Comprare azioni italiane sembra una scelta prudente.
Conosciamo le aziende, utilizziamo i loro prodotti e leggiamo ogni giorno notizie sul Paese. Ma la familiarità non equivale alla diversificazione: anche un indice composto da molti titoli può dipendere da poche società capaci di generare quasi tutto il rendimento.
Proprio gli investitori italiani rischiano quindi di esporsi troppo all’Italia senza rendersene conto.
Quando Piazza Affari sale, aumentare il peso delle azioni italiane può sembrare una scelta naturale. Una Borsa che ha appena ottenuto buoni risultati, però, non diventa automaticamente più sicura.
Vivere in Italia non rende le società italiane più adatte al nostro portafoglio. Al contrario, può essere una ragione per limitarne il peso.
La domanda corretta non è quindi quali azioni italiane comprare, ma quanta Italia possiamo permetterci di avere senza concentrare troppo il rischio.
Il rischio Italia esiste già prima di comprare azioni
Un lavoratore italiano riceve spesso il proprio reddito da un’impresa italiana o dalla Pubblica amministrazione. Può possedere una casa in Italia, avere una pensione collegata ai conti pubblici e detenere BTP o altri titoli di Stato.
Anche le tasse, le spese familiari e il costo della vita dipendono dall’andamento dell’economia nazionale.
Comprare molte azioni italiane aggiunge quindi un’altra esposizione allo stesso Paese.
In presenza di una grave crisi italiana potrebbero peggiorare contemporaneamente:
- il valore delle azioni;
- il valore degli immobili;
- la sicurezza del lavoro o dell’attività professionale;
- il prezzo dei titoli di Stato;
- le prospettive della pensione pubblica.
Il dossier titoli potrebbe sembrare diversificato, mentre il patrimonio complessivo della famiglia continuerebbe a dipendere quasi interamente dall’Italia.
Il portafoglio non deve rappresentare la nostra nazionalità
La tendenza a preferire gli investimenti del proprio Paese viene chiamata home bias.
L’investitore compra ciò che conosce e interpreta la familiarità come una forma di sicurezza. Conoscere il nome di una banca, utilizzare i servizi di una società energetica o vedere ogni giorno un determinato marchio non significa però conoscere il valore corretto delle sue azioni.
Essere clienti di un’azienda non offre un vantaggio informativo sufficiente per investirci una parte importante dei risparmi.
Un investitore italiano potrebbe conoscere meglio le società quotate a Milano rispetto a quelle asiatiche o americane. Questo non rende però il mercato italiano più diversificato o meno rischioso.
La Borsa italiana è concentrata in pochi settori
Il FTSE MIB comprende le principali società quotate a Piazza Affari, ma il numero dei titoli non racconta tutta la storia.
Banche, assicurazioni, energia e servizi pubblici occupano una parte importante dell’indice. Tecnologia, software, comunicazione digitale e altri settori presenti nei grandi indici internazionali hanno invece un peso più limitato.
Un ETF sulla Borsa italiana riduce il rischio legato alla scelta di una singola azienda, ma non elimina:
- il rischio economico italiano;
- la concentrazione settoriale;
- la forte presenza delle banche;
- la sensibilità ai tassi di interesse;
- la dipendenza dalle decisioni politiche e fiscali nazionali.
Comprare l’intero indice italiano non equivale quindi a comprare una versione ridotta dell’economia mondiale.
Quanta Italia avere nella parte azionaria
Non esiste una percentuale corretta per ogni investitore. Età, patrimonio, lavoro, immobili e obiettivi personali possono cambiare molto il risultato.
È però possibile utilizzare alcune fasce indicative:
- Da 0% a 3%
È la quota tipica di chi utilizza un portafoglio azionario globale senza aggiungere una preferenza specifica per l’Italia.
- Da 5% a 10%
Rappresenta una moderata preferenza per il mercato italiano. Permette di investire in alcune società o in un ETF nazionale senza trasformare il portafoglio in una scommessa sull’Italia.
