Il gigante del divano sta crollando: perdite record e futuro in bilico per migliaia di famiglie. Ecco cosa ha mandato in crisi l’azienda italiana quotata al NYSE.
La vertenza Natuzzi è entrata in una fase di stallo drammatico. Dopo l’ennesimo tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy saltato, azienda e sindacati restano lontanissimi su un piano industriale 2026-2028 che i lavoratori giudicano “lacrime e sangue”.
Chiusura dello stabilimento Jesce 2 a Santeramo in Colle, cessione di Ginosa, esuberi potenziali fino a 479 unità da gestire con incentivi all’esodo, forte ricorso alla cassa integrazione e spostamento di ulteriori produzioni verso la Romania: questi i nodi centrali di un confronto che rischia di trascinare con sé non solo il gruppo barese, ma l’intero distretto del mobile imbottito della Murgia. Natuzzi non è soltanto un’azienda storica del Made in Italy.
Una aziende cruciale per il territorio
Fondata da Pasquale Natuzzi, rappresenta ancora oggi il cuore pulsante di un ecosistema produttivo che dalla Puglia e dalla Basilicata si irradia verso il mondo. Il gruppo impiega direttamente circa 1.800 addetti tra le due regioni, concentrati soprattutto tra Santeramo in Colle, Altamura, Matera e Laterza. Ma il suo peso va ben oltre i numeri diretti.
Ogni posto di lavoro Natuzzi attiva infatti altri due o tre nell’indotto: fornitori di poliuretano, tessuti, legno, componentistica, logistica e servizi. Si parla di 600-700 piccole e medie imprese dell’Alta Murgia, molte delle quali già provate dal calo della domanda internazionale dopo la pandemia e dalle tensioni geopolitiche degli ultimi anni. In quest’area la componente femminile è particolarmente significativa, soprattutto nei reparti di confezione, imbottitura e tappezzeria, dove la specializzazione è alta e la ricollocazione non sarebbe né rapida né semplice. Una contrazione forte del gruppo rischierebbe dunque di innescare un effetto domino su un territorio che ha fatto del divano e del salotto la propria vocazione principale fin dagli anni Settanta.
La Regione Puglia, attraverso l’assessore allo Sviluppo economico Eugenio Di Sciascio, e la Basilicata continuano a premere per un rilancio produttivo basato su internalizzazioni e investimenti, ma al momento le distanze restano ampie.
I sindacati – Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil insieme alle sigle del commercio – hanno già proclamato mobilitazioni, scioperi, presidi e annunciano possibili manifestazioni nazionali.Parallelamente alla dimensione territoriale, la crisi Natuzzi ha un volto finanziario altrettanto preoccupante.
Una situazione finanziaria critica
Quotata al NYSE con il simbolo NTZ, l’azienda ha accumulato perdite operative persistenti. Nei primi nove mesi del 2025 ha chiuso con una perdita netta di oltre 15 milioni di euro, con una media di circa 4 milioni al mese bruciati in alcuni periodi, aggravati anche dall’impatto di eventi geopolitici come l’aumento dei costi energetici.
Le vendite trimestrali hanno mostrato flessioni: nel secondo trimestre 2025 i ricavi sono scesi del 7,2% rispetto all’anno precedente, mentre le proiezioni per il 2026 sono state riviste al ribasso fino al 16%. Il margine lordo ha mostrato qualche segno di miglioramento grazie a un mix di vendita più orientato verso il brand premium Natuzzi Italia, ma i costi fissi della struttura produttiva italiana restano elevati e difficili da sostenere in uno scenario di volumi ridotti.
Il piano industriale prevede oltre 50 milioni di investimenti autofinanziati nel triennio per razionalizzare la produzione, digitalizzare i processi e rafforzare la rete retail. Eppure proprio qui emerge il paradosso più evidente: l’azienda perde soldi ogni mese ma non ha liquidità sufficiente per gestire in modo “pulito” gli esuberi, con indennità elevate e costi di uscita consistenti.
Rischio delisting?
Da qui la spinta verso un uso intensivo degli ammortizzatori sociali, con richieste di cassa integrazione straordinaria fino all’80% in alcune fasi, e verso lo spostamento di volumi produttivi all’estero. A complicare il quadro c’è anche il rischio delisting da Wall Street: a febbraio 2026 Natuzzi ha ricevuto una notice di non-compliance dal NYSE perché la capitalizzazione di mercato e l’equity risultavano sotto i 50 milioni di dollari. L’azienda ha 18 mesi per rientrare nei parametri, ma il titolo resta sotto pressione.
Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti, mercato storicamente importante per Natuzzi, hanno ulteriormente pesato: i dazi di Trump e un dollaro debole hanno penalizzato i ricavi oltreoceano. In questo contesto il piano di rilancio si trova a navigare tra due esigenze contrapposte: da un lato la necessità di tagliare costi e razionalizzare, dall’altro l’urgenza di mantenere un perimetro produttivo in Italia per non perdere del tutto l’identità di marchio del Made in Italy.
Senza un accordo serio su perimetro industriale, internalizzazioni, incentivi all’esodo realmente attraenti e politiche attive per il ricollocamento, il rischio è che il piano diventi soltanto una gestione ordinata della contrazione anziché un vero progetto di rilancio. La vertenza Natuzzi non è più solo una crisi aziendale: è diventata una prova decisiva per il futuro di un intero distretto e per la capacità del sistema Italia di accompagnare la transizione di settori tradizionali in un mondo sempre più competitivo e instabile.
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