Tra Iran e Oman c’è uno stretto marittimo che rappresenta una chiave delicata per l’equilibrio mondiale: ecco perché Hormuz può influenzare (pesantemente) anche la nostra economia
Nel pieno dell’escalation militare in Medio Oriente, lo Stretto di Hormuz è oggi sulla bocca di tutti come uno snodo chiave per l’economia globale (e non solo). Non per caso. Qui si incrociano interessi energetici, strategie militari e fragilità economiche che vanno ben oltre la regione del Golfo. Gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro obiettivi in Iran e la risposta di Teheran hanno avuto un effetto immediato e tangibile: il traffico navale nello stretto si è drasticamente ridotto, i prezzi del petrolio e del gas sono schizzati verso l’alto e i mercati hanno iniziato a scontare uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava remoto ma che dall’iniziativa di Trump in poi è diventato sempre più pronosticabile.
I numeri parlano chiaro. Nelle prime ore successive agli attacchi, il Brent ha registrato rialzi fino al 14%, attestandosi sopra gli 80 dollari al barile, ai massimi da oltre un anno. Il gas europeo, misurato dall’indice Ttf di Amsterdam, ha segnato un balzo del 25%. Dietro a questa impennata non c’è solo la paura di un conflitto più ampio, ma una decisione precisa dell’Iran: limitare il traffico marittimo nello stretto come leva di pressione geopolitica.
Hormuz è molto più di un passaggio marittimo. È un imbuto energetico da cui dipende circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. Basta rallentarne il funzionamento, anche senza una chiusura formale, per innescare effetti a catena su carburanti, bollette, inflazione e crescita economica. Uno scenario che è diventato realtà.
Dove si trova lo Stretto di Hormuz? Una centralità geografica strategica
Lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare che separa le coste meridionali dell’Iran dalla penisola di Musandam, exclave dell’Oman, incuneata tra gli Emirati Arabi Uniti.
È il collegamento obbligato tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, e quindi tra i principali Paesi produttori di idrocarburi e l’oceano aperto.
Dal punto di vista prettamente geografico, lo stretto misura circa 60 chilometri in lunghezza e si restringe fino a 33 chilometri nel suo punto più stretto. Le rotte di navigazione effettivamente utilizzabili sono però ancora più limitate: appena tre chilometri per ciascuna direzione, separate da una fascia centrale di sicurezza. Questo rende Hormuz non solo strategico, ma anche estremamente vulnerabile. Qualsiasi incidente, attacco o decisione politica può trasformarlo rapidamente in un collo di bottiglia.
Sul lato iraniano, poco al largo della costa, si trova l’isola di Hormuz, che dà il nome allo stretto ed è storicamente un punto di controllo fondamentale. A sud, la frastagliata penisola di Musandam domina il passaggio con una serie di promontori rocciosi che rendono l’area facilmente sorvegliabile, ma anche complessa dal punto di vista militare.
Nel 1975 Iran e Oman hanno concordato uno schema di separazione del traffico marittimo, tuttora in vigore, per ridurre il rischio di collisioni in una delle rotte più trafficate del pianeta. Ogni giorno, in condizioni normali, decine di petroliere e navi metaniere attraversano questo corridoio stretto e obbligato. È proprio una tale combinazione di territorio, volumi e mancanza di alternative equivalenti a rendere lo Stretto di Hormuz un punto nevralgico senza eguali nel commercio globale.
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Chi controlla lo Stretto di Hormuz?
La questione che lascia molto incertezza è proprio questa. Il controllo dello Stretto di Hormuz è tanto una questione giuridica quanto geopolitica. Formalmente, le acque territoriali appartengono a Iran e Oman, ma lo stretto è considerato una via di navigazione internazionale, soggetta al diritto di passaggio inoffensivo.
Teheran esercita un controllo diretto sulla costa settentrionale e sull’isola di Hormuz, oltre a disporre di una presenza navale significativa, in particolare attraverso i Guardiani della Rivoluzione. Negli anni, l’Iran ha più volte dimostrato di poter interferire con la navigazione: sequestri di petroliere, esercitazioni militari, minacce di chiusura e operazioni di disturbo hanno scandito le fasi più tese dei rapporti con l’Occidente.
