Perché molliamo gli investimenti prima dei 20 anni? La vera sfida dell’investitore non è il mercato, ma sé stesso

Redazione Money Premium

06/05/2025

Anche se i numeri ci rassicurano, la volatilità mina la nostra fiducia. E così, tra euforia e delusione, l’investitore medio raramente arriva alla fine del piano iniziale.

Perché molliamo gli investimenti prima dei 20 anni? La vera sfida dell’investitore non è il mercato, ma sé stesso

C’è un momento preciso, quasi impercettibile, in cui l’investitore medio comincia a deviare dal piano che aveva stilato all’inizio del suo percorso.

È quel punto in cui la razionalità lascia spazio al dubbio, la fiducia alla paura, e la strategia all’istinto.

Non importa quanto sia stato solido, strutturato e ben ponderato il piano iniziale: l’elemento che lo mette in discussione non è un cambiamento nei fondamentali economici, ma un cambiamento dentro di noi.

Chi investe nei mercati azionari a lungo termine parte da una certezza apparentemente granitica: la storia dice che chi resta investito per almeno vent’anni ha ottime probabilità di ottenere rendimenti positivi. In media, l’azionario globale ha offerto un ritorno vicino al 9% annuo nominale nel corso degli ultimi 50 anni. Ma nella realtà dei fatti, pochi arrivano davvero a quel traguardo. E non perché manchino gli strumenti, ma perché è difficile, umanamente difficile, restare immobili quando tutto intorno si muove.

Euforia e delusione si alternano come le stagioni. La noia prende il posto della fiducia, l’impazienza cancella la visione a lungo termine. Quando i mercati salgono, si ha paura di entrare troppo tardi. Quando scendono, si teme di restare intrappolati nel momento sbagliato. E allora si cambia, si aggiusta, si ribilancia. Ma spesso non è strategia: è panico mascherato da razionalità.

Anche i dati più semplici, come quelli che incrociano rendimento e volatilità delle principali asset class negli ultimi vent’anni, ci dicono ciò che dovremmo già sapere: maggiore rendimento significa inevitabilmente maggiore volatilità. È un’equazione imprescindibile. Se un investimento promette alti ritorni senza oscillazioni, allora probabilmente nasconde trappole: illiquidità, opacità, rischio elevato. Eppure, nei momenti di crisi, siamo attratti da ciò che si muove poco, anche se rende poco. Perché ci sembra più sicuro.

Uno degli indicatori più utilizzati per tentare di prevedere i rendimenti futuri, il CAPE ratio di Robert Shiller, mostra che oggi, nonostante alcune correzioni post-dazi e tensioni geopolitiche, il mercato azionario statunitense resta caro rispetto alla media storica. Un CAPE sopra 30 implica un rendimento reale atteso prossimo al 3,5% annuo per il prossimo decennio. Depurato dall’inflazione attesa, significa un 6% nominale circa. Non poco, ma meno della media a cui ci siamo abituati.

In questo scenario, l’investitore medio guarda le alternative, confronta, valuta. Le obbligazioni offrono meno, ma anche meno ansia. E allora si rifugia in quella che sembra una scelta più prudente. Il problema è che la prudenza, nel lungo periodo, si traduce spesso in rendimento reale negativo. Ma paradossalmente questo ci disturba meno di una flessione temporanea del mercato azionario. Perché sulle obbligazioni ci eravamo fatti poche illusioni.

Chi ha investito, ad esempio, in un ETF azionario globale nel 2014, oggi può osservare con soddisfazione un rendimento medio annuo composto vicino al 9%. Perfettamente in linea con le aspettative storiche. Ma anche questo dato, per quanto confortante, non spegne del tutto l’inquietudine. Cosa accadrebbe se nei prossimi mesi si verificasse un altro calo del 20%? E se ne arrivasse un secondo? Il rendimento scenderebbe al 7%, poi al 4%. Ancora positivo, certo, ma già abbastanza lontano dalle promesse iniziali da generare frustrazione.

Ed è proprio qui che emerge la vera natura del rischio: non il rischio statistico, quello misurabile, ma il rischio psicologico. La volatilità non è solo un movimento dei prezzi, è una sfida alla nostra capacità di restare fedeli a un piano. È quella forza invisibile che ci spinge a vendere nel momento sbagliato, a cambiare asset solo perché “non si muove”, a inseguire il rendimento nel luogo dove si è appena manifestato. È il rischio che ci spinge a fare, anche quando la cosa più saggia sarebbe non fare nulla.
I mercati obbligazionari, in questo senso, sono un terreno meno insidioso. Se si acquistano direttamente strumenti con scadenze definite, il risultato è in parte prevedibile.

Anche gli ETF obbligazionari, pur con la loro volatilità, sono percepiti come strumenti di conservazione, non di crescita. E questo rende più tollerabili le loro performance modeste.
Ma le azioni promettono di più. Promettono sogni, obiettivi realizzati, pensionamenti anticipati. Ed è proprio questa promessa che, se tradita o anche solo ridimensionata, genera rabbia e senso di fallimento. Nonostante la logica ci dica che ogni crisi è un’occasione e che i ribassi odierni preparano i rialzi di domani, l’emotività ci porta a credere, ogni volta, che “questa volta è diverso”.

E così dimentichiamo che spesso i momenti migliori del mercato seguono immediatamente quelli peggiori. Che stare fuori dal mercato quando tutto va male significa anche perdere i giorni in cui tutto rinasce. Ma la mente umana non è progettata per tollerare l’incertezza. Preferisce la sicurezza di oggi al potenziale di domani. E l’investitore medio, per quanto ben informato, raramente riesce a resistere al richiamo dell’azione.

La verità è che non ci sono scorciatoie. L’unico modo per sopravvivere ai vent’anni di un piano finanziario è accettare che il percorso sarà irregolare, a tratti faticoso, spesso controintuitivo. Che la volatilità non è solo una misura matematica, ma una sfida personale.