Per andare in pensione, quanti contributi servono? Ecco il minimo richiesto per ciascuna forma di pensionamento.
Non esiste una pensione senza contributi, fatta eccezione per l’assegno sociale.
Quest’ultimo, tuttavia, non è un trattamento previdenziale, bensì una misura assistenziale destinata a sostenere coloro che, una volta raggiunta l’età prevista, pari a 67 anni, non dispongono di risorse economiche sufficienti.
Al di fuori di questa misura, quindi, la pensione senza contributi non esiste: per poter accedere a un trattamento previdenziale è infatti necessario aver maturato un’anzianità contributiva minima, anche quando è già stato raggiunto il requisito anagrafico previsto.
Quando si programma il proprio futuro previdenziale, è dunque importante sapere quanti anni di contributi occorre accumulare per acquisire il diritto al pensionamento.
La buona notizia è che, per chi ha iniziato a lavorare dal 1996 e rientra interamente nel sistema contributivo, può essere sufficiente anche un numero molto ridotto di anni di versamenti. Per l’esattezza, bastano 5 anni di contributi per evitare che quanto versato vada perduto, anche se in questo caso la pensione può essere riconosciuta solamente al raggiungimento di un’età più avanzata.
Come vedremo in questa guida, però, maggiore è il numero di contributi accumulati, maggiori sono anche le possibilità di anticipare il momento del pensionamento. Vediamo quali sono le principali opzioni.
Pensione con 5 anni di contributi
Come anticipato, quindi, in Italia, il limite minimo assoluto per andare in pensione è fissato a 5 anni di contributi, ma si tratta di un’opzione riservata a pochi. Questa possibilità è infatti accessibile solamente ai contributivi puri, ossia a coloro che hanno iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996 e non vantano alcuna anzianità contributiva precedente.
Anche rispettando questo requisito, l’uscita dal lavoro non è immediata: nel 2026 occorre attendere il compimento dei 71 anni di età, una soglia ben superiore rispetto a quella prevista per la pensione di vecchiaia ordinaria.
Il requisito anagrafico, inoltre, è destinato ad aumentare per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita. Nel 2027 serviranno infatti 71 anni e 1 mese, mentre dal 2028 saranno necessari 71 anni e 3 mesi, quindi altri due mesi in più rispetto all’anno precedente. Resta fermo il requisito di almeno 5 anni di contribuzione effettiva, con esclusione dei contributi figurativi.
Si tratta quindi di una possibilità utile soprattutto per chi ha avuto carriere molto brevi o discontinue, ma ha comunque bisogno di accedere a una forma di pensione pubblica durante la vecchiaia.
Esiste però un’alternativa per chi, prima di raggiungere i 71 anni, si trova in gravi condizioni di salute. Anche con soli 5 anni di contributi è infatti possibile ottenere una prestazione previdenziale senza dover rispettare uno specifico requisito anagrafico.
È il caso di chi, a causa di un’infermità o di un difetto fisico o mentale, presenta una capacità lavorativa ridotta a meno di un terzo. In questa situazione è possibile richiedere l’assegno ordinario di invalidità, a condizione che almeno 3 dei 5 anni di contributi richiesti siano stati maturati nel quinquennio precedente alla domanda. L’assegno, peraltro, è compatibile con la prosecuzione dell’attività lavorativa.
Nei casi ancora più gravi, quando viene accertata l’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa, si può invece richiedere la pensione di inabilità previdenziale, sempre nel rispetto del requisito contributivo previsto. Non è sufficiente, quindi, il generico riconoscimento di un’invalidità al 100%: ciò che conta è la specifica valutazione della capacità di svolgere un’attività lavorativa.
Anche in questo caso non è prevista un’età minima, poiché il diritto dipende principalmente dalle condizioni sanitarie e dalla contribuzione maturata.
Pensione con 15 anni di contributi
Solitamente per l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni di età sono richiesti, come vedremo di seguito, 20 anni di contributi. Tuttavia, per coloro che rientrano in una delle tre Deroghe Amato ne sono sufficienti 15 anni. Ciò è possibile qualora:
- i 15 anni di contributi siano stati maturati entro il 31 dicembre 1992;
- entro il 26 dicembre 1992 l’interessato sia stato autorizzato al versamento volontario dei contributi;
- l’anzianità assicurativa sia almeno pari a 25 anni, mentre almeno 10 anni devono risultare lavorati in modo discontinuo.
In tutti e questi tre casi, è necessario che almeno un contributo settimanale risulti nel sistema retributivo, quindi entro il 31 dicembre 1995.
Pensione con 20 anni di contributi
Diversamente, alla pensione di vecchiaia si accede con almeno 20 anni di contributi e al raggiungimento dell’età prevista. Nel 2026 il requisito anagrafico è pari a 67 anni, mentre nel 2027 salirà a 67 anni e 1 mese. Dal 2028 aumenterà di ulteriori due mesi, arrivando così a 67 anni e 3 mesi.
