Perché l’economia della Russia continua ad essere resiliente

Federico Giuliani

14 Febbraio 2024 - 07:38

La resilienza dell’economia russa ha lasciato senza parole molti economisti, compresi quelli che avevano creduto che il ciclo iniziale di sanzioni occidentali potesse travolgere il Cremlino.

Perché l’economia della Russia continua ad essere resiliente

Vladimir Putin lo ha ripetuto più volte nel corso degli ultimi due anni: “La Russia è riuscita a sconfiggere le sanzioni occidentali”. Al netto delle ingenti dosi di propaganda iniettate nell’opinione pubblica del Paese, le citate affermazioni uscite dalla bocca del capo del Cremlino nascondono un significato che pochi analisti hanno saputo cogliere.

Certo, Mosca non naviga nell’oro e i contraccolpi militari della guerra in Ucraina, uniti agli effetti derivanti dal distacco commerciale obbligato dalla quasi totalità dei Paesi europei, devono ancora rivelarsi nel medio-lungo periodo. Eppure, almeno per il momento, Putin può ironizzare sulle nefaste previsioni diramate dagli analisti occidentali, secondo cui la Federazione Russa sarebbe crollata nel giro di pochi mesi.

Al contrario, come ha spiegato il Financial Times, il presidente russo continua a far presente che l’economia del suo Paese non solo ha resistito alle sanzioni dell’Occidente: sta addirittura crescendo più e meglio di tante altre economie europee. Il riferimento è alla recente classifica del pil diramata dalla Banca Mondiale nella quale, a parità di potere d’acquisto, il sistema economico russo starebbe meglio persino di quello tedesco. Il Fondo Monetario Internazionale, intanto, ha rivisto le proprie previsioni di crescita del pil per la Russia al 2,6% quest’anno, con un aumento di 1,5 punti percentuali rispetto a quanto previsto lo scorso ottobre.

La resilienza dell’economia russa

La resilienza dell’economia russa ha lasciato senza parole molti economisti, compresi quelli che avevano creduto che il ciclo iniziale di sanzioni occidentali potesse travolgere il Cremlino. Il governo russo ha invece eluso i tentativi di Usa e Ue di limitare i suoi ricavi dalle vendite di “energia” e aumentato la spesa per la Difesa.

La Russia sta destinando un terzo del bilancio del Paese - 9,6 miliardi di rupie nel 2023 e 14,3 miliardi di rupie nel 2024 - allo sforzo bellico, un aumento di tre volte rispetto al 2021. Questo include non solo la produzione di hardware, ma anche pagamenti sociali legati alla guerra a coloro che combattono in Ucraina e alle loro famiglie, nonché alcune spese per i territori occupati. Il significativo aumento delle spese militari segna “una rottura sorprendente con lo sviluppo post-comunista della Russia fino ad oggi”, ha concluso lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri).

I massimi funzionari economici di Mosca hanno avvertito Putin del fatto che un aumento della spesa pubblica comporta il rischio di un grave surriscaldamento dell’economia nel prossimo futuro. Ma per il momento le esigenze sono altre, e il meccanismo mantiene robusta la crescita. In ogni caso, tutto ciò sarebbe stato impossibile se la Federazione Russa non avesse continuato a generare entrate colossali dalle sue risorse energetiche (nonostante le sanzioni).

Nel 2023, le entrate energetiche del Paese hanno raggiunto gli 8,8 miliardi di rubli, con un calo di circa un quarto rispetto al risultato record del 2022, ma al di sopra della media degli ultimi dieci anni. Nonostante ciò, le autorità sono state costrette a ricorrere a metodi sempre più irregolari per generare entrate da tasse e imposte una tantum, comprese le «donazioni volontarie» che le imprese occidentali devono pagare nel momento in cui lasciano la Russia.

La dipendenza dalla guerra

La Russia si è insomma adattata all’ampia gamma di sanzioni imposte dalle nazioni occidentali. Lungi dal cedere sotto il loro peso, ha evidenziato la Cnn, l’economia russa è più grande dell’1% rispetto alla vigilia dell’offensiva in Ucraina. La guerra sta tuttavia distorcendo l’economia di Mosca e risucchiando risorse nella produzione militare a un ritmo insostenibile.

Come ha spiegato Sergei Chemezov, presidente di Rostec, una società statale russa impegnata nel settore della Difesa, l’azienda ha quasi quintuplicato la produzione di veicoli blindati nel corso dell’anno, oltre che di altri apparati bellici. “Abbiamo aumentato di 50 volte la produzione di munizioni per armi da fuoco e MLRS”, ha detto Chemezov a dicembre. Per alcuni esperti costruire beni affinché vengano distrutti sul campo di battaglia non sarebbe però la strada verso il successo economico.

Intanto i soliti tecnocrati russi hanno guidato la Russia attraverso molteplici crisi finanziarie prendendo di mira in modo aggressivo l’inflazione, sostenendo il sistema bancario del Paese, costruendo riserve in valuta estera, e tentando di frenare la spesa aggiuntiva. Tale approccio si è rivelato cruciale nel mitigare l’impatto iniziale delle sanzioni all’inizio del conflitto, quando i governi occidentali hanno congelato 300 miliardi di dollari di riserve sovrane della Russia, e quando il Cremlino ha imposto controlli valutari per fermare un esodo di capitale e una corsa alle banche.

Il ministero delle Finanze russo ha stimato che lo stimolo fiscale legato alla guerra nel 2022-23 sia stato equivalente a circa il 10% del pil. Nello stesso periodo, la produzione industriale legata alla guerra è aumentata del 35% mentre la produzione civile è rimasta piatta, secondo una ricerca pubblicata dall’Istituto per le economie emergenti della Banca di Finlandia. Putin ha invece affermato che la produzione civile era aumentata del 27% dall’inizio della guerra.

In un simile scenario c’è chi ritiene che anziché ridurre la dipendenza russa dalle vendite all’esportazione di petrolio e gas - che rappresentano circa un terzo del reddito di bilancio nazionale - la spinta in tempo di guerra di Putin abbia creato una nuova dipendenza: quella legata alla produzione militare. Nel frattempo Mosca continua a vendere petrolio e altre materie prime a partner ben felici di acquistare il materiale a prezzo di saldo. Per la cronaca, India e Cina rappresentano oggi il 90% delle esportazioni petrolifere russe. Soldi freschi che entrano nelle casse di Mosca.

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