Le sanzioni occidentali non sono fin qui riuscite ad affossare l’economia della Russia. Sta tuttavia emergendo un punto debole nella corazza del Cremlino. Il tallone d’Achille di Mosca, se così può essere definito, coincide con l’Artico. Non una regione qualunque per il governo russo, bensì un’area che fornisce quasi il 10% della produzione economica del Paese.
Il motivo di simili cifre è presto detto: qui viene prodotto circa l’80% del gas naturale combustibile e il 17% del petrolio a disposizione della Federazione Russa. Scendendo nei dettagli, la piattaforma continentale presenta più di 85,1 trilioni di metri cubi di gas naturale e 17,3 miliardi di tonnellate di petrolio.
La Strategia per lo sviluppo della zona artica della Federazione Russa e la garanzia della sicurezza nazionale fino al 2035, approvata dal presidente Vladimir Putin nel 2020, dichiara che queste risorse costituiscono una “riserva strategica per lo sviluppo della base di risorse minerarie della Federazione Russa".
Ebbene, le sanzioni stanno iniziando a mettere in discussione l’intero meccanismo locale. Un esempio? L’impianto Arctic LNG 2 della Novatek PJSC, nel Mar di Kara, è una parte fondamentale dei piani di Mosca per aumentare le esportazioni e rimpinguare le casse. Da mesi è pronto a spedire gas naturale liquefatto verso nuovi mercati ma, come ha spiegato Fortune, il complesso è pressoché inattivo.
“Le sanzioni statunitensi stanno funzionando sorprendentemente bene”, ha dichiarato Malte Humpert, fondatore dell’Arctic Institute, che da oltre un decennio monitora l’espansione della Russia nella regione. “In questo caso, sono davvero in anticipo sulla curva. Hanno bloccato l’Arctic LNG 2 prima ancora che iniziasse la produzione, hanno bloccato le navi prima che potessero essere consegnate. Per tutto il resto, come il petrolio o la flotta ombra, si tratta sempre di un’azione reattiva”, ha aggiunto l’esperto.
L’Artico: il (possibile) tallone d’Achille della Russia
La Russia cerca da tempo di aumentare la propria quota del mercato globale di Gnl. Mosca vuole triplicarne la produzione entro il 2030, aggiungendo almeno 35 miliardi di dollari di entrate annuali. Grazie alle operazioni in corso, la Russia è il quarto esportatore di GNL a livello globale, ma le restrizioni sul progetto di punta Arctic LNG 2 stanno limitando le aspirazioni del Cremlino ad andare oltre.
Ma non è finita qui, perché questo modus operandi potrebbe aver fornito all’Occidente un modello per qualsiasi futuro tentativo di ridurre le entrate di gas del Cremlino. Un modello, va da sé, consistente con il prendere di mira operazioni come Yamal o Sakhalin II in Estremo Oriente, per strozzare sul nascere nuove, ipotetiche, operazioni commerciali di Putin.
Da quando l’anno scorso l’amministrazione Biden ha imposto sanzioni all’impianto Arctic LNG 2, gli acquirenti provenienti da Cina e India – due Paesi che hanno acquistato e commercializzato il petrolio russo, aggirando i vincoli esistenti - si sono rifiutati di acquistare anche il GNL russo scontato.
A quanto pare anche i costruttori navali sarebbero rimasti invischiati nelle sabbie mobili delle sanzioni, visto che mavi del valore di centinaia di milioni di dollari sarebbero attualmente bloccate nei bacini di carenaggio della Corea del Sud. Nessuno può acquistarle o affittarle. Il gas, nel frattempo, rimane intrappolato nell’impianto artico.
L’effetto delle sanzioni
Le sanzioni imposte alla Russia dal febbraio 2022 in poi hanno insomma complicato le prospettive di sviluppo dell’Artico da parte di Mosca. L’eventuale doppio colpo per il Cremlino coinciderebbe con un graduale embargo sugli acquisti di petrolio e gas russi, in aggiunta al fatto che i potenziali partner commerciali del governo russo probabilmente rifiuteranno l’uso della rotta del Mare del Nord per il transito internazionale delle merci.
Risultato: una drastica limitazione della domanda di beni e servizi prodotti dalla regione. Nella prima metà del 2022, la Russia ha già ridotto la produzione di gas naturale di quasi il 7% rispetto allo stesso periodo del 2021. A giugno ha inoltre prodotto poco più di 39 miliardi di metri cubi di gas, il 23% in meno rispetto allo stesso mese di un anno fa. Anche la produzione di petrolio ha iniziato a diminuire.