Quando, mercoledì 30 marzo, i membri del Grand Jury di Manhattan hanno votato a favore dell’incriminazione dell’ex presidente Donald Trump, è stato infranto un tabù che durava da 230 anni, ossia da quando è stato eletto il primo presidente, George Washington. Il precedente è di una rilevanza istituzionale che è ancora impossibile da soppesare nelle sue conseguenze future.
“Alvin Bragg, il progressista di provincia, sta scatenando forze di cui tutti noi potremmo arrivare a dolerci”, ha commentato funestamente il Wall Street Journal, conscio come tutti della estrema polarizzazione nella politica americana nell’imminenza della campagna presidenziale per il 2024.
La gravità della decisione del District Attorney (DA) di New York, Alvin Bragg, di sottoporre al Gran Giurì gli elementi di accusa in mano al suo ufficio per avere il via libera all’arresto e al processo di Trump ha provocato un prevedibile terremoto politico. Il muro contro muro è evidente nelle dichiarazioni dei rappresentanti dei due partiti che ruotano attorno a due concetti: “Questa è una incriminazione politicamente motivata”, che è la tesi del GOP, unito per respingere l’attacco; e “La legge fa il suo corso”, che è la tesi contrapposta dei DEM.
“Alvin Bragg ha irreparabilmente danneggiato il nostro Paese nel tentativo di interferire nelle nostre elezioni presidenziali”, ha dichiarato a caldo lo Speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, californiano. “Così come abitualmente libera criminali violenti per terrorizzare il pubblico, egli ha usato il nostro sacro sistema giudiziario come un’arma contro il presidente Donal Trump”. (L’allusione ai “criminali violenti” è alla pratica giudiziaria, dichiarata da Bragg, di non perseguire i reati, come gli assalti e i furti nei supermercati, perché sono commessi quasi sempre da gente povera e delle minoranze).
”Il popolo americano non tollererà questa ingiustizia, e la Camera dei deputati riterrà Alvin Bragg responsabile per questo suo abuso di potere senza precedenti”.
All’opposto, “il Grand Jury ha agito sulla base dei fatti e della legge”, ha twittato l’ex Speaker Nancy Pelosi, democratica. “Nessuno è al di sopra della legge e ognuno ha il diritto di andare a processo per provare la sua innocenza”. Una breve frase, ma dentro ci sono una gaffe rivelatrice e una falsità. La gaffe è la pre-convinzione della colpevolezza di Trump. Essendo lui l’imputato, non gli va riconosciuta la presunzione di innocenza, regola aurea del diritto. Dovrà provare lui che è innocente, una aberrazione processuale visto che è l’accusa che ha il dovere di dimostrare che l’imputato ha commesso un reato. La falsità è che nessuno è al di sopra della legge. Purtroppo, chi ha tenuto in questi anni gli occhi aperti ha visto l’opposto, se si trattava di Democratici invischiati in casi di giustizia. Hunter Biden è il caso più clamoroso, e si trascinerà finché il babbo è al potere. In passato, John Brennan e James Clapper, quando erano direttori della Cia e della National Intelligence durante l’amministrazione democratica di Barack Obama, mentirono sotto giuramento durante le audizioni congressuali, ma non subirono alcuna conseguenza penale.
Quindi, l’imparzialità è una chimera, affidata alla buona fede e integrità giudiziaria dei District Attorney (DA), i procuratori distrettuali. Costoro rappresentano la pubblica accusa, un ufficio pubblico retto da un individuo che è stato selezionato per rappresentare lo Stato nei procedimenti criminali di giustizia. Il DA è insomma il responsabile della amministrazione della giustizia in una comunità, e viene eletto dai cittadini - come qualsiasi altro rappresentante politico - quale leader di un ufficio che si avvale di centinaia di legali per gestire i casi.
