L’innovazione passa dalle piccole startup che operano in settori ad alto potenziale di sviluppo. Per sostenerle, caricandosi dei rischi di finanziamenti che possono rivelarsi anche avventati, c’è bisogno di investitori dallo sguardo lungo. Il venture capital è uno dei principali fattori che ha determinato il successo iniziale di multinazionali come Amazon, Apple e Google.
L’esempio emblematico è proprio quello degli Stati Uniti, che tra gli anni ’50 e ’80 promossero interventi legislativi per sostenere le giovani imprese americane. L’Europa è rimasta indietro e il venture capital si è sviluppato solo a partire dagli anni ’90. Particolarmente in ritardo risulta proprio l’Italia.
Tra il 2018 e il 2020 il mercato del venture capital in Italia è stato piuttosto statico, con investimenti da circa 500 milioni di euro all’anno. In seguito, con la nascita di Cdp Venture Capital, il Fondo Nazionale Innovazione di Cassa depositi e prestiti, gli investimenti hanno vissuto una crescita importante, arrivando a 1,9 miliardi nel 2021 e a 2,2 miliardi nel 2022.
Superato un anno da record, nel 2023 il mercato si è ridotto, anche se le prospettive sono positive: nei primi nove mesi del 2024 le startup italiane hanno già raccolto 1,1 miliardi, superando i livelli dell’intero 2023. Insomma, qualcosa si muove, anche se il mercato italiano ha dimensioni ancora molto ridotte se messo a paragone con quelli internazionali. E non serve guardare agli Stati Uniti: il ritardo è evidente anche al confronto con gli altri principali paesi dell’Unione Europea. Nel 2022 il mercato complessivo del venture capital in Italia è valso quasi lo 0,1% del Pil, molto meno rispetto alla media europea, dello 0,3%.
Considerando i settori imprenditoriali, l’ICT (Information and Communication Technologies) è senza dubbio tra quelli che attira i maggiori interessi da parte degli investitori. Secondo i dati Ocse, l’Italia è solo quattordicesima a livello Ue per investimenti di venture capital nel settore ICT. Nel 2023 i finanziamenti di venture capital in startup italiane attive nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (in tutte le fasi) sono stati pari ad appena lo 0,01% del Pil, allo stesso livello dell’Ungheria e più indietro rispetto a Francia e Germania (entrambe allo 0,03%).
L’Italia è indietro per molteplici motivi. In primis, come spiegato dall’amministratore delegato di Cdp Venture Capital Agostino Scornajenchi, durante la presentazione del piano industriale 2024-2028 avvenuta lo scorso aprile, in Italia c’è una «bassa propensione a trasformare i brevetti in impresa». Ma in generale il capitale fa fatica ad arrivare: mancano investitori istituzionali, ma anche quelli internazionali, che in altri paesi trainano la crescita delle startup.
I principali paesi per investimenti sono tutti al di fuori dei confini europei. Il leader assoluto è Israele, le cui startup del settore ICT hanno attirato nel 2022 investimenti pari al 2,86% del proprio Pil, seguite da quelle degli Stati Uniti allo 0,47% e del Canada (0,23%). La situazione non è cambiata dopo il 7 ottobre 2023. Nonostante la guerra, che superficialmente e di primo acchito potrebbe sembrare un fattore di freno, le startup israeliane continuano in realtà ad attirare fondi e finanziamenti, proprio perché sviluppano tecnologie con applicazioni in ambito militare.