Mentre il debito federale USA corre verso i $40.000 miliardi, il presidente Donald Trump ha investito a marzo almeno $51 milioni in obbligazioni. Municipal bonds, corporate di big tech, Treasury americani.
Proprio lui, che in un solo anno ha accumulato debito pubblico a una velocità mai vista in tempo di pace. Proprio lui, che sta che vede ogni giorno il deficit con guerre che costano $2 miliardi al giorno e tagli fiscali da migliaia di miliardi. C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in questa mossa.
O forse no?
Dietro quell’allocazione da $51 milioni potrebbe nascondersi un segnale che riguarda direttamente anche chi, in Italia, tiene BTP o Treasury nel portafoglio. La domanda vera non è «perché Trump compra bond». La domanda è: cosa sa che il mercato ancora non prezza?
Il portafoglio presidenziale: $161 milioni tra municipal e corporate
Le dichiarazioni finanziarie diffuse dall’Office of Government Ethics mostrano 175 operazioni tra acquisti e vendite effettuate dal presidente a marzo 2026. Le 26 operazioni di maggiore entità oscillano tra $1 milione e $5 milioni ciascuna. La parte principale del portafoglio presidenziale si concentra su municipal bonds: obbligazioni emesse da Stati, contee, distretti scolastici, partnership pubblico private. Titoli che negli USA godono di esenzione fiscale federale e che storicamente rappresentano un rifugio per patrimoni elevati in cerca di rendimento al netto delle imposte.
Queste azioni sono crollate del 75% dai massimi. Un’opportunità d’acquisto?
Accanto ai municipali, corporate bond di peso: Weyerhaeuser, General Motors, Constellation Energy, Occidental Petroleum, Broadcom, Nvidia, Meta Platforms, Microsoft. E poi le grandi banche di Wall Street: Citigroup, Goldman Sachs, JPMorgan Chase. Più Boeing, colosso aeronautico in fase di ristrutturazione. Un portafoglio ampiamente diversificato, che copre energia, tecnologia, finanza, infrastrutture. Considerando tutte le fasce di valore dichiarate, l’esposizione obbligazionaria totale potrebbe arrivare fino a circa $161 milioni.
Il contesto: debito fuori controllo e proiezioni da incubo
Ora, il contesto. Mentre Trump allocava questi capitali, il debito pubblico USA prossimo ai $39.000 miliardi, destinato a superare i $40.000 miliardi a breve. Il rapporto debito/PIL ha già superato il 100,6% nel 2026, secondo il Congressional Budget Office. Le proiezioni ufficiali parlano di 120,2% entro il 2036 e addirittura 171,8% nel 2055. Un livello che supererebbe i picchi del Secondo dopoguerra e che potrebbe mettere l’economia più grande del mondo a rischio di crisi con effetti contagiosi globali.
In questo quadro, Trump compra bond. Non azioni. Non crypto. Non oro. Bond. Obbligazioni emesse da enti pubblici americani e da grandi corporation USA. Strumenti che dipendono dalla capacità di rimborso degli emittenti e, in ultima analisi, dalla tenuta del sistema finanziario americano. Quello stesso sistema che le sue politiche stanno stressando come mai prima d’ora.
La contraddizione che diventa segnale di mercato
L’ironia apparente si trasforma in interrogativo strategico. Se il debito USA è insostenibile, perché il presidente investe proprio in strumenti legati a quel debito?
Tre interpretazioni possibili, non necessariamente alternative.
- Prima ipotesi: Trump potrebbe ritenere che il sistema reggerà comunque. Che il dollaro manterrà il suo status di valuta di riserva globale. Che gli investitori internazionali continueranno a comprare Treasury e corporate USA nonostante il deterioramento fiscale. In questo scenario, i bond resterebbero un parcheggio sicuro per grandi capitali, con rendimenti accettabili e volatilità contenuta rispetto all’azionario.
- Seconda ipotesi: potrebbe esserci una scommessa implicita sul fatto che la Federal Reserve, prima o poi, sarà costretta a tagliare i tassi per evitare una recessione profonda o per contenere il costo del debito pubblico. Se i tassi scendono, i bond già in portafoglio guadagnerebbero valore. Chi ha comprato a rendimenti più alti si troverebbe con titoli che valgono di più sul mercato secondario. In altre parole: anticipare il mercato prima che la curva dei rendimenti si sposti.
L’ipotesi più inquietante: il flight to quality che colpisce i BTP
- Terza ipotesi, la più inquietante per chi detiene obbligazioni europee o emergenti: Trump potrebbe credere che, in un eventuale scenario di stress sistemico globale, i bond USA resterebbero comunque il «meno peggio». Il flight to quality, il volo verso la qualità, porterebbe capitali verso Treasury e municipal bonds americani anche in presenza di fondamentali deteriorati. Non perché siano sicuri in assoluto, ma perché tutto il resto sarebbe percepito come ancora più rischioso.
Questa terza lettura ha implicazioni dirette per chi detiene BTP italiani. Se lo stress sul debito USA dovesse generare turbolenze sui mercati obbligazionari globali, i differenziali di rendimento tra paesi core e paesi periferici potrebbero ampliarsi. L’Italia, con un debito al 137,1% del PIL e ancora in procedura d’infrazione europea, potrebbe vedere i propri spread allargarsi. I BTP perderebbero valore, i rendimenti salirebbero, il costo del rifinanziamento aumenterebbe. Un circolo vizioso innescato non da problemi italiani, ma da uno shock partito da oltreoceano.
Cosa significa per chi investe in BTP
Per un investitore italiano che detiene BTP, questa dinamica apre scenari ambivalenti. Da un lato, se Trump ha ragione e i bond USA reggono nonostante il deterioramento fiscale, potrebbe significare che anche i titoli di Stato di paesi periferici come l’Italia potrebbero mantenere una certa tenuta, purché la BCE continui a fornire supporto indiretto attraverso la politica monetaria.
Dall’altro lato, se lo scenario evolve verso un flight to quality globale, i capitali potrebbero defluire dai BTP verso i Treasury americani, considerati ancora il rifugio ultimo. In quel caso, gli spread BTP/Bund tedeschi si allargherebbero, i prezzi dei titoli italiani scenderebbero, e chi detiene obbligazioni a lunga scadenza vedrebbe perdite significative sul capitale investito.