Perché il tallone d’Achille della Cina coincide con l’Oceano Indiano

Federico Giuliani

25 Dicembre 2023 - 06:51

La Cina vuole proiettare la propria potenza marittima oltre il Mar Cinese Meridionale. Per farlo deve però superare alcuni ostacoli economici non da poco.

Perché il tallone d’Achille della Cina coincide con l’Oceano Indiano

Le acque del Mar Cinese Meridionale sono presidiate dalla Cina. Dalle numerose strutture militari dislocate su atolli e isole contese alle moderne navi della Marina, Pechino ha una voce in capitolo sempre più grande nell’intera regione marittima. Il discorso cambia se spostiamo lo sguardo più a ovest, nei pressi dell’Oceano Indiano, dove sorge un enorme teatro navale dominato dagli Stati Uniti.

Questo è un problema non da poco per il gigante asiatico, visto che ogni giorno una sessantina di grandissime navi portapetrolio a pieno carico transitano tra il Golfo Persico e i porti cinesi, trasportando più o meno la metà del petrolio che alimenta la seconda economia del pianeta. Non solo: a quelle stesse latitudini viaggiano anche altre innumerevoli imbarcazioni della Repubblica Popolare Cinese in arrivo o dirette verso Africa e Brasile.

Gli obiettivi della Cina in loco, dunque, coincidono con il consolidamento della sicurezza delle sue rotte di approvvigionamento energetico (e commerciali), nonché con l’aumento della sua influenza marittima. Già, perché nel caso in cui dovesse esplodere una crisi, o peggio un conflitto tra Washington e Pechino, le petroliere cinesi nell’Oceano Indiano si troverebbero vulnerabili e sarebbero esposte alle minacce nemiche. Con ingenti ripercussioni sull’economia del Dragone.

Il rebus dell’Oceano Indiano

David Brewster, studioso di sicurezza presso l’Australian National University ha spiegato nel dettaglio quali rischi potrebbe correre la Cina a fronte di una guerra, ipotizziamo, per Taiwan. “Le navi militari cinesi sarebbero effettivamente intrappolate nell’Oceano Indiano e avrebbero poco o nessun supporto aereo, perché non ci sono basi o strutture proprie su cui (la Cina) possa fare affidamento”, ha dichiarato a Reuters.

In una guerra su vasta scala, le petroliere del Dragone – capaci di trasportare 2 milioni di barili di petrolio – sarebbero insomma un obiettivo da affondare o catturare. Ebbene, queste opzioni potrebbero essere utilizzate dagli Usa e dai loro partner per dissuadere la Cina dal lanciare un’azione volta ad invadere Taiwan.

Il problema, per il gigante asiatico, è tutto qui: l’esercito cinese non è ancora in grado di proteggere le rotte che tagliano l’Oceano Indiano. In condizioni del genere, dovendo fare i conti con una simile spada di Damocle, per Xi Jinping sarebbe complicato sostenere una guerra prolungata a Taipei. Tanto più che, con il passare degli anni, la domanda energetica cinese – la stessa che viene soddisfatta con le navi transitanti proprio dall’Oceano Indiano - è aumentata.

Rotte commerciali da difendere

La Cina ha importato 515,65 milioni di tonnellate di petrolio greggio negli 11 mesi fino a novembre, ovvero 11,27 milioni di barili al giorno, con un incremento annuo del 12,1%. Il Pentagono stima che circa il 62% del petrolio cinese e il 17% delle sue importazioni di gas naturale transitino attraverso lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale, principali porte di accesso dell’Oceano Indiano. Certo, la Cina si sta muovendo per diversificare le proprie forniture energetiche, con tre gasdotti provenienti da Russia, Myanmar e Kazakistan, gli stessi che rappresenteranno circa il 10% delle sue importazioni di petrolio greggio nel 2022. Ma la strada è ancora in salita.

Il cibo è un quadro più complesso. Le importazioni cinesi di soia, utilizzata per l’alimentazione animale, vengono spedite in parte attraverso l’Oceano Indiano, ma altri prodotti come il cloruro di potassio, necessario per i fertilizzanti, arrivano da altre rotte.

Secondo le società di analisi Vortexa e Kpler, i cinesi disporrebbero di riserve strategiche e commerciali di petrolio greggio per circa 60 giorni. Le loro riserve di petrolio sarebbero però in parte immagazzinate sottoterra e non potrebbero essere monitorate dai satelliti. La Cina avrebbe invece una piccola eccedenza di gas naturale, ricevendo volumi crescenti dai suddetti gasdotti che attraversano la Russia, l’Asia centrale e il Myanmar. È poi in gran parte autosufficiente per quanto riguarda il grano e il riso, e conserva grandi scorte di entrambi sebbene le quantità rimangano un segreto di stato.

La Cina può invertire la tendenza mettendo in sicurezza la regione? Al momento sappiamo che Pechino dispone di una vasta rete di satelliti militari, ma solo di una base militare (Gibuti) e di nessuna copertura aerea terrestre o marittima per gli schieramenti navali nell’Oceano Indiano. Per la cronaca, la struttura d’oltremare cinese a Gibuti, sul confine occidentale dell’Oceano, è stata aperta nel 2017 e ospita 400 marines, riflettendo il coinvolgimento cinese nelle pattuglie di pirateria internazionale intorno al Corno d’Africa dal 2008. Un rapporto del Pentagono sostiene però che la Cina “ha ancora scarsa capacità di proiezione di potenza” nell’Oceano Indiano. Ecco perché il governo cinese è all’opera per risolvere il delicatissimo rebus.