Fino a una settimana fa, l’unica traccia di esistenza della magistratura belga era contenuta nei romanzi di Georges Simenon. Oggi il Palazzo di giustizia di Bruxelles pare l’equivalente di quello milanese del 1992. All’epoca era il sistema delle tangenti italiano a essere finito sotto processo, oggi è quello degli interessi inconfessabili di interessi stranieri tramite eurodeputati e associazioni prezzolate. Stranamente, al 90% ancora riconducibili all’Italia.
Ciò che sfugge è che Bruxelles sia sede non soltanto delle istituzioni Ue ma anche della Nato. E che in un contesto come quello, le influenze siano pesantissime. Soprattutto in un momento in cui, formalmente, l’Europa è in guerra con la Russia attraverso il proxy delle sanzioni e del sostegno finanziario-militare all’Ucraina. Non a caso, impegno ribadito con forza sempre crescente proprio in queste ore di smarrimento e stupore, partire dalle risoluzioni del Consiglio Ue, quasi per ergerlo a collante di un’istituzione che rischia di andare definitivamente in pezzi.
Negare tutto questo equivale a negare l’evidenza. Perché per quanto i protagonisti finora emersi nella vicenda appaiano indifendibili alla luce delle prove emerse, il timing dell’accaduto appare sospetto. Dopo 12 anni di lobbying qatariota in difesa del suo lasciapassare verso il mondo, tutto salta fuori a Mondiale ormai terminato.
Quando Doha può tranquillamente limitarsi a negare ogni addebito, forte di una giurisdizione belga o europea che comunque si fermerà alla frontiera. E dopo che il capo della Fifa ha definito il Mondiale che si concluderà domani il migliore di sempre, derubricando i diritti umani a postilla rispetto a quelli di chi vuole godersi il calcio. Tutto bene?
In compenso, chi voleva cogliere il segnale, lo ha colto: attenzione a seguire l’esempio di Cina e Germania nel chiudere affari energetici con gli emiri. Perché il rischio è quello di trovarsi invischiati in storie di tangenti da mattinale. O, peggio, intrecci di spie e faccendieri degni di un romanzo di Le Carrè. Perché se, come in ogni giallo che si rispetti anche qui i servizi segreti internazionali paiono farla da padrone, un elemento fa riflettere: la magistratura belga si è mossa dopo le accuse di una talpa nell’Europarlamento. Animata solo da sete di giustizia e trasparenza?
Piaccia o meno, l’Europa è in guerra. Sotto insegne Nato. E quella guerra non si combatte solo con mosse di efficacia più o meno immediata come il price cap o i pacchetti di aiuti. Occorre fedeltà cieca a un’agenda che è ben più ampia e si inserisce nella prospettiva di una nuova contrapposizione fra blocchi. Dove ieri c’era l’Urss, oggi c’è la Cina.
La quale dopo aver conquistato l’Africa a colpi di prestiti miliardari e infrastrutture, oggi sta ampliando la sua sfera di influenza proprio al Golfo. Il tutto potendo già contare su due alleati di ferro nell’area di tensione mondiale come Iran e Siria. E di un veicolo di straordinaria potenza attrattiva e polarizzatrice come i BRICS.
Quei 27 anni di contratti di fornitura di gas LNG appena garantitisi da Pechino a Doha hanno fatto suonare l’allarme in ambiente atlantico. Ma è stata la firma della Germania a configurarsi come la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Non tanto per il controvalore in sé del contratto o per i suoi 15 anni di durata, bensì per la rottura diplomatica.
Berlino in meno di un mese ha ceduto una partecipazione dell’hub di Amburgo alla Cina e comprato gas in autonomia dal Qatar. Non va bene. Perché il rischio di emulazione è alto, stante l’inverno che è solo alle porte e gli stoccaggi che devono dimostrare davvero il loro grado di resilienza, almeno fino a fine febbraio.
