Il 2023 si è rivelato l’anno delle previsioni sbagliate sia per le analisi economiche (la temuta recessione non si è verificata) e sia su quelle di mercato dato che il consenso a Wall Street era formato da vendere le azioni americane, comprare i Treasury e l’equity cinese.
Effettivamente il 2023 era iniziato con pessimismo dopo le difficoltà del 2022 dei mercati, spaventati dall’inflazione, dalle repentine azioni restrittive delle banche centrali e in ultimo dagli effetti che queste ultime avrebbero provocato all’andamento della crescita economica globale. Eppure, rispetto al 2022 lo scorso anno ha segnato una decisa discesa dell’inflazione accompagnata da rialzi azionari a doppia cifra percentuale soprattutto del Tech americano che era considerato un anello debole nel contesto macroeconomico prospettato.
I mercati sono andati perciò via via convincendosi nel corso dell’anno che l’inflazione stesse diminuendo grazie alle azioni monetarie delle banche centrali, alla normalizzazione dei prezzi delle materie prime e ad un andamento economico più moderato ricalcando così uno scenario di Goldilock economy per quel che concerne gli Stati Uniti. L’ottimismo per la Cina è scemato vista la ripresa economica altalenante e soprattutto per la mancata ripresa del settore immobiliare. In Europa, invece, l’eterogeneità dell’andamento dell’economia dei Paesi europei ha comportato una sostanziale stagnazione ove i Paesi core hanno sottoperformato e quelli periferici sono riusciti ad evitare una recessione economica dell’intera Area Euro.
Eppure nel Vecchio Continente la BCE tentenna a dare segnali di voler invertire la rotta dei tassi di interesse, contraddicendo le aspettative dei mercati che già a Marzo si attendono un ritocco di 0,25 punti percentuali in virtù della recessione economica in Germania e di una dinamica recessiva della Francia. La fase di disinflazione europea è durata diversi mesi ma proprio a Dicembre sembra aver subito uno stop visto che le stime flash dell’indice CPI pubblicate dall’Eurostat hanno mostrato un aumento dei prezzi del 2,9% a/a e dello 0,2% m/m. In particolare, l’ufficio statistico europeo ha reso noto che il settore dove si è riscontrata l’inflazione annuale maggiore è quello dei beni alimentari, alcol e tabacco seguito da quello dei Servizi mentre il calo interessa principalmente il settore energetico che ha subito una flessione tuttavia minore rispetto ai mesi di Novembre e Ottobre.
L’outlook economico dell’Eurozona resta alquanto nebuloso nonostante una crescita dei salari superiore al ritmo di aumento dell’inflazione (prima volta in 3 anni). Secondo un sondaggio condotto dal Financial Times su 48 economisti, circa due terzi di essi ritiene che l’Area Euro già nel 2023 è risultata in recessione ritenendo al contempo che nel primo trimestre del 2024 si osserverà una lieve ripresa della crescita. In media, gli economisti intervistati dal giornale finanziario ritengono che l’economia dell’Eurozona crescerà dello 0,6% nel 2024, una previsione più pessimistica sia del Fondo Monetario Internazionale che della Banca Centrale Europea.
Interessante notare è che le principali minacce per l’economia europea, secondo gli economisti che hanno partecipato al sondaggio, derivino da 3 fattori: elevati tassi di interesse, tensioni geopolitiche e un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Tralasciando gli ultimi 2 aspetti, il cui peso andrà valutato poi effettivamente al verificarsi dell’eventuale evento, il primo non preoccupa molto le imprese europee che sono invece maggiormente interessate dall’aumento del costo del lavoro. Se si dà uno sguardo alle varie indagini economiche della BCE emerge proprio questo fatto, cioè che la sticky inflation è dovuta essenzialmente ad una crescita dei salari sostenuta risultante a livello domestico nel principale sostegno all’inflazione.
