Una nuova maxi scoperta: oltre 30 miliardi di euro di petrolio. Ecco dove e chi si occuperà dell’estrazione.
È stata appena confermata la scoperta di un maxi giacimento di petrolio: almeno 500 milioni di barili secondo le stime preliminari, con un valore che supera i 30 miliardi di euro. Sono questi i primi risultati del pozzo esplorativo di Eni a largo della costa dell’Angola, avviato lo scorso 10 gennaio. Si tratta del pozzo Algaita-01, situato nel blocco 15/06, a circa 18 chilometri di distanza dalla FPSO Olombendo, l’unità di produzione galleggiante di Eni nell’offshore dell’Angola.
Scoperto un nuovo maxi giacimento di petrolio da 30 miliardi di euro
Dall’impianto per acque profonde Saipem 12000 è stato scavato un pozzo a profondità di 667 metri, incontrando arenarie mineralizzate a olio. Le stime indicano una quantità intorno ai 500 milioni di barili, con un valore approssimativo intorno ai 30 miliardi di euro. Nelle sequenze del Miocene superiore sono stati rilevati fluidi dalle “eccellenti proprietà petrofisiche”, come sottolineato dal gruppo petrolifero.
Quest’ultimo, inoltre, è particolarmente entusiasta per la scoperta visto che ha già a disposizione infrastrutture per la produzione, considerando anche il massiccio controllo di Eni nell’area. L’interno blocco 15/06 è infatti gestito per il 36,84% da Azule Energy, controllata in parti uguali da Eni e Bp. Restano poi il 26,32% di Ssi e il 36,84% di Sonangol E&P. La nuova scoperta del gruppo in questa posizione strategica, che permette di ridurre notevolmente costi e tempi di messa in produzione, consolida così il progetto del gruppo in Angola.
Il successo della joint venture tra Eni e Bp arriva al momento giusto, permettendo all’Italia di consolidare una posizione di rilievo nel mercato energetico di tutto il mondo. A tal proposito, Eni ha scritto che “Questo successo conferma ulteriormente la solidità del portafoglio Upstream in Angola”. Di fatto, nel 2025 le attività upstream detenevano il 59,25% dell’intera quota di mercato italiana per petrolio e gas, stimata in un totale complessivo di 0,94 miliardi di dollari.
Prendendo in considerazione anche la posizione geografica vediamo inoltre che le attività offshore, peraltro in continua crescita, hanno rappresentato l’85,60% del mercato italiano di gas e di petrolio (in base all’ultimo report di Mordor Intelligence, che conferma il ruolo di assoluto rilievo dell’Eni, insieme a Sonatrach, Api Group, Saras e Snam).
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Le scelte strategiche di Eni
L’attenzione dell’Eni per l’Angola si dimostra vincente, anche perché Azule Energy non ha tralasciato nemmeno lo sviluppo del gas naturale. Bisogna infatti sapere che l’Angola, pur restando un importante produttore di petrolio, prevede un calo per gli anni a seguire. Si tratta comunque di valori molto elevati, considerando che il Paese ha lasciato l’Opec proprio per via dei limiti alla produzione, ma in continuo calo.
Nel dettaglio, si stimano circa 1 milione di barili al giorno (bpd) nel 2027 dagli attuali 1,1 milioni di barili giornalieri secondo l’Angp. Quest’ultima vede però un progressivo aumento nella produzione di gas naturale, tanto da trasformare l’Angola in un hub mondiale di riferimento grazie ai giacimenti di gas offshore. Durante l’estate 2025 proprio Azule Energy ha scoperto un enorme giacimento di gas naturale al largo delle coste dell’Angola.
Fino a 100 milioni di barili di condensato associato secondo la joint venture, che è riuscita a giocare d’anticipo e ritagliarsi un ruolo di tutto rispetto anche nel sistema di idrocarburi nella zona. Oggi sappiamo che le sorprese non sono finite, perché contrariamente alle aspettative iniziale Eni potrebbe compensare il calo di produzione con le nuove scoperte, almeno per un primo periodo.
Un’altra notizia per Eni
Ci sono altre notizie per Eni. Gli Stati Uniti hanno revocato le restrizioni su petrolio e gas venezuelani, permettendo il ritorno operativo di Eni, Bp, Repsol e Shell, che affiancheranno l’americana Chevron. Resta invece un divieto assoluto per le società riconducibili a Russia, Iran, Cina, Corea del Nord e Cuba, in linea con la politica dell’amministrazione Trump. Per Eni e l’Italia si tratta però di un’ottima notizia, per quanto la condizione prevista sia la supervisione finanziaria degli Stati Uniti.
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