Confronto tra costi e mancati guadagni su un capitale infruttifero in un’epoca in cui il costa della vita risale e gli yield sul reddito fisso pure
Ci sono costi e costi. La gran parte di essi si vedono giacché hanno una consistenza fisica, numerica per i quali si subisce un esborso fattivo. Vi rientra la rata del mutuo o il caffè al bar, il pedaggio autostradale, il rifornimento di carburante, l’acquisto di un paio di scarpe, etc. Essi si possono stimare tanto nei valori assoluti, cioè nei prezzi esposti sull’etichetta o impressi in un contratto. Oppure in termini relativi, cioè in rapporto alle ore di lavoro che bisogna sostenere per ricavare l’importo necessario per comprare un dato bene.
Poi vi sono altri costi che non si vedono ma che nei casi estremi possono fare più danno e più male dei primi. Ad esempio oggi tenere soldi liquidi sul conto corrente o sul libretto di risparmio costa di più. Ma che vuol dire?
Il primo nascosto della liquidità
Consideriamo la liquidità infruttifera tenuta sul c/c o sul libretto di risparmio, bancario o postale essi siano. In genere la si considera riposta nel posto più sicuro che vi sia, al riparo dai rischi e dai pericoli, ma è una credenza distante dalla realtà.
Anche la liquidità è una forma di investimento che comporta canoni e tasse (nei casi e forme di Legge). Poi vi sono altri due costi nascosti, il primo è l’inflazione, detta la «tassa occulta».
Per essa non si effettua mai un versamento in banca o alle Poste o un bonifico verso terzi, ma se ne subiscono le conseguenze sempre, senza eccezioni. L’inflazione riduce il potere d’acquisto del contante ovunque detenuto, dato che nel tempo è possibile acquistare una quantità minore di beni e servizi a parità di nominale. Cioè sulla carta resta sempre la stessa cifra, ma solo sulla carta, perché nei fatti si compra meno quantità degli stessi beni di ieri.
Ricapitolando, gli oggetti e il valore impresso sulle banconote restano invariati, ma il potere delle seconde sui primi è diminuito. In due battute, l’inflazione svaluta i risparmi.
Quanto salirà l’inflazione nel 2026?
Con lo scoppio del conflitto in Iran sono state riviste al rialzo le stime sul rialzo dei prezzi nel ’26. Il motivo è semplice: l’area del conflitto incide sull’export di petrolio e gas, la cui offerta si contrae facendo salire i rispettivi prezzi. Ora, petrolio e gas sono alla base di tantissimi cicli produttivi, per cui se salgono i prezzi delle materie prime a cascata saliranno quelli dei beni e servizi finali. È un passaggio semplice e lineare, anche se doloroso in termini economici, sia lato consumatori che risparmiatori.
Giorni fa l’UE ha dichiarato che l’inflazione potrebbe superare il 3% quest’anno se la guerra tenesse oltre i 100 $/ barile il prezzo del Brent, ed elevati quelli del gas. Cioè ha ritoccato le stime di uno 0,7–1% rispetto alle vecchie stime a 2,1%.
Per il risparmiatore in liquidità si prospetta un salasso sul 3% sicuro per il 2026 tra tasse, spese di gestione e inflazione.
In numeri, 10mila € versati cash sul libretto o c/c il 1° gennaio ’26 dovrebbero valere sui 9.700 € il 31/12/’26 tra tasse, spese e perdite di potere d’acquisto. Poi tutto dipenderà da caso a caso. Insomma, non proprio il migliore degli investimenti tra tutti quelli possibili e a disposizione.
Il rialzo dei rendimenti sul reddito fisso
L’altro costo nascosto che oggi gli investitori in liquidità devono sopportare è il costo opportunità. Il riaccendersi dell’inflazione ha portato a una risalita degli yield e dei potenziali ritorni sugli strumenti di investimento monetari. Può essere il caso dell’ETF o del fondo comune monetario, ma anche dei più comuni conti deposito e titoli di Stato a breve termine come i BOT, per esempio.
Al termine delle procedure d’asta il titolo ha esitato un rendimento di aggiudicazione del 2,372% (dati MEF), mentre stamane quota sui 97,66. Si tratta di un forte rialzo dei rendimenti rispetto al recente passato quando si era poco sopra il 2%. Ancora, almeno ad oggi si tratta del rendimento a un anno più alto dalla fine del 2024.
Tra i prodotti di matrice bancaria, i conti deposito a 12 mesi in genere sono rimasti indietro nei tassi attivi alla clientela. Fermo restando che sono tassati al 26% rispetto al 12,50% dei BOT, ma non prevedono spese di gestione rispetto ai secondi. Il divario resta relativamente più vantaggioso anche sui prodotti del risparmio postale come i Depositi Supersmart, anch’essi tassati al 26% ma privi di spese di gestione.
Laddove gli yield resteranno alti anche nel futuro prossimo, è ovvio che anche questi emittenti adegueranno le loro condizioni alla clientela.
Oggi tenere soldi liquidi sul conto corrente o sul libretto di risparmio costa di più
Vista nelle due direzioni, cioè dei maggiori costi invisibili da un lato e delle mancate opportunità di guadagno dall’altro, la beffa è doppia per chi investe in liquidità pura. Se la sua scelta può rivelarsi comprensibile in periodo di tassi nulli o quasi e di inflazione trascurabile, non altrettanto vale in periodi come questi. Le batoste di inizio decennio di chi è rimasto cash dovrebbero insegnare tanto e meglio rispetto a qualunque trattato o articolo di finanza. Le parole son parole, ma i numeri “contro” sono un dato di fatto davanti ai quali non si scappa.
Più in generale, lo strumento monetario “primo concorrente” del c/c o del libretto o comunque della liquidità dovrebbe:
- essere agevolmente trasformato in liquidità, in termini di tempi e costi;
- godere di adeguata garanzia sul capitale;
- offrire un rendimento almeno pari o prossimo al carovita di periodo, cioè capace almeno di proteggere il capitale nel tempo. Per farlo crescere, infatti, occorre il salto di qualità di prodotti, di mentalità e di strategie di fondo.
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