Privatizzazione di Ferrovie dello Stato: modello Terna o azionariato popolare?

Guido Salerno Aletta

25 Novembre 2024 - 11:37

L’azionariato popolare emerge come una soluzione innovativa per la Rete Ferroviaria Italiana, trasformando i cittadini in comproprietari degli asset e favorendo una nuova responsabilità economica.

Privatizzazione di Ferrovie dello Stato: modello Terna o azionariato popolare?

Tre vettori di forza stanno per convergere.

Il primo vettore è rappresentato dalla rinnovata esigenza di abbattere il debito pubblico, tornato ad un elevato rapporto sul pil per via dei consistenti sostegni offerti all’economia con i vari Bonus, primo tra tutti quello per le ristrutturazioni edilizie che pure ha avuto il merito di sostenere un settore che è stato particolarmente colpito in questi anni dal crollo dei valori immobiliari a partire dalla crisi del 2010-2012, e dal forte aumento del tasso di interesse sui mutui. L’abbattimento dell’inflazione, obiettivo che è stato raggiunto sia impoverendo le retribuzioni, che hanno perso potere di acquisto in termini reali, sia aumentando i tassi di interesse che si sono scaricati sulle famiglie e sulle imprese indebitate, non consentirà più di utilizzare la forte crescita nominale del pil per ridurne il rapporto rispetto al debito pubblico.

Il secondo vettore in gioco è rappresentato dai consistenti interventi in campo ferroviario previsti dal PNRR, che riguardano numerose direttrici fondamentali per lo sviluppo dell’economia: basta pensare alla realizzazione del collegamento in Alta velocità/Alta capacità tra Genova e Milano, che è vitale per restituire al Porto di Genova la necessaria funzionalità correlata alla costruzione del nuovo gigantesco bacino foraneo; al nuovo tracciato tra Catania e Palermo ed al raddoppio di alcune tratte della linea Messina-Catania o di quella Ancona Orte, per non parlare del potenziamento della Caserta-Foggia e della Napoli-Bari. E’ uno sforzo infrastrutturale molto rilevante che influirà positivamente sulla produttività generale.

Il terzo vettore da considerare è rappresentato dalla necessità di convogliare il risparmio delle famiglie verso impieghi di carattere non speculativo, rivolti alla crescita dell’economia reale. Addirittura sono gli stessi vertici della Bce, che dopo aver introdotto innumerevoli paletti alla concessione dei crediti da parte delle banche, per non parlare dei criteri prudenziali relativi alle partecipazioni, ora si dicono preoccupati per l’ingente quota dei depositi tenuti liquidi e senza impiego produttivo.

C’è una prima soluzione, a dire il vero scontata: si tratta della privatizzazione di RFI, la società ora interamente pubblica che detiene e gestisce la rete ferroviaria, per quotarla in Borsa e poi cederne pacchetti azionari più o meno sostanziosi il cui provento verrebbe destinato all’ammortamento di corrispondenti somme di debito pubblico. Mentre verrebbe soddisfatta la prima esigenza, rimarrebbero senza risposta adeguata le altre due, visto che RFI rimarrebbe interamente debitrice nei confronti dello Stato per le quote degli investimenti non coperte da erogazioni a fondo perduto e che ad acquistare in sede di IPO le quote messe in vendita sarebbero i soliti Fondi di investimento mentre il risparmio delle famiglie rimarrebbe ancora una volta fermo nei conti correnti bancari a vista.

L’alternativa non consiste solo nella possibilità di far intervenire direttamente la Cassa Depositi e Prestiti, che già a fine Ottocento ebbe un ruolo fondamentale nella nazionalizzazione delle reti ferroviarie date in concessione, al fine di utilizzare il risparmio delle famiglie per procedere al loro riscatto e per finanziare i necessari investimenti per l’adeguamento e l’ammodernamento del sistema.

Ora si tratterebbe di fare un altro passo in avanti, andando oltre il cosiddetto “modello Terna” che vede la CDP acquistare direttamente quote di proprietà di società pubbliche che gestiscono reti infrastrutturali, usando quote del risparmio postale: far emettere da parte della RFI, magari coadiuvata dalla CDP, titoli di debito riservati al mercato retail, convertibili a termine in quote di partecipazione della stessa RFI.

In fondo, non si tratterebbe altro che di dare attuazione all’articolo 47 della Costituzione, secondo cui:
“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

L’azionariato popolare comporta una responsabilità nuova da parte dei Cittadini: rappresenta un passaggio fondamentale nell’evoluzione dei rapporti con lo Stato, laddove i primi abbandonano finalmente il ruolo passivo di creditori-rentier, che assumono mediante la sottoscrizione dei titoli del debito pubblico, per diventare finalmente comproprietari degli asset pubblici.