Perché lo yuan cinese guadagna terreno nel Golfo

Federico Giuliani

2 Febbraio 2024 - 07:35

In Medio Oriente aumentano le iniziative della Cina volte a internazionalizzare la sua moneta in una regione ricca di possibilità.

Perché lo yuan cinese guadagna terreno nel Golfo

Tutti per lo yuan, lo yuan contro il dollaro. In Medio Oriente aumentano le iniziative della Cina volte a internazionalizzare la sua moneta in una regione ricca di possibilità.

Giusto per citare alcuni esempi, il 28 novembre 2023 la Banca popolare cinese e la Banca centrale degli Emirati Arabi Uniti hanno rinnovato per cinque anni il loro accordo di swap valutario dal valore di 4,89 miliardi di dollari. Le banche hanno inoltre firmato un memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione nello sviluppo della valuta digitale. Allo stesso tempo, il mercato finanziario di Dubai, il Nasdaq Dubai, e la Borsa di Shanghai hanno firmato un memorandum per promuovere la cooperazione finanziaria digitale.

Il primo acquisto in assoluto di gas naturale liquefatto in yuan è stato invece effettuato nel marzo 2023, in seguito all’avvio di uno scambio di valuta tra Cina ed Emirati Arabi Uniti nel 2012. Pochi giorni prima, il 20 novembre 2023, la stessa Banca popolare cinese e l’Autorità monetaria dell’Arabia Saudita avevano concordato uno scambio valutario di 6,98 miliardi di dollari per tre anni. E così via in un susseguirsi di operazioni analoghe, spesso persino trascurate dai media occidentali.

Yuan nel Golfo

Come ha ricordato Asia Times, l’Arabia Saudita è in trattative con la Cina per valutare alcune delle sue vendite di petrolio in yuan cinesi, in una mossa che potrebbe intaccare il dominio del dollaro americano nel mercato petrolifero globale, e che potrebbe segnare un altro spostamento del principale esportatore mondiale di greggio verso l’Asia.

Di pari passo il Dragone ha anche un accordo di swap valutario con il Qatar, firmato accordi commerciali transfrontalieri con tutti e sei i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo e istituito centri di compensazione dello yuan in diverse città. Queste misure potrebbero rendere lo yuan una valuta di fatturazione commerciale e creare una riserva di liquidità nello yuan.

Ma per quale motivo gli Stati del Golfo sono attratti dal piano cinese? Semplice: sia gli attori regionali che la Cina intendono ottenere maggiore spazio d’azione finanziario ed evitare le sanzioni statunitensi. La regione del Golfo ha poi intenzione di trasformarsi in un hub finanziario globale e sta attirando investimenti verso di essa, e pure l’Arabia Saudita sta cercando di recuperare rapidamente il ritardo.

Da parte cinese, la Belt and Road Initiative e il crescente fabbisogno energetico hanno spinto Pechino verso il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Il piano d’azione della BRI, tra l’altro, sottolinea la connettività finanziaria, l’internazionalizzazione dello yuan nonché gli accordi di pagamento transfrontalieri.

La sponda con il Medio Oriente

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono entrati a far parte dei Brics all’inizio del 2024. Sono anche partner di dialogo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con la possibilità di ottenere lo status di membri a pieno titolo in futuro. Come ha fatto notare il sito East Asia Forum, Riyadh – essendo uno dei principali esportatori di petrolio verso la Cina – potrebbe pure prendere in considerazione l’adozione dello yuan per il commercio di petrolio a lungo termine, riducendo la dipendenza dal dollaro.

Unendo i punti, possiamo affermare che questi accordi rafforzeranno nel medio-lungo periodo le relazioni bilaterali tra il Dragone e i governi locali, e indicheranno il passaggio dal petrodollaro al “petroyuan”. Ma loro, i Paesi del Golfo, sono davvero pronti a questo cambiamento?

“Il punto cruciale è se i produttori del Medio Oriente sono felici di utilizzare lo yuan”, ha detto a Energy Intelligence una fonte cinese vicina allo Shanghai International Energy Exchange (INE). “Sicuramente sono contenti di avere più scelta, ma non esiste un pasto gratuito. Forse vogliono qualcosa in cambio, dagli Stati Uniti o dalla Cina”, ha concluso la voce.

Per convincere gli scettici la Cina di Xi Jinping potrebbe mettere sul tavolo una “cooperazione energetica a tutti i livelli”, insieme all’aiuto nello sviluppo dell’industria high-tech. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’obiettivo saudita (e di altri governi regionali) potrebbe semplicemente essere quello di far capire a Washington che adesso esistono delle opzioni. E che alla Casa Bianca qualcuno deve rendersene conto prima che sia troppo tardi.