Che è poi il motivo medesimo per cui si dà un grande risalto all’andamento del mercato del lavoro oltreoceano. Gli ultimi dati rilasciati sulle buste paga non agricole di Dicembre hanno mostrato che il mercato del lavoro statunitense è ancora robusto con il dato che è risultato superiore alle stime, registrando il 36mo mese consecutivo di crescita.
Al contempo, il tasso di disoccupazione negli USA è rimasto stabile al 3,7% a Dicembre, di poco al di sopra del 3,4% di Aprile pari al tasso più basso dal 1969. Da notare che il tasso di disoccupazione statunitense è rimasto al di sotto del 4% per 23 mesi consecutivi, la striscia più lunga in tal senso dalla fine degli anni ’60. Nel 2023, invece, la retribuzione oraria media è aumentata del 4,1% superando le aspettative del 3.9%, segno appunto che il mercato del lavoro americano nel 2023 si è mostrato piuttosto resiliente nonostante l’aumento delle opportunità di lavoro nel complesso è aumentata dell’1,7%, la crescita a/a più bassa da Marzo 2021. Un rallentamento è sicuramente in atto perché dall’ultimo report JOLTs sulle nuove aperture di posti di lavoro è risultato che a Novembre i posti vacanti sono diminuiti a 8,79 mln con le assunzioni che sono scese al livello più
basso dall’Aprile del 2020, così come il tasso di dimissioni che è sceso al livello più basso da Settembre 2020 (indicando che gli americani si sentono meno fiduciosi nella capacità di trovare un nuovo lavoro o ad ottenere un posto di lavoro retribuito meglio). Tuttavia, il rapporto tra aperture di nuovi posti di lavoro e disoccupati si mantiene stabile a 1,4, una cifra che si è notevolmente attenuata nel corso del 2023 dopo aver toccato il picco nel 2022 quando questo rapporto era praticamente di 2 posti di lavoro nuovi ogni 1 disoccupato. Si potrebbe dunque iniziare a intravedere un rallentamento della crescita dei salari nei prossimi mesi man mano che l’eccesso di domanda di manodopera inizierà a dissolversi comportando una volontà minore delle imprese ad aumentare i compensi dei lavoratori. Guardare al tasso di disoccupazione in modo asettico può comunque indurre ad errore, storicamente il tasso di disoccupazione ha raggiunto un minimo ciclico proprio prima il materializzarsi di una recessione.
La seconda economia mondiale è invece alla prese con una altalenante ripresa economica dopo la fine delle restrizioni sanitarie per il Covid. Nel discorso alla nazione di inizio anno Xi Jinping ha menzionato la volontà di rafforzare la crescita economica non sorvolando sul fatto che alcune imprese hanno avuto un periodo difficile così come i cittadini in cerca di lavoro. Pechino dovrebbe comunque indirizzare l’obiettivo di crescita del PIL per il 2024 al 5%, obiettivo non semplice vista la bassa fiducia dei consumatori cinesi, l’afflusso all’estero dei capitali causato da maggiori tassi di interesse, l’opacità delle politiche delle autorità e l’ultima repressione del settore del Gaming che ha causato un’ulteriore sfiducia degli investitori esteri sul mercato cinese (il 2023 ha segnato il minor acquisto di azioni cinesi da investitori esteri di sempre).
Le tensioni poi con gli Stati Uniti non sembrano attenuarsi considerando che l’amministrazione Biden è orientata a mantenere buona parte dei dazi commerciali introdotti da Donald Trump con quest’ultimo che potrebbe essere rieletto alle prossime elezioni a stelle e strisce. La performance del PIL cinese, calcolata in USD, è stata effettivamente deludente così come l’andamento del mercato azionario che è stato l’unico tra i principali mercati mondiali a segnare una performance negativa annuale.
Anche il grande recupero dell’economia cinese rispetto a quella americana si è fermata negli ultimi anni. Un fattore cruciale è che Pechino è meno capace di iniettare massicce quantità di debito per risolvere i problemi economici rispetto al passato, il tema della sostenibilità del debito è un fenomeno che interessa ormai anche il Dragone.