Riflettori puntati sul Giappone. Il mercato obbligazionario del Paese del Sol Levante è infatti attraversato da uno dei più importanti sconvolgimenti degli ultimi decenni, con potenziali effetti a catena sui mercati finanziari globali.
Come ha spiegato il portale Ig.com, l’asta dei titoli di Stato nipponici a 20 anni ha registrato la domanda più debole dal 1987. La «coda» dell’asta, che rappresenta il divario tra il prezzo medio e quello minimo accettato, si è ampliata notevolmente indicando la riluttanza degli investitori ad acquistare obbligazioni.
Il rapporto bid-to-cover, un indicatore della domanda, è invece crollato a livelli mai visti dal 2012, segnalando un netto calo dell’interesse degli investitori per il debito giapponese a lungo termine.
Questa debolezza senza precedenti della domanda segna dunque un cambiamento radicale per un mercato tradizionalmente caratterizzato da stabilità e prevedibilità. Ricordiamo che per decenni i titoli di Stato giapponesi (JGB) sono stati considerati tra gli strumenti di debito sovrano più sicuri a livello globale, nonostante l’elevato rapporto debito/prodotto interno lordo (PIL) del Paese.
Cosa succede al mercato obbligazionario del Giappone
Il crollo della domanda d’asta suggerisce che gli investitori stiano rivalutando il profilo rischio-rendimento del debito pubblico giapponese. Questa rivalutazione avviene in un contesto di mutevoli dinamiche di politica monetaria e di crescenti preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale del Giappone di fronte alle sfide demografiche e alla stagnazione della crescita economica.
Sempre il portale Ig, fa notare che la tiepida domanda ha portato a un forte aumento dei rendimenti delle obbligazioni giapponesi a lungo termine. Per la cronaca, il rendimento a 20 anni ha raggiunto il massimo dal 2000, mentre quello a 30 anni ha raggiunto livelli mai visti dal suo lancio nel 1999. In particolare, il rendimento a 40 anni ha raggiunto il massimo storico, riflettendo le profonde preoccupazioni sulla salute fiscale del Giappone e sulla sostenibilità del suo debito.
Per un mercato abituato a una volatilità minima, come quello del Giappone, cambiamenti del genere – e soprattutto rapidi - rappresentano uno shock significativo che si sta ripercuotendo sull’intero sistema finanziario. Gli investitori richiedono una maggiore remunerazione per detenere debito giapponese a più lunga scadenza.
Il grande rischio
Il prolungato periodo di tassi di interesse bassissimi ha reso il Giappone un centro nevralgico per il cosiddetto «carry trade», un procedimento cui gli investitori prendono a prestito yen a basso rendimento per investire in attività estere ad alto rendimento. Tuttavia, con l’aumento dei rendimenti giapponesi, questa strategia diventa meno attraente, innescando un’inversione di tendenza.
Le politiche ultra-espansive della Bank of Japan (BoJ) degli ultimi anni, in aggiunta a tassi d’interesse vicini allo zero, hanno consentito agli investitori di prendere a prestito yen a costo nullo e di convertirli in altre valute per investire in asset con rendimenti più elevati. Il meccanismo si è interrotto appena la BoJ ha cambiato strategia, in risposta anche all’aumento dell’inflazione.
E cosa significa questo per il resto del mondo? Dato il ruolo significativo del Giappone nella finanza globale, le perturbazioni locali possono avere effetti di vasta portata. La liquidazione del carry trade potrebbe portare a un rafforzamento dello yen, influendo sulla competitività delle esportazioni. Inoltre, con il rimpatrio dei fondi da parte degli investitori giapponesi, i prezzi delle attività globali, soprattutto negli Stati Uniti e nei mercati emergenti, potrebbero subire pressioni al ribasso.