- Da 10% a 15%
Indica una convinzione più forte sulle aziende italiane. La concentrazione diventa significativa e dovrebbe essere una scelta consapevole.
- Oltre il 20%
Il rischio Italia diventa una delle componenti principali del portafoglio. Non si tratta più di una semplice preferenza geografica.
Per molti risparmiatori, una quota compresa tra il 5% e il 10% della componente azionaria può rappresentare un compromesso ragionevole.
Le percentuali riguardano la sola parte investita in azioni, non l’intero patrimonio.
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Un esempio con 100.000 euro
Immaginiamo un investitore con un portafoglio composto da:
- 60.000 euro in azioni;
- 25.000 euro in obbligazioni;
- 15.000 euro in liquidità.
Destinare il 10% della componente azionaria all’Italia significa investire 6.000 euro in azioni italiane.
I restanti 54.000 euro possono essere distribuiti tra Stati Uniti, Europa, Giappone, mercati emergenti e altre aree del mondo.
L’investitore mantiene così una presenza italiana visibile, ma la crescita futura del patrimonio non dipende soprattutto da banche, utility e imprese nazionali.
Destinare il 30% della componente azionaria all’Italia significherebbe invece investire 18.000 euro sul mercato nazionale.
La scelta diventerebbe ancora più rischiosa se lo stesso investitore possedesse una casa in Italia, molti BTP e un’attività professionale legata alla domanda interna.
Chi dovrebbe limitare le azioni italiane
Una quota ridotta può avere senso soprattutto per chi:
- lavora per un’azienda italiana;
- possiede un’impresa che opera prevalentemente in Italia;
- ha gran parte del patrimonio investito in immobili italiani;
- detiene già molti BTP;
- dipende dalla pensione pubblica italiana;
- non possiede altre esposizioni azionarie internazionali.
In questi casi, comprare azioni estere non significa scommettere contro l’Italia.
Significa evitare che lavoro, casa, pensione e investimenti dipendano tutti dallo stesso sistema economico.
Chi può permettersi una quota maggiore
Un peso più alto delle azioni italiane può essere più giustificabile per chi:
- vive e lavora all’estero;
- non possiede immobili in Italia;
- non detiene titoli di Stato italiani;
- possiede già un portafoglio globale ampio;
- conosce in modo approfondito alcune società italiane;
- investe in piccole e medie imprese poco presenti negli indici internazionali.
Anche in queste situazioni, aumentare il peso dell’Italia significa accettare un rischio aggiuntivo nella speranza di ottenere un rendimento superiore.
Non si tratta più di semplice diversificazione.
Quante singole azioni italiane comprare
La percentuale investita conta più del numero dei titoli.
Possedere cinque azioni italiane appartenenti allo stesso settore non offre una vera diversificazione. Anche comprare dieci o quindici società non elimina il rischio legato al Paese.
Un portafoglio di singole azioni dovrebbe includere imprese appartenenti a settori diversi. Costruire una diversificazione completa utilizzando soltanto titoli italiani resta però difficile, a causa della struttura di Piazza Affari.
Per molti risparmiatori, una soluzione più semplice consiste nel:
- utilizzare un ETF globale come parte principale del portafoglio;
- aggiungere una quota limitata di azioni o ETF italiani;
- controllare periodicamente il peso dell’Italia;
- considerare anche BTP, immobili e reddito professionale.
La risposta che molti investitori non vogliono sentire
Un investitore italiano non ha bisogno di un portafoglio prevalentemente italiano.
Proprio perché vive, lavora e costruisce il proprio futuro in Italia, potrebbe avere maggiore bisogno di diversificazione internazionale rispetto a chi non possiede altri legami economici con il Paese.
Per molti risparmiatori, destinare alle azioni italiane dal 5% al 10% della parte azionaria può essere sufficiente.
Superare il 15% può avere senso, ma richiede una motivazione precisa. Oltre il 20%, l’Italia non rappresenta più una semplice preferenza: diventa una delle principali scommesse del portafoglio.
Essere italiani è una nazionalità. Non è una strategia di investimento.