, ridurre la povertà e costruire infrastrutture tra cui aeroporti, ferrovie e strade.

Anche le previsioni sono dalla parte del premier uscente. Già, perché se è vero che la crescita globale rallenterà dal 2,6% del 2023 al 2,4% nel 2024, l’economia di Delhi è cresciuta del 7,6% nei 12 mesi fino al terzo trimestre del 2023, battendo quasi ogni previsione. La maggior parte degli analisti prevede una sua crescita annua pari o superiore al 6% per il resto di questo decennio. Allo stesso tempo, ha evidenziato l’Economist, il pil pro capite a parità di potere d’acquisto è cresciuto nel decennio di Modi ad un ritmo medio del 4,3%, una percentuale inferiore al 6,2% rilevato sotto Manmohan Singh, il suo predecessore, anch’egli in carica per dieci anni.

Durante il suo doppio mandato Modi ha dovuto fare i conti con ingenti debiti inesigibili che per anni hanno limitato gli investimenti, la crisi finanziaria del 2007-2009 e, infine, la pandemia di Covid. Eppure Delhi ha conseguito traguardi rilevanti, ad esempio nella riduzione della povertà e nella crescita della classe media.

Per quanto riguarda il primo punto, secondo la Banca Mondiale la percentuale della popolazione indiana in condizioni di estrema povertà è passata dal 18,7% del 2015 al 12% del 2021. La rapida crescita economica ha inoltre rimpinguato le fila della classe media con decine se non centinaia di migliaia di persone. Per il think tank indiano People Research on India’s Consumer Economy, la classe media (che nell’analisi in questione comprende persone con un reddito familiare annuo compreso tra i 6.700 e i 40.000 dollari nel periodo 2020-21) è stata tra i gruppi di reddito in più rapida crescita da quando Modi ha preso il potere nel 2014.“ Il segmento con il reddito più alto – i ricchi – è salito da 30 a 90 milioni, mentre attualmente 520 milioni appartengono alla classe media, rispetto ai 300 milioni del 2014”, ha affermato Rajesh Shukla, amministratore delegato del citato think tank.

Le sfide di Nuova Delhi

Detto delle note positive, nel corso del suo doppio mandato Modi si era prefissato tre obiettivi economici: formalizzare l’economia, migliorare la facilità di fare affari e rilanciare la produzione. Sui primi due l’India ha compiuto progressi ma nel terzo i risultati sono stati al di sotto delle aspettative. L’economia indiana è diventata più formale sotto Modi, anche se a caro prezzo.

Per contrastare l’economia sommersa, dominata da imprese piccole e inefficienti che non pagano le tasse, il governo Modi ha attuato una improvvisa demonetizzazione. Nel 2016, ricordiamolo, Delhi ha vietato l’uso di due banconote di grosso valore che rappresentavano l’86% delle rupie in circolazione. L’obiettivo della mossa consisteva nel rendere inutili i guadagni illeciti – coincidenti in gran parte con l’economia informale - solo che quasi tutto il denaro sommerso era nel frattempo finito nel sistema bancario, facendo supporre che i reali truffatori fossero già rimasti senza contanti o che avessero riciclato i loro soldi. Al contrario, l’economia informale è stata schiacciata e gli investimenti delle famiglie sono crollati.

La demonetizzazione ha però accelerato la digitalizzazione dell’India. L’infrastruttura pubblica digitale del Paese include uno schema di identità universale, un sistema nazionale di pagamenti e un sistema di gestione dei dati personali. Ottimo il balzo in avanti anche sul fronte infrastrutture. Gli investimenti pubblici sono passati dal 3,5% del pil nel 2019 a quasi il 4,5% nel 2022 e nel 2023.

Nel 2020 il governo Modi ha inoltre lanciato un programma di sussidi del valore di 26 miliardi di dollari (1% del pil) per i prodotti fabbricati in India. Nel 2021 ha stanziato 10 miliardi di dollari aggiuntivi affinché le aziende di semiconduttori costruissero impianti a livello nazionale. Su questo fronte – e più in generale sulla capacità di attrarre grandi aziende estere – si giocherà la prossima partita dell’India. Terzo mandato di Modi permettendo.

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