Sulla piazza di New York, come nel resto del paese, opera anche un’altra figura di magistrato, che non va confuso con i DA. Sono gli United States Attorney, o U.S. Attorney, che vengono nominati dal presidente degli Stati Uniti e perseguono crimini federali, invece di quelli statali. Essendo nominati dai presidenti (e confermati dal Senato) anche gli USA Attorney sono quindi, indirettamente, il prodotto della volontà dell’elettorato. Mentre i DA trattano i casi “statali” nei tribunali di giustizia, gli US Attorney operano nelle corti federali sui reati “federali”.
Conoscere questa distinzione è importante nel caso Bragg-contro Trump, proprio perché il DA dovrà dimostrare che l’ex presidente ha commesso reati statali, essendo quelli federali fuori della sua competenza. E questo è un punto critico che rafforza la tesi di chi sostiene la debolezza giudiziaria dell’accusa a Trump di aver pagato soldi alla amante-spogliarellista come fosse un contributo finanziario, non dichiarato, alla propria campagna. Questo sì che sarebbe un crimine federale, ma siccome il pagamento alla stripper è roba di sette anni fa, perché gli US Attorney hanno di fatto deciso di non portare il caso a processo? Perché, sostengono avvocati e docenti di vaglia come John Banzhaf III, professore alla George Washington University Law School, sul New York Post, e Alan Dershowitz, legale e professore alla Harvard Law School, sul Daily Mail, non ci sono prove tali da convincere tutti i membri della giuria popolare che processerà Trump a condannarlo. Dovrebbero farlo solo sulla base di eventuali registrazioni fiscalmente scorrette della somma versata, attraverso l’avvocato Cohen, a Stormy Daniels, ma questo sarebbe un reato di natura civile. Bragg dovrebbe riuscire a trasformare queste eventuali irregolarità contabili in un disegno criminale volto a violare la legge sul finanziamento della sua campagna presidenziale, crimine federale. Una macchinazione che ha gracili punti d’appoggio, tanto che nessun DA prima di Bragg e nessun US Attorney, in tutti questi anni, si era mai avventurato nell’impresa.
Il caso di Bragg, con la sua storia, le sue connessioni, i suoi sponsor, non lascia dubbi sulla sua partigianeria. I District Attorney sono cariche elettive, come detto sopra, e gli aspiranti, ogni quattro anni, si presentano affiliati ad un partito. A New York c’è un District Attorney per ognuno dei cinque Borough, e Bragg, Democratico, è stato il primo afro-americano a vincere quella carica. È stato eletto a Manhattan, dove i registrati Democratici sono sette volte i Repubblicani. Manhattan conta 1,63 milioni di residenti, 55% bianchi, 14,3% neri, 12,2% asiatici, 11,7% altre razze, e Bragg ha vinto le primarie Democratiche, superando una mezza dozzina di altri candidati, con 85mila voti, pari al 34% dei partecipanti alle primarie. Alle elezioni generali del 2 novembre 2021, poi, davanti a tutti i votanti cittadini, ha ottenuto una vittoria scontata, con 211mila voti, l’83,6% del totale dei votanti, contro i 41mila voti dell’avversario Repubblicano. Si vede da questi numeri di scarsa partecipazione popolare in assoluto quanto sia importante il programma elettorale dei candidati. Infatti, per vincere devono conquistare i gruppi degli elettori attivisti, essendo i “normali” newyorkesi assenti (colpevolmente, visto il degrado dell’ordine in città).
A New York quelli che decidono, in sostanza, sono i militanti di sinistra. Bragg ha fatto la sua campagna promettendo, oltre l’incriminazione di Trump, di aderire a una piattaforma ultra progressiva, come abbiamo accennato sopra, che sacrifica la legge e l’ordine dicendo di privilegiare la cosiddetta “giustizia sociale”. Ha così ottenuto oltre un milione di dollari da vari gruppi di sinistra, sovvenzionati apertamente da George Soros che è un notorio campione di cause anti “law & order”. Inutile ricordare che tra gli endorsement a Bragg spiccavano quelli del senatore socialista Bernie Sanders e del New York Times. Ognuno tragga le sue conclusioni sulla esistenza o meno di una motivazione politica alla base della decisione di Bragg.