Dall’altra parte, l’Oman mantiene una posizione più neutrale e diplomatica, cercando di preservare la libertà di navigazione. Tuttavia, il ruolo di Muscat non è sufficiente a bilanciare l’influenza iraniana in caso di crisi. Per questo motivo, nello stretto operano stabilmente anche le marine di Stati Uniti e alleati, con l’obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza dei traffici.
I Paesi direttamente interessati non sono solo Iran e Oman. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq dipendono quasi totalmente da Hormuz per esportare il proprio petrolio. Anche le grandi economie asiatiche – Cina, India, Giappone e Corea del Sud – osservano con estrema attenzione ogni sviluppo, perché una parte consistente delle loro importazioni energetiche passa da qui.
Petrolio, gas e traffici marittimi: ecco perché è importante lo stretto tra Iran e Oman
Andiamo ai numeri veri e tangibili. Ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz transitano oltre 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa un quinto del consumo mondiale. A questi si aggiunge circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL), proveniente in gran parte dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti. Numeri che da soli spiegano perché Hormuz sia considerato il più critico “punto di strozzatura energetico” del pianeta.
Le principali destinazioni di questi flussi sono Asia orientale e meridionale. Cina e India assorbono volumi enormi di greggio del Golfo; l’India, in particolare, importa circa la metà del suo petrolio attraverso lo stretto. La Cina, inoltre, acquista quasi il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, nonostante le sanzioni internazionali. Un blocco prolungato colpirebbe quindi direttamente le catene di approvvigionamento delle maggiori economie emergenti.
Non passa solo energia. Secondo diverse analisi (The Conversation), fino a un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti utilizza rotte che attraversano Hormuz. Ciò significa che un’interruzione avrebbe effetti anche sull’agricoltura e sui prezzi alimentari, amplificando l’impatto inflazionistico globale.
Le alternative esistono, ma sono limitate. Oleodotti terrestri in Arabia Saudita ed Emirati possono bypassare parzialmente lo stretto, ma anche spingendoli al massimo resterebbe bloccata circa due terzi delle esportazioni del Golfo. È per questo che, come sottolineano diversi analisti, l’accesso alle rotte marittime conta oggi più degli stessi livelli di produzione.
L’impatto della guerra sullo Stretto di Hormuz: cosa sta succedendo
Senza andare troppo lontano, nelle ultime 24-36 ore è cambiato il mondo e, soprattutto per noi europei, alcuni effetti attuali potrebbero essere solo l’inizio di un periodo di forte instabilità economica legata ai prezzi dell’energia, del petrolio e di tutto ciò che viaggia sulla rotta di Hormuz, direttamente e indirettamente.
Perché lo Stretto di Hormuz è al centro di tutte le analisi economico-finanziarie?
Lo Stretto di Hormuz concentra in pochi chilometri una quantità di valore economico senza paragoni. È per questo che ogni crisi in Medio Oriente - soprattutto quando coinvolge direttamente l’Iran - porta immediatamente l’attenzione su questo passaggio obbligato. La guerra in corso ha trasformato una minaccia teorica in un rischio concreto.
Secondo i dati citati da S&P Global Commodity Insights, il traffico navale nello stretto è crollato del 40-50% nel giro di poche ore. Le navi già in transito hanno accelerato per uscire dall’area, mentre quelle in arrivo hanno preferito fermarsi o deviare. Un comportamente dettato da considerazioni assicurative e di sicurezza, che ha un effetto simile a una chiusura: i flussi energetici si interrompono.
Gli analisti stimano che, se la situazione dovesse protrarsi, potrebbero venire a mancare fino a 15 milioni di barili al giorno, circa il 30% del commercio mondiale di greggio via mare. Anche utilizzando tutte le infrastrutture alternative disponibili, la perdita netta sarebbe compresa tra 8 e 10 milioni di barili al giorno, un livello sufficiente a innescare uno shock petrolifero globale.
