Proteste Hong Kong, che succede? I motivi del caos

Proteste Hong Kong: che succede e cosa vogliono i manifestanti e la Cina? I motivi del caos

Proteste Hong Kong, che succede? I motivi del caos

Che succede a Hong Kong? Le proteste non si fermano, la tensione è altissima e la situazione è ormai piombata nel caos.

Le notizie di poche ore fa raccontano di duri scontri al Politecnico circondato dalla polizia e trasformato in roccaforte delle proteste da giorni.

La violenza è aumentata in modo allarmante nelle ultime ore. La situazione sta precipitando in uno stato di violenza tra i più preoccupanti dall’inizio delle proteste.

A rendere il clima tesissimo non c’è soltanto l’uso massiccio di lacrimogeni da parte degli agenti contro gli studenti. Anche gli arresti nei confronti dei manifestanti e la minaccia delle forze dell’ordine di impiegare armi da fuoco stanno allontanando ogni possibilità di dialogo. Il mondo intero si sta chiedendo che succede a Hong Kong e quali sono i motivi delle proteste.

Proteste Hong Kong, che succede? Le ultime notizie

La situazione ad Hong Kong è peggiorata nelle ultime ore, dopo che nei giorni scorsi si sono riaccese rivolte molto violente.

La morte del primo manifestante, il giovane studente di 22 anni in circostanze ancora da chiarire; il ferimento di un uomo con un colpo di pistola da parte della polizia durante le proteste e la scena cruenta di un cittadino che si è dato fuoco hanno segnato in modo drammatico l’ultima settimana.

Ad oggi, i fronti aperti di quella che ormai si prefigura come una vera e propria guerra cittadina sono almeno due. Da una parte c’è la vicenda del Politecnico della città. Qui restano ancora prigionieri centinaia di manifestanti dopo che nella notte la polizia ha cercato di evacuare l’edificio. L’uso di lacrimogeni e cariche da parte degli agenti ha impedito la liberazione pacifica della sede universitaria.

Sarebbero 38 i feriti degli scontri avvenuti intorno all’area del Politecnico. Intanto, sono in aumento anche gli arresti tra i manifestanti. Decine di persone sono state fermate fuori dall’Hotel Icon.

In queste ore, è stata di nuovo bloccata Nathan Road dai manifestanti, tornati alla carica con mascherine e vestiti neri. Un secondo fronte di violente proteste, quindi, è attualmente aperto.

La questione del divieto dell’uso delle maschere: le novità

In queste ore concitate è arrivata la notizia dell’incostituzionalità della legge che vieta l’uso della maschera durante le proteste.

La dichiarazione dell’Alta Corte afferma che il divieto imposto con la legge di emergenza dalla governatrice Carrie Lam restringe i diritti di libertà delle persone in modo sproporzionato. C’è, quindi, violazione della Costituzione.

La questione è di cruciale importanza, considerando l’effetto che aveva avuto sulla rabbia dei manifestanti. L’escalation verso la vera e propria guerriglia era iniziata proprio a seguito del divieto anti-maschera da parte dell’esecutivo.

La legge stabilisce che i trasgressori, ovvero i manifestanti che continueranno a coprirsi il volto per non essere identificati, verranno puniti con multe e il carcere fino ad un anno. Sono previste delle attenuanti, in caso si indossi una maschera per motivi di salute, religiosi o per lavoro. Ammende e carcere scattano anche se il manifestante non segue l’ordine dell’agente di polizia di togliere la maschera per consentire il riconoscimento.

Il punto più controverso e pericoloso, però, è il metodo di applicazione della legge: la dichiarazione dello stato di emergenza. La decisione di Carrie Lam di attivare queste disposizioni speciali ha avuto effetti dilaganti sulla rabbia dei manifestanti.

L’ultima volta che si è fatto ricorso a questa legge, che ha origine nel periodo coloniale è il 1967, in occasione del movimento di rivolta contro gli inglesi guidato dalla Cina di Mao.

Legge di emergenza: cosa succederà ad Hong Kong?

L’immediata applicazione del divieto anti-maschera è stata possibile grazie al ripristino delle leggi di emergenza. In questo modo, Carrie Lam può introdurre qualsiasi regolamento che ritenga opportuno per garantire la pubblica sicurezza, senza dover passare in Parlamento per la discussione e la votazione.

La gamma dei poteri disponibili è ampia e comprende la censura dei media, il controllo dei porti, la confisca di proprietà e ulteriori poteri di arresto, detenzione e espulsione per la Polizia.

Il governatore può anche autorizzare le ricerche senza mandato del tribunale e la censura e la soppressione delle comunicazioni.

In caso di mancato ripristino dell’ordine, il governo di Hong Kong ha ancora altre due opzioni estreme.

Applicando l’articolo 14 della Legge fondamentale - la mini-costituzione di Hong Kong - il governo locale può utilizzare le guarnigioni dell’Esercito popolare di liberazione in situazioni gravi di disordine pubblico.

L’altra opzione è l’articolo 18, che consente al Comitato permanente del Congresso nazionale cinese di dichiarare uno stato di guerra o uno stato di emergenza. A quel punto, Pechino può emanare qualsiasi legge per fronteggiare la crisi di Hong Kong.

L’altra strada che rimane aperta è la concessione di alcune richieste ai manifestanti. Ma questa via non sembra prevalere al momento.

I motivi delle proteste di Hong Kong: cosa vogliono i manifestanti?

