Perché sempre più giovani spendono invece di risparmiare, cos’è il doomspending

Emanuela Ceccarelli

19 Giugno 2026 - 07:50

Comprare casa è ormai un miraggio. Ecco perché Gen Z e Millennial scelgono lo shopping apocalittico: se il domani non esiste, tanto vale spendere oggi.

Perché sempre più giovani spendono invece di risparmiare, cos’è il doomspending

Spendere come se non ci fosse un domani, semplicemente perché un domani potrebbe non esserci. Il doomspending, la spesa apocalittica, sta svuotando i conti dei giovani occidentali, ma descriverlo come un peccato di superficialità significa ignorare l’elefante nella stanza. Mentre l’inflazione logora gli stipendi e pilastri come la casa di proprietà sono ormai fuori mercato, lo shopping compulsivo è la reazione auto-consolatoria a un futuro che è diventato un lusso fuori portata.

La Generazione Z e i Millennial, davanti all’ansia per un’economia instabile e un mercato del lavoro precario, imboccano la strada dell’acquisto frivolo come un ansiolitico digitale. Ma dietro a quella che potrebbe sembrare una scelta superficiale, c’è la presa di coscienza di una generazione che ha capito che le vecchie regole del gioco non funzionano più.

In un’economia senza futuro il risparmio è un miraggio

Per decenni ci hanno ripetuto la favola della formica: sacrificarsi oggi per raccogliere i frutti domani. Ma cosa fare quando anche il domani perde di valore? In un contesto in cui l’inflazione logora sistematicamente il potere d’acquisto, smettere di risparmiare sembra essere l’unica risposta sensata.

I pilastri storici del benessere, come l’acquisto di una casa, hanno raggiunto costi proibitivi e del tutto sproporzionati rispetto ai salari ordinari. Basti pensare che, secondo un’indagine CNA, dal 2019 al 2025 gli affitti nei principali capoluoghi italiani sono aumentati fino a cinque volte più dei salari. Tanto che sempre più professionisti e manager scelgono soluzioni abitative condivise o nell’hinterland. L’aumento del costo della vita ha colpito in modo particolare∫che, in risposta,∫, piuttosto che accumulare un piccolo tesoretto che, in ogni caso, non basterà mai a garantire una reale stabilità immobiliare o previdenziale.

La cura del debito emotivo

Questo cambiamento, prima ancora che economico, è profondamente culturale e va a scardinare il concetto stesso di ascesa sociale su cui si è retta la classe media nel secolo scorso. Le generazioni passate associavano il sacrificio quotidiano a una promessa di emancipazione e alla creazione di un tesoretto a cui attingere in caso di bisogno. Oggi, al contrario, millennial e Gen Z vedono il sistema economico come un casinò digitale dove le regole sono scritte a tavolino per far vincere sempre il banco.

Da un lato, il mercato del lavoro qualificato viene progressivamente minacciato dall’automazione e dall’intelligenza artificiale; dall’altro, la ricchezza appare sempre più come un fattore legato alla rendita o alla fortuna, piuttosto che all’impegno personale. Con un quadro del genere, l’idea stessa di privazione perde qualsiasi significato logico; di conseguenza le piccole gratificazioni quotidiane, dal viaggio low cost allo shopping online, non vanno lette come la causa della povertà strutturale dei giovani, ma come la loro reazione psicologica.

L’atto di spesa come rituale di consolazione collettiva

Il doomspending trova le critiche più severe da parte di quelle fasce d’età che hanno vissuto la grande stagione della crescita post-bellica, le quali invocano i fantasmi dei «pranzi fuori troppo costosi» o la presunta ossessione per lo status symbol. Tuttavia, questa è una narrazione che ignora il fatto che le dinamiche del valore sono cambiate. In un sistema economico in cui la moneta perde costantemente potere reale, l’orizzonte a lungo termine si fa più opaco.

Il velo di Maya si è squarciato: i giovani di oggi non credono più che l’economia sia intrinsecamente morale. Vivono in un mondo in cui le multinazionali si muovono come parassiti e i grandi investitori spostano capitali da un paradiso fiscale all’altro, così da evitare le tasse patrimoniali. In questo scenario, il doomspending è una profezia che si autoavvera: spendiamo come se non ci fosse un domani perché nessuno ci dà un motivo concreto per credere che un domani ci sarà.

Fin quando le istituzioni e il mercato non torneranno a dimostrare che rispettare le regole del gioco consente a una persona comune, con capacità nella media, di costruirsi una vita dignitosa, il cortocircuito dello shopping apocalittico non cesserà.

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