Quando la paura è più mediatica che reale. Sulla bocca di tutti, e su tutti i giornali, torna la paura della guerra commerciale, e i mercati crollano. Dove si riversa il panico? Banale: sull’AI, considerata da mesi da molti analisti “in bolla”.
Bolla, bolla, bolla…ma cosa significa davvero “bolla”? E, soprattutto, è giusto pensare che un ciclo di dazi tra USA e Cina possa davvero farla esplodere? Proviamo a ragionarci, ripassando un paio di basi economiche, prima di farsi trascinare, come troppo spesso accade, dalla narrativa della paura.
Un presupposto ottimista (ma non ingenuo)
Proviamo a partire da un presupposto ottimista, non necessariamente realistico, ma utile per ragionare: la tensione politica non si tradurrà in un danno economico strutturale. Già così, cambia tutto. Non parliamo dell’inizio di una frattura irreversibile, ma di un riassestamento temporaneo della supply chain globale.
Domandiamoci: cosa accade se Trump prosegue con i dazi e Pechino risponde con restrizioni sulle terre rare? A ben vedere, nessuno ci guadagna davvero. La dipendenza reciproca su chip e AI rende impossibile una disintegrazione duratura.
Gli Stati Uniti continuano a dominare il settore dei semiconduttori avanzati, mentre la Cina resta fondamentale nella fornitura di materie prime critiche (come gallio e germanio) e nella fase di assemblaggio e testing. Un’interruzione prolungata colpirebbe entrambi i fronti.
In altre parole, non esiste incentivo economico alla distruzione, ma semmai alla ristrutturazione.
La tecnologia come motore strutturale
Da almeno due decenni, la tecnologia è il principale driver della crescita globale.Dai software ai data center, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale, il settore tech ha dimostrato una capacità unica di assorbire shock geopolitici e riallocare risorse in modo efficiente.
Pensiamo alla pandemia: supply chain interrotte, economia globale in recessione, ma il Nasdaq che in pochi mesi raddoppia il proprio valore. Il motivo è chiaro: la tecnologia è percepita come asset rifugio della modernità.
Non un bene “rifugio” come l’oro o il franco svizzero, ma un bene rifugio “funzionale”: un’infrastruttura di crescita irrinunciabile per ogni economia avanzata.
Il paradosso dei dazi: una risposta politica, non economica
L’imposizione dei dazi, come quella di Trump dopo la scadenza della tregua commerciale, non è un’azione economica in senso stretto, ma una mossa politica. Serve a negoziare da una posizione di forza, non a danneggiare l’avversario.
E in effetti, ha senso: Trump non poteva restare passivo dopo la minaccia cinese di limitare l’export di terre rare. Sarebbe stato un controsenso rispetto alla dottrina economica americana fondata sulla competizione strategica controllata.
D’altro canto, anche Pechino non ha interesse a chiudere le porte. I suoi colossi, Huawei, Tencent, Baidu, dipendono da tecnologie e semiconduttori occidentali. Washington, dal canto suo, continua a importare componenti e metalli essenziali da fornitori cinesi. È una dipendenza reciproca, una forma moderna di equilibrio di potere.
La “bolla” dell’AI e l’errore di prospettiva
Arriviamo al punto più caldo: la cosiddetta bolla dell’intelligenza artificiale. Molti osservatori sostengono che i multipli di mercato, come il P/E medio del comparto tech, siano insostenibili. Vero, ma solo a metà.
La redditività del settore resta elevata, così come i flussi di cassa. Le stime sugli EPS (utili per azione) per l’S&P 500 nel 2026 indicano una crescita attesa superiore al 14%.
E nota bene: questa cifra è già stata rivista al ribasso di oltre 10 punti rispetto ai picchi di inizio anno.
Significa che, nonostante il sentiment volatile, il mercato continua a prezzare una traiettoria di espansione strutturale. Il problema semmai è il prezzo: multipli elevati su utili che restano forti.
Se però il prezzo scende, per effetto dei dazi, delle tensioni o delle prese di profitto, ma gli utili restano robusti, potremmo trovarci di fronte a un naturale ridimensionamento del P/E, non a una bolla che esplode.
I titoli da osservare nel caos apparente
In un contesto del genere, i titoli da monitorare restano i soliti “barometri” dell’AI globale:
- Nvidia (NVDA) spina dorsale dell’AI moderna;
- Microsoft (MSFT) pivot della crescita cloud e partner privilegiato di OpenAI;
- Palantir (PLTR) ponte tra data intelligence e sicurezza nazionale;
- Meta (META), Alphabet (GOOG, GOOGL) e Amazon (AMZN) le “vincitrici destinate a catturare l’espansione della produttività legata all’automazione cognitiva.
Sono società con fondamentali solidi, posizioni di cassa enormi e vantaggi competitivi difficilmente replicabili.
Non è un invito al “buy the dip”
Sapere che la situazione non è così negativa come sembra non significa adottare un approccio “buy the dip” cieco. Ogni investitore avrà, giustamente, le proprie strategie di ingresso e di uscita.
Ciò che conta è comprendere che il mercato tende spesso a sovrastimare le minacce e sottostimare le resilienze. I dazi non rappresentano la fine della globalizzazione tecnologica, ma piuttosto il suo adattamento a nuovi equilibri di potere.
Guardare oltre il titolo del giornale, e dentro le logiche strutturali del mercato, è il modo migliore per non farsi ingannare dal rumore di fondo.