Pubblicità o canone? Il vero problema della Rai sono le funzioni e i costi

Guido Salerno Aletta

03/12/2024

Non è aumentando il canone o l’affollamento pubblicitario che si incide sulla struttura della Rai. E’ quella che è, perché a tutti fa comodo che rimanga così.

Pubblicità o canone? Il vero problema della Rai sono le funzioni e i costi

Dopo la riforma del sistema di esazione del canone radiotelevisivo, con il pagamento che dal 2017 viene addebitato sulle bollette dell’elettricità della prima casa, una soluzione adottata dal governo Renzi per contrastare la diffusa evasione che falcidiava gli introiti della Rai, riducendo contestualmente l’importo da 113 euro a 90 euro annui per tener conto degli effetti di recupero conseguenti, ora la Lega chiede di ridurne l’importo aumentando contestualmente l’affollamento pubblicitario parificandola a quella delle altre televisioni commerciali: una misura che, se approvata, inciderebbe pesantemente sugli introiti degli altri concorrenti.

Non è solo Mediaset che si oppone, ma tutto il sistema dell’editoria che soffre da tempo: il mercato pubblicitario è infatti sostanzialmente anelastico, per cui una maggiore disponibilità della Rai ad accogliere inserzioni comporterebbe una generalizzata diminuzione delle tariffe, anche di quelle che oggi pratica. In sostanza, il risultato è quello di diluire gli incassi.
Si ribalterebbe la logica del sistema attuale in cui la Rai, che beneficia di un finanziamento misto, composto dai proventi del canone e da quelli della pubblicità, deve rispettare un limite inferiore di affollamento pubblicitario.
E’ questa, d’altra parte, la soluzione adoperata in molti altri Paesi.

Nel Regno Unito, la BBC non può ospitare alcuna pubblicità, fatta eccezione per il canale BBC World News, che trasmette in tutto il mondo sia gratuitamente che a pagamento, essendo finanziato dalla sola pubblicità, mentre il canone annuo è di 169,5 sterline, che saliranno a 174,5 dall’aprile del prossimo anno.
In Francia, a partire dal 2022 è stato abolito il pagamento da parte dei singoli della Contribution à l’audiovisuel public che veniva effettuato insieme a quello della Tax d’habitation per un importo che nel 2021 era stato di 138 euro, facendone ricadere l’onere sull’Iva. Per quanto riguarda la pubblicità, è fissato un limite molto stringente: su France 2 e France 3, per esempio, non solo non può superare in media i sei minuti per ora di trasmissione, con il limite di otto, ma è completamente vietata dopo le ore 20. Per i canali privati, invece, i messaggi pubblicitari non possono superare in media i nove minuti per ora di trasmissione, con il limite di dodici minuti.
Mentre questi due esempi del Regno Unito e della Francia confermano l’orientamento a contenere nettamente la pubblicità nei canali della televisione pubblica, per quanto riguarda l’entità del canone occorre fare riferimento al numero di canali che vengono diffusi ed al loro effettivo contenuto: il terzo canale della Rai, ad esempio, è infatti un ibrido, perché solo l’informazione è di carattere regionale ed è differenziata.

Si arriva al nodo: occorre stabilire che cosa la Rai deve trasmettere per obbligo di servizio pubblico, e che cosa deve essere lasciato alla sua libertà editoriale affinchè i programmi siano comunque appetibili dal pubblico. In linea generale, i costi dei programmi di servizio pubblico devono essere coperti dal canone, mentre quelli ulteriori per intrattenimento devono essere coperti dagli introiti pubblicitari: è una questione di contabilità regolatoria. Ciò non significa, quindi, che non ci deve essere alcuna interruzione pubblicitaria all’interno dei programmi di servizio pubblico.

L’attività di produzione, come la gestione dei costi della Rai, diviene cruciale. Purtroppo, i vincoli di disciplina economica e finanziaria sono facilmente eludibili: ad esempio, i limiti in materia di personale in pianta stabile creano una nuvola di precari che devono sobbarcarsi ad ogni incombenza sgravando il personale inquadrato regolarmente. Le sedi territoriali, poi, hanno un costo fisso rilevante rispetto al prodotto fornito: ci sono tantissime televisioni private locali che offrono servizi sicuramente comparabili, se non migliori, per completezza di informazione.

In realtà, la Rai è da sempre una struttura servente rispetto al sistema politico: maggioranza ed opposizione, alternandosi nel tempo, hanno accesso ad un sistema di potere mediatico ed economico.
Inutile, dunque, farsi illusioni: non è aumentando il canone o l’affollamento pubblicitario che si incide sulla struttura della Rai. E’ quella che è, perché a tutti fa comodo che rimanga così.

Argomenti

# Rai
# TV