Molti risparmiatori e investitori italiani hanno una parte importante dei propri soldi legata alla Borsa di casa nostra, sia attraverso azioni singole, sia tramite ETF, fondi comuni, PIR o piani pensionistici.
Negli ultimi mesi Piazza Affari ha mostrato una buona forza, attirando l’attenzione di tanti che cercano rendimenti in un contesto di tassi ancora elevati.
Ma proprio in questo momento di apparente ottimismo arriva un dato importante che invita tutti a fermarsi un attimo e a fare il punto sulla situazione.
Il dato da conoscere
Piazza Affari ha infatti raggiunto un P/E ratio ovvero un rapporto prezzo/utili a 14,01: non si tratta di un numero astratto. Esso indica che le azioni italiane costano, in media, più del solito rispetto agli utili che le aziende generano.
Per chi ha famiglia, un mutuo e un portafoglio da proteggere, questo è il momento di capire se è il caso di continuare ad accumulare o di aggiustare la rotta prima che la musica cambi. Il P/E ratio misura quanto gli investitori sono disposti a pagare per ogni euro di utile delle aziende quotate.
Quando sale troppo, come ora, il mercato è considerato “caro” rispetto alla sua storia. Negli ultimi cinque anni la media si è fermata a 10,61: oggi siamo nettamente sopra, in una zona di sopravvalutazione. Questo non vuol dire che domani crollerà tutto, ma suggerisce che i rendimenti futuri potrebbero essere più modesti di quelli a cui ci siamo abituati.
La Borsa Italia è più cara di quanto sembri guardando al passato
Se allarghiamo lo sguardo agli ultimi dieci o venti anni, il quadro resta simile: le medie storiche del P/E ratio oscillano tra 11,17 e 11,46. Il valore attuale di 14,01 supera queste soglie in modo chiaro, con una deviazione che gli analisti classificano come “overvalued”. In pratica, chi ha comprato negli ultimi anni ha goduto di buoni guadagni, ma chi entra oggi lo fa a prezzi più alti del solito.
Per il risparmiatore medio italiano, che spesso ha esposizione alla Borsa Italia attraverso il proprio fondo pensione o un ETF, questo significa che potrebbe essere saggio verificare quanto pesa il mercato domestico nel proprio portafoglio complessivo.
Anche rispetto al resto del mondo il segnale è interessante. Il rapporto prezzo/utili è ancora più basso di quello mondiale (21,89) o europeo (17,71), ma la velocità con cui è salito negli ultimi mesi è maggiore. Questo crea un divario che molti investitori italiani stanno già monitorando: forse è il momento di non concentrarsi solo sull’Italia e di guardare anche ad altre piazze con valutazioni più equilibrate.
I modelli previsionali parlano chiaro: rendimenti futuri più bassi
Guardando ai dati storici degli ultimi trent’anni, i modelli statistici indicano che partire da un rapporto prezzo/utili così alto riduce le probabilità di rendimenti elevati nei prossimi anni. Per esempio, su un orizzonte di dieci anni il ritorno mediano atteso è intorno al 2,43% annuo, con uno scenario possibile che va da un -6% a un +11%. Un altro modello, basato sui rendimenti passati, è ancora più prudente e prevede addirittura un ritorno medio negativo intorno al -5,5% nei prossimi dieci anni. Sono stime, non certezze, ma servono a ricordare una regola semplice: quando il mercato è caro, è meglio avere aspettative realistiche.
Per l’investitore italiano che accumula ogni mese con un piano di accumulo, questo non significa fermare tutto. Può invece essere utile rallentare gli acquisti sulla Borsa Italia e destinare una quota maggiore a mercati o asset con valutazioni più convenienti, mantenendo però una parte di esposizione domestica perché l’Italia resta un pezzo importante della nostra economia.
Il trend tecnico resta positivo, ma la cautela è d’obbligo
Dal punto di vista del prezzo, la Borsa Italia sta viaggiando bene: l’ETF di riferimento (iShares MSCI Italy ETF è sopra del 11,77% rispetto alla media mobile a 200 giorni e del 7,90% rispetto a quella a 50 giorni. Questo significa che il momentum è ancora a favore di chi è già investito. Per chi ha già una buona esposizione, quindi, non serve vendere tutto in preda al panico. Piuttosto, un consiglio pratico è quello di fissare dei livelli di stop o di iniziare una riduzione graduale dell’esposizione se il portafoglio è troppo concentrato sull’Italia.
Molti risparmiatori italiani si stanno chiedendo proprio in questi giorni se sia il caso di ribilanciare. Una strategia semplice e operativa è quella di controllare la propria asset allocation: se l’Italia pesa più del 30-40% del portafoglio azionario, potrebbe essere il momento di spostare una piccola quota verso Europa più ampia, Stati Uniti o mercati emergenti, senza stravolgere tutto.
Come comportarsi in questa fase di mercato
In concreto, per chi ha un piano di accumulo mensile, un’ottima mossa è mantenere gli investimenti regolari ma destinare la prossima tranche a quote di ETF più diversificati. Chi invece ha già un capitale investito può pensare a un ribilanciamento leggero: vendere una piccola percentuale di ETF Italia e reinvestire dove le valutazioni sono più basse. Non serve essere perfetti, basta essere costanti e non farsi prendere dall’entusiasmo o dalla paura. Il mercato cambia velocemente e il P/E ratio potrebbe normalizzarsi da solo nei prossimi mesi. L’importante è non basare tutta la strategia su un solo indicatore, ma integrarlo con altri segnali come l’inflazione, i tassi di interesse e la salute delle aziende italiane.