Perché il regime di Maduro ha inviato segretamente 113 tonnellate d’oro in Svizzera

Ilena D’Errico

9 Gennaio 2026 - 20:30

Il regime di Maduro ha inviato almeno 113 tonnellate d’oro in Svizzera nei suoi primi anni. Ma perché lo ha fatto e perché in segreto?

Perché il regime di Maduro ha inviato segretamente 113 tonnellate d’oro in Svizzera

Come anticipato, i primi anni del governo Maduro hanno visto l’esportazione di ben 113 tonnellate d’oro venezuelano in Svizzera, ma è tempo di analizzare le motivazioni di questa decisione, rimasta nascosta finora. La mancanza di comunicazioni ufficiali sicure ha fatto sorgere in questi giorni anche un dibattito sulle effettive quantità. I dati doganali svizzeri visionati da Reuters e SRF indicano per l’appunto un ammontare di 113 tonnellate d’oro, ma non mancano stime leggermente più alte, intorno alle 127 tonnellate a seconda del periodo temporale, dei dati presi in considerazione e delle conversioni. In ogni caso, almeno 113 tonnellate d’oro hanno lasciato la Banca centrale venezuelana tra il 2013 e il 2016 e sono finite in Svizzera.

Da qui, ovviamente, ha smesso di esistere l’oro venezuelano, il metallo prezioso assolutamente anonimo e irriconoscibile è stato immesso nel mercato, com’è normale che sia. Tuttavia, si ignora il possibile collegamento tra queste transazioni e i beni congelati attualmente da Berna, di proprietà di Maduro e di 36 soggetti a lui vicini. Come sempre, la Svizzera si muove in modo impeccabile, rispettando le sanzioni internazionali solo quando dovuto, senza pregiudicare gli interessi dei propri partner.

Ad oggi il governo svizzero non ha ancora pubblicato i dati preliminari sull’importazione d’oro venezuelano, in linea con quella riservatezza finanziaria che ne fa un pilastro mondiale. Non ci sono dubbi sulla scelta di Caracas, inevitabilmente ricaduta sulle raffinerie d’oro più grandi del mondo, ma c’è da comprendere la motivazione di questa operazione svolta in silenzio assoluto.

Perché il regime di Maduro ha inviato 113 tonnellate d’oro in Svizzera

L’esportazione dell’oro venezuelano in Svizzera ha motivazioni piuttosto semplici alla base. Innanzitutto, la grave crisi economica che affliggeva il Venezuela, sopraffatto dal crollo dei prezzi del petrolio (principale prodotto di esportazione) e dall’inflazione. Una situazione a dir poco critica, cui Caracas ha cercato di far fronte attingendo alle riserve auree nazionali. Trasferendo l’oro in Svizzera, Maduro ha avuto la possibilità di affidarsi a fonderie di rilievo come Valcambi, Pamp e Argor-Heraeus. Fuso in standard elevati e formati commerciabili, l’oro certificato dalle lavorazioni in Svizzera approda ovunque nel mondo senza difficoltà.

Così, è stato consentito al Venezuela di accedere a mercati che rischiavano di restargli preclusi (non dimentichiamo il contesto storico e politico) per ottenere liquidità in dollari o franchi svizzeri. Non si può nemmeno escludere, peraltro, che parte dell’oro sia stata utilizzata come garanzia per ottenere prestiti o rifinanziare debiti internazionali, cercando di sostenere un governo sempre più a corto di fondi, senza contare eventuali vendite dirette.

Il punto, comunque, è che il Venezuela aveva un bisogno di finanziamento sopra i 20 miliardi di dollari, era a corto di valute forti e l’insolvenza lo aveva già escluso dai canali di rifinanziamento tradizionali. Ecco perché la fuga dell’oro è stata definita come un tentativo disperato di Maduro, che non ha prodotto risultati immediati e nemmeno sul lungo termine.

Ma perché lo ha fatto segretamente?

Il Venezuela non è stato trasparente sulla fuga dell’oro né l’ha comunicata chiaramente come parte delle strategie finanziarie dello Stato, ma non ha commesso alcuna infrazione. Contando sulla rinomata riservatezza svizzera, dovuta anche a questioni tecniche legate alle molteplici lavorazioni (tant’è che la mole di metallo prezioso importato emerge solo ora dai dati doganali) Caracas ha solo cercato di occultare le transazioni finché possibile.

Uno dei motivi risiede sicuramente nella pressione economica esercitata da Stati Uniti e Unione europea, che ha presumibilmente spinto Maduro a non puntare i riflettori sulle operazioni. In caso contrario, il rischio di controlli maggiori sarebbe stato concreto e non piacevole, vista una certa tradizione di pratiche finanziarie fumose del governo madurista (pure per l’oro stesso). Nulla che abbia mai portato a qualche miglioramento, anzi è vero il contrario, nonostante le straordinarie risorse del Paese.

Un’operazione difficile da giustificare che avrebbe rischiato di accelerare le sanzioni in arrivo e già preannunciate, contro cui questo processo avrebbe potuto assicurare un qualche margine di protezione. C’è però anche il fattore interno, riconoscere apertamente una vendita massiccia di riserve strategiche come l’oro sarebbe stato politicamente impopolare all’interno del paese. Nascondere o non enfatizzare questi trasferimenti poteva servire a evitare critiche interne sul fatto che lo Stato svendesse un bene nazionale prezioso e, soprattutto, impedire percezioni di debolezza o scarso controllo.

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