Come DC e PSI pagarono, oltre a innegabili profili criminali nella gestione strutturale del finanziamento pubblico, una politica estera eccessiva autonoma e filo-araba, partendo dal Lodo Moro fino all’incidente di Sigonella, così oggi chi intenda discostarsi dall’agenda di isolamento e resistenza verso la Cina viene richiamato all’ordine. A molti è sfuggito ma, casualmente, proprio questa settimana Giorgia Meloni ha scritto al Corriere della Sera, promettendo alla madre 99enne di Graziella De Palo, il suo impegno per scoprire la verità su quanto accaduto alla figlia.
Di cosa si tratta? Graziella De Palo è una giornalista scomparsa a Beirut nel 1980 insieme al collega Italo Toni. E quale atto ha immediatamente invocato il presidente del Consiglio per tenere fede a quell’impegno preso da madre a madre? La desecretazione degli ultimi atti relativi ai rapporti fra Italia e OLP. Di fatto, il lodo Moro, quel tacito patto che permetteva alle milizie palestinesi di operare traffici di armi e reclutamento su territorio italiano, garantendone in cambio l’immunità da attacchi.
E chi nell’agosto del 2019 presentò una proposta di legge per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta ad hoc? L’attuale sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti, nemmeno a dirlo di Fratelli d’Italia. E chi, soprattutto, oggi si occuperebbe di quella desecretazione, grazie a una freschissima nomina tecnica in seno al ministero dei Beni culturali, dicastero che ne è in parte investito attraverso l’Archivio Centrale di Stato?
Emanuele Merlino, stratega culturale di Fratelli d’Italia e figlio di Mario, esponente di Avanguardia Nazionale che terminò nelle inchieste sulla strage di Piazza Fontana. Anche per il suo presunto ruolo di agente provocatore e infiltrato. Dulcis in fundo, la Cia avrebbe scoperto come Enrico Mattei, simbolo dell’indipendenza energetica italiana, fosse in realtà un fascista, riciclatosi dopo aver acquistato per 5 milioni di lire dalla DC false credenziali da partigiano. Il tempismo si spreca.
La Cia riscrive il caso Mattei: “Era fascista: pagò la Dc per fingersi partigiano" https://t.co/5BsgBTzlMx (scopri la app) #RepSelezione
— Repubblica (@repubblica) December 17, 2022
Tutto questo sta accadendo oggi. Ma, ovviamente, quelle fotografie di denaro imbustato degne del sequestro a casa di Pablo Escobar riescono magnificamente ad assolvere al loro ruolo di cortina fumogena. Dagli al corrotto, come nel 1992. Non stupirebbe, quindi, l’esplosione di un più roboante Chinagate a seguito dell’ampliamento delle indagini sul Qatar e in ossequio a quella volontà di fare chiarezza assoluta sottolineata con forza dal presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola. E ribadita proprio da Giorgia Meloni intervenendo al Consiglio Ue.
Perché mentre parliamo di mazzette da Qatar e Marocco per garantirsi buoni uffici e buoni rapporti nella patria del lobbysmo (a Bruxelles sono circa 12.000 quelli accreditati e operativi), Oltreoceano e in ambienti Nato si parla sempre più insistentemente di invio di missili Patriot all’Ucraina. Ipotesi che - se ai proclami seguissero i fatti - Mosca ha già bollato come nuova linea rossa e palese coinvolgimento diretto degli Usa nel conflitto. Il tutto dopo quella strana prova generale di attivazione dell’articolo 5 che è stato il missile caduto in Polonia.
L’influenza cinese in Europa va fermata, a tutti i costi. E questa inchiesta appare un warm up perfetto. Prepariamoci a una svolta atlantista ancor più radicale del nostro governo, perché stante i conti che ormai sono alle soglie dell’insostenibilità - come dimostrato dai nervi tesi con la Bce, al cui attacco si è inusualmente posto in prima fila proprio il ministro della Difesa - occorre avere un alleato forte per evitare un altro 2011. Una strategia tanto obbligata quanto pericolosa. E disperata. Perché la Cina non è il Qatar. E la Russia non è il Marocco.