Come detto, l’Iran ha spesso minacciato di chiudere Hormuz, ma finora non lo ha mai fatto apertamente, consapevole delle possibili ritorsioni internazionali. Oggi, però, la strategia sembra puntare sull’ambiguità: rendere il passaggio talmente rischioso da scoraggiare il traffico, senza assumersi formalmente la responsabilità di una chiusura totale. Un’arma potente, che sta già mostrando la sua efficacia sui mercati.
Come ha risposto l’OPEC+?
Di fronte all’impennata dei prezzi e al rischio di una carenza di offerta, l’OPEC+ ha annunciato un aumento delle quote di produzione superiore alle attese. La mossa, guidata dall’Arabia Saudita, mira a calmare i mercati e a dimostrare che esiste una capacità di risposta coordinata.
Tuttavia, come sottolineano diversi analisti, l’efficacia di questa decisione è limitata. Se il problema principale non è la produzione ma l’impossibilità di esportare il petrolio, aumentare l’output serve a poco. L’accesso alle rotte marittime resta, ancora, il vero nodo.
L’Arabia Saudita ha comunque aumentato le proprie esportazioni nelle settimane precedenti agli attacchi, raggiungendo circa 7,3 milioni di barili al giorno, il livello più alto da aprile 2023. Una strategia interpretata come tentativo di creare una riserva a breve termine in vista di possibili tensioni. Anche l’Iran, secondo Bloomberg, aveva incrementato le esportazioni in vista dei negoziati con gli Stati Uniti.
Queste scorte, però, sono per definizione temporanee. Come evidenziano gli esperti di Rystad Energy, sono pensate per assorbire shock di breve durata, non per compensare interruzioni strutturali prolungate.
In altre parole, l’OPEC+ può guadagnare tempo, ma non risolvere il problema se Hormuz resta paralizzato.
In che modo l’aumento dei prezzi del petrolio inciderebbe sull’economia globale (e come potrebbe evolvere)
L’aumento dei prezzi dell’energia ha effetti rapidi e trasversali. Il petrolio è una delle principali unità di costo dell’economia globale: quando sale, trascina con sé trasporti, produzione industriale e prezzi al consumo. Secondo diverse stime, un aumento annuo del 5% del prezzo del petrolio aggiunge circa 0,1 punti percentuali all’inflazione nelle principali economie.
Se il Brent dovesse stabilizzarsi intorno ai 100 dollari al barile, scenario ritenuto plausibile da diversi analisti in caso di blocco prolungato, l’inflazione globale potrebbe aumentare di 0,6-0,7 punti percentuali. Un livello sufficiente a influenzare le decisioni delle banche centrali, spingendole a mantenere tassi più alti più a lungo, con effetti negativi sulla crescita.
Per l’Italia, l’impatto è già visibile. I prezzi alla pompa di benzina e diesel hanno iniziato a salire, mentre il gas naturale ha registrato forti rialzi sul mercato europeo. Secondo il Codacons, l’aumento delle quotazioni rischia di trasferirsi rapidamente su bollette e prezzi al dettaglio, colpendo famiglie e imprese in una fase in cui i consumi restano elevati.
L’Europa è meno dipendente fisicamente dal petrolio e dal GNL del Golfo rispetto all’Asia, ma non è immune. I mercati energetici sono globali: un aumento dei prezzi colpisce tutti. La vera vulnerabilità europea resta il GNL. Una riduzione dei flussi dal Qatar costringerebbe l’Europa a competere con l’Asia sul mercato spot, facendo lievitare ulteriormente i prezzi in un contesto di stoccaggi già più bassi rispetto agli anni precedenti.
Lo scenario dei prossimi giorni dipenderà da un fattore chiave: la durata e l’intensità della crisi. Una de-escalation rapida potrebbe riportare gradualmente il traffico verso la normalità, anche se i premi di rischio resterebbero elevati. Al contrario, un prolungamento delle tensioni trasformerebbe l’attuale shock in una crisi strutturale.
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