Le conseguenze della guerra in Iran non si fermano solo al petrolio ma si vedono anche in altri settori, tra cui quello della plastica.
È ormai da circa un mese e mezzo che sono iniziate le tensioni in Iran, dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran, accusata di voler proseguire il proprio programma nucleare per dotarsi di armi atomiche. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non sembra intenzionato a fare sconti e appare deciso ad andare fino in fondo per indebolire il regime iraniano e favorire un cambio di leadership più allineato agli interessi occidentali.
Dall’altra parte, l’Iran non sembra disposto ad arrendersi. Ci sono stati alcuni tentativi diplomatici per arrivare a un accordo, ma finora senza risultati concreti. La situazione potrebbe presto aggravarsi ulteriormente: Trump ha infatti lanciato un ultimatum a Teheran, invitando a riaprire lo Stretto di Hormuz, altrimenti gli Stati Uniti sarebbero pronti a dare il via a un attacco su larga scala. Una minaccia estremamente pesante, che alimenta ulteriormente la tensione internazionale.
Il fatto è che lo Stretto di Hormuz continua a rimanere chiuso, rappresentando un problema enorme per l’economia globale. Da questo passaggio, largo appena 33 chilometri, transitavano prima del conflitto centinaia di navi ogni giorno, trasportando petrolio e gas dai Paesi del Golfo Persico verso l’Occidente. La sua chiusura sta causando pesanti ripercussioni sul mercato energetico internazionale. Il prezzo del petrolio ha già superato i 100 dollari al barile, mentre in Italia il diesel ha oltrepassato i due euro al litro e la benzina si avvicina a quota 1,70 euro.
Se nel mese di marzo si erano registrati aumenti significativi ma ancora gestibili, ad aprile la situazione rischia di peggiorare sensibilmente, soprattutto se lo stretto non verrà riaperto nel breve periodo. Potrebbero emergere seri problemi di approvvigionamento energetico e anche in Italia si iniziano a valutare possibili misure per ridurre i consumi, come strategie di razionamento, targhe alterne e maggiore ricorso allo smart working.
Le conseguenze del blocco riguardano anche altri settori
Il blocco dello Stretto di Hormuz non riguarda però solo l’energia. Le conseguenze si estendono anche ai settori collegati al petrolio, come la produzione di plastica, imballaggi e tessuti. In questo caso a incidere è soprattutto l’aumento del prezzo della nafta, la frazione leggera del petrolio da cui dipende l’intera filiera petrolchimica. A Singapore, la scorsa settimana, il prezzo ha superato i 1.000 dollari a tonnellata, con un aumento già del 60% in un solo mese. In Asia, i costi di produzione della plastica sono già raddoppiati dall’inizio del conflitto.
Le conseguenze industriali sono rilevanti: si stima una riduzione della produzione globale di plastica fino a 15 milioni di tonnellate annue, con una contrazione complessiva pari a circa il 12% della capacità mondiale. Aziende giapponesi come Maruzen Petrochemical e Mitsui Chemicals hanno già annullato ordini per la seconda metà di aprile a causa della carenza di materie prime. Anche grandi gruppi internazionali stanno subendo contraccolpi: alcune joint venture nel Golfo sono state fermate per difficoltà logistiche legate al blocco dei trasporti.
Se a marzo il settore è riuscito a reggere grazie alle scorte accumulate prima dello scoppio del conflitto, aprile si preannuncia molto più critico. Gli esperti parlano di un vero e proprio shock nella catena di approvvigionamento globale. E il problema è che nemmeno un eventuale cessate il fuoco immediato o la riapertura dello stretto basterebbero a risolvere la situazione nel breve periodo: serviranno mesi per ristabilire le normali dinamiche commerciali.
Quando il sistema tornerà a regime, è probabile che i prezzi restino comunque elevati, spinti da una domanda crescente e da un’offerta ancora instabile. Per questo, a prescindere dall’evoluzione del conflitto, nei prossimi mesi è realistico aspettarsi nuovi rincari per plastica, imballaggi e beni di consumo, con costi che, come sempre, finiranno per ricadere sul consumatore finale.
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