Perché l’S&P 500 potrebbe chiudere il 2025 sotto i 5.000 punti?

Redazione Money Premium

14 Maggio 2025 - 07:05

Dazi, rischi politici, utili gonfiati e crisi dell’IA: l’indice S&P 500 è su livelli record ma sempre più disallineato dai fondamentali. Ecco perché il 2025 potrebbe finire in rosso.

Perché l’S&P 500 potrebbe chiudere il 2025 sotto i 5.000 punti?

L’indice S&P 500, barometro per eccellenza della finanza globale, ha recentemente aggiornato i suoi massimi storici, sorretto da un’ondata di entusiasmo legata all’intelligenza artificiale, a previsioni ottimistiche sugli utili societari e a una presunta resilienza dell’economia americana.

Tuttavia, dietro la superficie lucente si celano crepe profonde che rischiano di allargarsi nel corso del 2025.

Alcuni analisti iniziano a ipotizzare che, contrariamente al consenso di mercato, l’indice possa chiudere l’anno ben al di sotto dei 5.000 punti, con potenziali ripercussioni anche sui mercati globali.

Nonostante una crescita spettacolare negli ultimi due anni — con l’S&P 500 che ha messo a segno un +24% nel 2023 e un altro +10% nel 2024 — le attese per il futuro si scontrano con diversi fattori di rischio. In primo luogo, l’incognita politica rappresentata dal ritorno alla presidenza di Donald Trump. L’ex presidente ha già delineato una strategia economica aggressiva che punta a ridurre l’intervento statale, smantellare il cosiddetto “deep state” e alzare barriere tariffarie con l’obiettivo di proteggere l’industria americana. Ma queste mosse rischiano di frenare la crescita, comprimere i margini aziendali e aumentare l’inflazione.

Uno degli elementi più allarmanti è proprio l’escalation dei dazi. Gli Stati Uniti hanno già portato il tasso medio effettivo sui beni importati dal 2,5% al 28%, e l’amministrazione Trump ha promesso ulteriori aumenti nel corso del 2025. Questa politica protezionistica può apparire strategica nel breve termine, ma sul medio periodo rischia di colpire duramente le imprese statunitensi che dipendono da filiere globali, aumentare i costi di produzione e ridurre la competitività. Secondo uno studio di Goldman Sachs, ogni aumento del 5% nei dazi potrebbe causare una contrazione dell’utile per azione (EPS) tra l’1% e il 2%.

Nel frattempo, le valutazioni azionarie appaiono sempre più disancorate dalla realtà. Il prezzo medio delle azioni dell’S&P 500 rispetto agli utili (P/E ratio) è ben oltre le medie storiche, sostenuto da previsioni di crescita degli utili che, nella pratica, si scontrano con la stagnazione dei margini. I settori industriali, tecnologici e dei beni di consumo stanno già mostrando segni di debolezza, e la possibilità di una recessione tecnica nella seconda metà dell’anno non è da escludere. In questo contesto, anche una crescita degli utili del 5-6% rischia di risultare eccessivamente ottimistica.

Un altro pilastro dell’ottimismo recente — l’intelligenza artificiale — sta mostrando segnali di raffreddamento. La corsa agli investimenti in IA ha prodotto un forte rialzo dei titoli delle “Magnifiche Sette”, ma gli analisti cominciano a interrogarsi sull’effettiva capacità di queste tecnologie di generare ritorni concreti nel breve periodo.

Le spese per infrastrutture, data center e chip stanno erodendo i margini e, senza applicazioni rivoluzionarie pronte all’uso, si rischia un ridimensionamento delle aspettative. Inoltre, il contesto normativo si sta facendo più restrittivo, con Europa e Stati Uniti che iniziano a introdurre regole più severe per limitare gli eccessi del settore.
Oltre ai fattori economici e tecnologici, c’è un elemento di instabilità che pesa come una spada di Damocle sui mercati: la fiducia nel sistema istituzionale americano. Le promesse di Trump di epurare la burocrazia federale, riformare radicalmente il Dipartimento di Stato e ridimensionare la Fed generano preoccupazione tra gli investitori internazionali, tradizionalmente attratti dall’affidabilità e dalla trasparenza del sistema USA.

Se la percezione è che gli Stati Uniti stiano diventando meno prevedibili e più polarizzati, è plausibile un progressivo disimpegno da parte dei capitali stranieri, con effetti negativi sul dollaro, sui Treasury e, di riflesso, sui titoli azionari.

Anche il mercato obbligazionario fornisce segnali poco incoraggianti. I rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine restano elevati, sintomo di un’inflazione ancora percepita come minacciosa e di una Fed che potrebbe mantenere i tassi alti più a lungo del previsto. In questo scenario, le valutazioni azionarie elevate diventano più difficili da giustificare, soprattutto in assenza di un’accelerazione significativa della crescita economica.
La narrativa dell’eccezionalismo americano, che ha sostenuto Wall Street per decenni, comincia a mostrare la corda. L’idea che gli Stati Uniti siano sempre in grado di innovare, attrarre capitali e guidare la crescita globale vacilla sotto il peso di un debito pubblico insostenibile, di un sistema politico paralizzato e di un’economia più vulnerabile di quanto sembri.

Alla luce di questi fattori, appare sempre più plausibile uno scenario in cui l’S&P 500 non solo non raggiunge i 6.000 punti auspicati da alcuni analisti, ma possa addirittura cedere terreno in modo significativo, chiudendo il 2025 ben al di sotto della soglia psicologica dei 5.000 punti. Livelli attorno ai 4.500-4.700 sono considerati da alcuni osservatori come più coerenti con i fondamentali attuali.

Naturalmente, il mercato può sorprendere. Ma ignorare i segnali di squilibrio e le tensioni sottostanti significa esporsi a un rischio di correzione potenzialmente profondo.