Sempre con 20 anni di contributi è possibile anche anticipare l’accesso allapensione al compimento dei 64 anni, possibilità tuttavia riservata ai soli contributivi puri (ossia chi ha iniziato a maturare contributi dopo il 1996). Per questi, infatti, la pensione anticipata si raggiunge una volta che tutti i seguenti requisiti vengono soddisfatti:
- 64 anni di età;
- 20 anni di contributi;
- importo della pensione non inferiore a 3 volte il valore dell’Assegno sociale (2,8 volte per le lavoratrici con un figlio, 2,6 volte per quelle con almeno 2 figli).
In tal caso quindi il pensionamento potrà essere anticipato di 3 anni rispetto a quanto previsto dalla normativa vigente. Anche in questo caso va considerato il prossimo aumento dell’età pensionabile che porterà a un incremento a 64 anni e 1 mese nel 2027 e a 64 anni e 3 mesi nel 2028.
Pensione con 30 anni di contributi
Con 30 anni di contributi è possibile invece anticipare l’uscita dal lavoro ricorrendo all’anticipo pensionistico conosciuto anche come Ape sociale.
Confermato anche per il 2026 (e anche per il prossimo biennio), questo consente di uscire dal mercato del lavoro all’età di 63 anni e 5 mesi, percependo nel contempo un’indennità sostitutiva della pensione.
A potervi accedere, però, sono solamente i disoccupati di lungo periodo, gli invalidi (almeno al 74%), i caregiver e i lavoratori addetti a mansioni gravose. E per quest’ultimi sono richiesti 36 anni di contributi, eccetto il caso dei lavoratori dell’edilizia per i quali ne sono sufficienti 32 anni.
Pensione con 41 e più anni di contributi
Per chi ha maturato almeno 41 anni di contributi vi è la possibilità di andare in pensione molto prima rispetto ai 67 anni indicati dalla pensione di vecchiaia.
Ad esempio con Quota 41 il diritto alla pensione si raggiunge indipendentemente dall’età anagrafica, in quanto è sufficiente una contribuzione di 41 anni. Tuttavia, tale opzione è riservata ai soli lavoratori precoci, ossia chi ha maturato 12 mesi di contributi entro il compimento dei 19 anni di età, che fanno parte di una delle seguenti categorie:
- disoccupati di lungo periodo;
- invalidi almeno al 74%;
- caregivers;
- addetti a lavori gravosi.
A questa si affianca la pensione anticipata, ossia quell’opzione per cui il collocamento in quiescenza avviene, indipendentemente dall’età, al raggiungimento di:
- 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini;
- 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne.
Attenzione, perché in questi casi in cui non è prevista un’età pensionabile, in quanto basta aver raggiunto un certo minimo di contributi, l’adeguamento con le speranze di vita si applica proprio ai contributi.
Per questo motivo, nel 2027 serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 11 mesi per le donne e 41 anni e 1 mese per i lavoratori precoci. Nel 2028, invece, si supera anche la soglia dei 43 anni nel caso degli uomini, mentre 42 anni e 1 mese sono sufficienti per le donne mentre 41 anni e 3 mesi per i precoci.
Come i contributi versati incidono sull’importo della pensione
Come visto sopra per andare in pensione in Italia serve un numero di contributi variabile in base alla misura a cui si ricorre.
Per quanto comunque è bene sapere che più sono gli anni di lavoro e maggiori possibilità ci sono di ottenere un assegno di importo soddisfacente.
Ciò vale tanto per la parte di pensione calcolata applicando il sistema retributivo (quindi per i periodi antecedenti al 31 dicembre 1995), dove per ogni anno di contributi spetta il 2% della retribuzione pensionabile, quanto per quella con il contributivo. Con quest’ultimo, infatti, la pensione è calcolata considerando i contributi effettivi versati dal lavoratore, pari solitamente al 33% dello stipendio percepito per i lavoratori dipendenti. Più sono gli anni di lavoro quindi e più si presuppone che il montante contributivo sarà più alto. Andare in pensione con 5 anni di contributi non sarà quindi lo stesso di andarci con 20, 30 o 40.
Pensione senza contributi, esiste un modo?
Concludiamo parlando di una misura che di fatto non rientra tra le opzioni di pensionamento ma che è allo stesso modo importante dal momento che si rivolge a tutti coloro che al compimento dei 67 anni non hanno maturato sufficienti contributi per accedere alla pensione di vecchiaia.
Ci riferiamo all’Assegno sociale che, non è un caso, da molti viene chiamato ancora “pensione” sociale. Con questo strumento spetta un assegno mensile il cui importo nel 2026 è pari a 546,24 euro (per tredici mensilità), ma solo per chi soddisfa determinati requisiti reddituali.
Nel dettaglio, per avere diritto a questa misura, per la quale non è richiesto alcun contributo previdenziale consentendo così di accedervi anche a chi non ha mai lavorato, è necessario avere un reddito non superiore all’importo annuo dell’Assegno sociale stesso, pari quindi a 7.101,12 euro. Spetta però per intero solo a chi ha un reddito pari a zero.