Processo penale telematico, ecco cosa serve davvero per digitalizzare la giustizia italiana

Agostino Imperatore

07/01/2025

In un contesto in cui la giustizia si fonda su tempistiche e formalità rigorose, l’inaffidabilità del sistema telematico può concretamente compromettere il diritto di difesa.

Processo penale telematico, ecco cosa serve davvero per digitalizzare la giustizia italiana

Non vi è dubbio che la società moderna sia ormai una società digitale, così come è evidente che la quotidianità della professione forense, che di fatto assorbe e riflette i cambiamenti della società civile, sia pienamente immersa in questo contesto.

Negli ultimi anni, non si può non considerare come la professione forense, ormai quasi interamente digitalizzata, sia sopravvissuta quasi darwinianamente, adattandosi ai tempi molto meglio di quanto avrebbe potuto fare se fosse ancora completamente «cartacea» ed «in presenza».

In ambito di processo civile, si è concluso un percorso avviato nel 2014 e culminato nel 2020 con importanti innovazioni. Tra queste, l’obbligo di deposito telematico per gli atti dei procedimenti avanti ai Tribunali e alle Corti d’Appello, la possibilità di svolgere udienze tramite collegamento da remoto e l’introduzione delle udienze a trattazione scritta, laddove non sia necessaria la presenza delle parti.

In ambito di deposito telematico, le norme più innovative e, di conseguenza, più complesse da implementare sono quelle relative al Processo Penale Telematico (PPT), che rappresenta uno degli interventi più ambiziosi nella digitalizzazione della giustizia italiana, sostenuto con risorse pari a circa 2,68 miliardi di euro dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Di queste risorse, una parte significativa è stata infatti assegnata alla digitalizzazione dei procedimenti penali di primo grado, con un’integrazione di ulteriori 36 milioni di euro per garantire l’interoperabilità tra le piattaforme informatiche del PPT.

Una riforma, quella del PPT, attesa da tempo e che promette maggiore efficienza e riduzione dei tempi processuali del 25% entro il 2026, ma che, come tutte le rivoluzioni, porta con sé sfide complesse.

Tra queste, emergono importanti criticà strutturali, atavici malfunzionamenti tecnici oltre ad un importante gap generazionale che rischia di accentuare le difficoltà di adattamento della categoria forense ad una rivoluzione di tale portata. Questi malfunzionamenti non sono semplici inconvenienti, ma veri e propri ostacoli che mettono a rischio il diritto di difesa, in quanto potenzialmente lesive della regolarità e dell’efficienza delle attività processuali. Problematiche come il blocco delle piattaforme, l’impossibilità di accedere al sistema per il deposito degli atti e la difficoltà nell’apposizione della firma digitale possono determinare ritardi significativi nella presentazione degli atti, rischiando di far perdere scadenze perentorie.

In un contesto in cui la giustizia si fonda su tempistiche e formalità rigorose, l’inaffidabilità del sistema telematico può concretamente compromettere il diritto di difesa, ostacolando gli avvocati nello svolgimento del proprio ruolo e, di conseguenza, incidendo direttamente sui cittadini, il cui diritto di accesso alla giustizia rischia di essere seriamente pregiudicato.

A complicare ulteriormente la situazione è il regime transitorio del «doppio binario», che permette il deposito degli atti sia in formato telematico che cartaceo. Tale sistema, invece di facilitare la transizione, sembra creare confusione e duplicazione degli sforzi, aggravando i già pesanti carichi di lavoro dei professionisti. Non sorprende che il Ministero della Giustizia abbia deciso di rinviare l’obbligatorietà del PPT per diverse fasi del procedimento penale.

A ciò si aggiunga un’ulteriore criticità, spesso ignorata, quale l’elevata età media della categoria forense, secondo i più recenti dati di Cassa Forense composta per oltre il 40% da ultracinquantenni, generazione cresciuta professionalmente in un contesto analogico e dunque meno avvezza all’uso di tecnologie digitali.

Il PPT rappresenta sì allora un passo necessario per modernizzare il sistema giudiziario italiano, allineandolo agli standard di altri Paesi europei, tuttavia la fretta nell’implementazione e la mancata risoluzione delle criticità non devono in alcun modo trasformare questa rivoluzione in un boomerang. Per garantire il successo della digitalizzazione della Giustizia, sarà infatti essenziale investire in infrastrutture tecnologiche solide, organizzare corsi di formazione su larga scala per gli avvocati e stabilire un dialogo costruttivo tra il Ministero della Giustizia e le associazioni di categoria.

Il Processo Penale Telematico è dunque molto più di un semplice strumento: è il simbolo di un cambiamento epocale, ma per fare in modo che questa innovazione non diventi un’ulteriore fonte di disuguaglianza e inefficienza, sarà necessario affrontare con urgenza i problemi strutturali e culturali che oggi lo frenano.

La strada è lunga, ma imprescindibile. Un’adeguata digitalizzazione della Giustizia non è più rinviabile.