Le manifestazioni di oggi, iniziate a giugno, si muovono partendo dalla proposta di una legge sull’estradizione che, se approvata dal Parlamento locale, consentirebbe alla Cina continentale di processare gli accusati per crimini gravi, quali stupro e omicidio.

La legge nasce sulla base di un episodio di cronaca rilevante. Nel febbraio 2018 un ragazzo di Hong Kong è stato accusato dell’omicidio della fidanzata in Taiwan. Le leggi di Hong Kong non prevedono l’estradizione e Taiwan non ha quindi potuto precedere a processare il ragazzo.

I gruppi e i movimenti in difesa dei diritti umani vedono nella legge un passo deciso all’ingerenza cinese nel sistema di Hong Kong, nonché strumento che la Cina potrebbe usare contro i suoi oppositori; nulla impedirebbe al regime di inventare scuse allo scopo di estradare qualcuno.

Le proteste, che sono diventate via via sempre più violente, coinvolgendo persone di tutte le età, professioni e ceto sociale, hanno portato il 15 giugno alla sospensione dell’emendamento da parte della Lam, che si ritrova ora in una posizione scomoda. I manifestanti, che la accusano di voler prendere tempo e di essere troppo vicina a Pechino, chiedono le sue dimissioni.

Le proteste comunque non accennano a smontarsi e continuano a paralizzare la città: dal traffico stradale a quello aereo. E ai manifestanti una sospensione del disegno di legge non basta, deve essere ritirata definitivamente.

Nel mirino naturalmente anche Carrie Lam che deve dare le sue dimissioni, mentre i manifestanti arrestati rilasciati e prosciolti da ogni accusa. Le proteste si spingono oltre e chiedono al governo maggior democratizzazione in modo da realizzare un vero e proprio suffragio universale.

Cosa vuole la Cina?

Hong Kong non vuole diventare cinese, questo è chiaro. La sua popolazione gode di diritti che i cinesi possono solo sognare. Di fatto si autogoverna e, fatta eccezione per le questioni di Difesa e Politica estera, il suo sistema giudiziario è totalmente basato sulla Common Law britannica: libertà di culto, associazione, impresa e parola non sono assolute ma largamente garantite.

Inoltre, nonostante Hong Kong abbia perso peso nell’economia cinese nel corso degli anni, i suoi abitanti sono nettamente più ricchi rispetto agli abitanti del continente, con quasi 40mila dollari di reddito annuo pro capite contro i 7mila cinesi.

Pechino non ha voglia di aspettare il 2047, la scadenza delle condizioni di rimpatrio, vuole inglobare Hong Kong e mettere fine al famoso “Un paese, due sistemi”. La Cina in questi anni si è messa a correre e Hong Kong fa parte dei piani di sviluppo economici, tecnologici e politici che vuole opporre al dominio Usa.

Piani che si ritrovano nella Greater Bay Area, il progetto più ambizioso della Cina: progetto che mira a far confluire in un unico grande spazio, compreso tra la Cina continentale e le due aree amministrative speciali, Hong Kong e Macao, l’innovazione tecnologica, il turismo, la manifattura e i servizi finanziari; in altre parole una piattaforma che aumenti le potenzialità di apertura internazionale dell’economia cinese.

La Cina corre, lo ha ben capito il presidente americano Donald Trump che non ci ha messo molto a fare due più due sulla questione proteste di Hong Kong, e l’eventuale repressione militare di Pechino, con la guerra dei Dazi che inasprisce le dinamiche commerciali tra Usa e Cina.

E anche il presidente cinese Xi Jinping si rende ben conto dell’impatto che un suo intervento militare avrebbe sui Paese a cui ora si sforza di tendere la mano in nome del commercio e del reciproco benessere.

Dello stallo che la Cina sta concedendo, continuano ad approfittare i giovani manifestanti di Hong Kong, consci che non può durare. Ora resta da capire, e da vedere, chi vincerà la “guerra” tra i rivoluzionari libertari della vecchia borghesia di Hong Kong, o i nazionalisti della nascente borghesia della Cina continentale.

Storia dei rapporti Hong Kong-Cina: la rivoluzione degli ombrelli

Se fino agli anni novanta inoltrati Hong Kong era considerata dai cinesi il modello di ricchezza e avanguardia da seguire, la rapida crescita economica del Dragone ha cambiato le cose. Oggi i rapporti tra i due paesi non sono facili, soprattutto per l’incessante propaganda che il regime cinese impone ad Hong Kong.

La prime avvisaglie di crisi risalgono al 2014 quando, durante le celebrazioni per la restituzione di Hong Kong alla Cina, a Hong Kong venne organizzata una manifestazione proprio per chiedere più autonomia; l’episodio segnò l’inizia della “Rivoluzione degli ombrelli”.

Il motivo dietro alla richiesta fu l’annuncio di una riforma elettorale che, a partire dal 2017, avrebbe decretato una massiccia influenza cinese sulla creazione dell’esecutivo di Hong Kong.

Le proteste furono inizialmente pacifiche e tra i vari enti che ne presero parte sono stati centrali la Hong Kong Federation of Students e Scholarism, guidata dal futuro volto del movimento il 17enne Joshua Wong, e la Occupy Central, movimento locale di disobbedienza civile.

Nel 2015 il Parlamento di Hong Kong respinse la legge elettorale proposta dalla Cina, che tuttavia continuò a esercitare pesantemente la sua influenza.

Da quell’occasione alle odierne proteste di Hong Kong il passo è stato breve.

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Argomenti:

Hong Kong Cina

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