1987-2007-2027, la storia lancia un nuovo allarme. I mercati e l’economia rischiano un nuovo shock?

Gerardo Marciano

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Tassi elevati, quattro anni di rialzi e cicli storici inquietanti: il 2027 potrebbe diventare un anno cruciale per economia e mercati.

 1987-2007-2027, la storia lancia un nuovo allarme. I mercati e l'economia rischiano un nuovo shock?

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Quando arriverà la prossima recessione? È una delle domande più difficili da affrontare sui mercati finanziari. Le recessioni, infatti, vengono normalmente riconosciute quando l’economia ha già iniziato a rallentare, mentre le Borse tendono ad anticipare il ciclo economico e possono essersi mosse molti mesi prima. Oggi, però, diverse statistiche iniziano a sovrapporsi in maniera interessante.

Dopo anni caratterizzati prima da una forte stretta monetaria e successivamente da una fase meno lineare dei tassi, il 2027 sarà contemporaneamente il settimo anno del ciclo decennale e il terzo anno del ciclo presidenziale americano.
È una combinazione già verificatasi in passato. Fra i precedenti più significativi troviamo il 1987 e il 2007, due anni entrati nella storia dei mercati per ragioni differenti: nel primo si verificò il crash di ottobre; nel secondo, nel mese di dicembre, iniziò quella che sarebbe diventata la Grande Recessione. Questo non significa, naturalmente, che la stessa combinazione debba produrre nel 2027 conseguenze analoghe. Due precedenti non costituiscono una regola statistica e, soprattutto, i cicli di calendario non provocano né recessioni né crolli di Borsa.

A questa coincidenza se ne aggiunge oggi un’altra, forse ancora più suggestiva: Wall Street potrebbe arrivare al 2027 dopo quattro anni consecutivi di rialzo a doppia cifra dell’S&P 500. Una sequenza che non si osservava dalla seconda metà degli anni Novanta, prima del difficile triennio 2000-2002. La storia non è una legge e queste statistiche non consentono di prevedere una recessione. Ma quando più cicli iniziano a convergere vale la pena approfondire.

Fed, BCE e cicli storici: perché il 2027 merita attenzione

Partiamo dalla politica monetaria. Il 29 luglio 2026 la Federal Reserve ha mantenuto il Federal Funds Rate nel corridoio 3,50%-3,75%. La decisione è stata presa con 9 voti favorevoli e 3 contrari: i tre dissenzienti avrebbero preferito alzare i tassi di altri 25 punti base. La Fed ha inoltre ribadito che l’inflazione rimane elevata rispetto all’obiettivo del 2%.

Il particolare non è irrilevante. Nonostante il lungo percorso di politica monetaria restrittiva, all’interno della stessa Federal Reserve esiste ancora una componente che considera possibile la necessità di una stretta maggiore.
Le proiezioni ufficiali pubblicate a giugno restano comunque relativamente rassicuranti. La mediana delle stime della Fed indica una crescita del PIL reale del 2,2% nel 2026, del 2,3% nel 2027 e del 2,2% nel 2028, con un Federal Funds Rate atteso al 3,8% alla fine del 2026, al 3,6% nel 2027 e al 3,4% nel 2028. Lo scenario centrale della banca centrale americana, quindi, non contempla attualmente una recessione.

Anche in Europa i tassi sono tornati al centro dell’attenzione. A giugno la BCE li ha aumentati di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,65%. A luglio li ha lasciati invariati. E non si può ancora escludere un nuovo rialzo.
Nell’ultima Survey of Professional Forecasters della BCE, la previsione modale indica infatti il tasso sui depositi al 2,50% nel quarto trimestre del 2026 e nel primo trimestre del 2027, prima di una successiva graduale diminuzione. Si tratta delle aspettative degli economisti intervistati e non di un impegno della BCE, che continua a dichiarare di voler decidere riunione per riunione sulla base dei dati.

Perché tutto questo è importante quando si parla di recessione?

Perché la storia mostra che non è necessariamente il livello dei tassi esistente nel giorno in cui comincia una recessione a rappresentare il segnale decisivo. Conta soprattutto ciò che è avvenuto nei mesi e negli anni precedenti.
Una politica monetaria restrittiva agisce con ritardo su credito, investimenti, consumi, mercato immobiliare e occupazione. Quando una banca centrale comincia eventualmente a ridurre i tassi, parte del rallentamento economico potrebbe essere già stata innescata.

Un nostro studio storico evidenzia infatti che durante le recessioni i tassi tendono generalmente a diminuire.
La sequenza da osservare può quindi essere schematizzata così:

rialzo dei tassi → permanenza su livelli restrittivi → rallentamento dell’economia → primi tagli → possibile recessione.

Ma c’è un altro elemento fondamentale. I mercati finanziari non aspettano che una recessione venga certificata.
Nel nostro studio viene evidenziato come storicamente le Borse abbiano teso ad anticipare il ciclo economico anche di 6-9 mesi, iniziando spesso a scendere prima della recessione e tornando talvolta a salire quando i dati economici continuano ancora a essere negativi.

Secondo la cronologia ufficiale del NBER, dal dopoguerra gli Stati Uniti hanno attraversato recessioni nel 1948-49, 1953-54, 1957-58, 1960-61, 1969-70, 1973-75, 1980, 1981-82, 1990-91, 2001, 2007-09 e 2020.
Va precisato un particolare sull’ultima. Il NBER individua febbraio 2020 come il mese del picco dell’espansione e aprile 2020 come il minimo successivo. Seguendo la convenzione utilizzata dal NBER, la recessione comprende quindi marzo e aprile 2020 e durò appena due mesi. Da maggio 2020 iniziò la successiva espansione.

La conclusione è importante: quando una recessione diventa evidente a tutti, Wall Street potrebbe avere già compiuto una parte significativa del proprio movimento. Ed eccoci alla parte più suggestiva dell’analisi.

Nel ciclo decennale il 2027 sarà un settimo anno. Il nostro studio storico sul Dow Jones mostra che gli anni terminanti con 7 hanno registrato una performance media di circa -2,93%. Ma il dato annuale racconta soltanto una parte della storia.
L’andamento medio degli anni con il 7 mostra infatti una tendenza a prolungare la positività fino a luglio-agosto, per poi andare incontro a una forte correzione fra settembre e ottobre e successivamente a una fase più neutrale.
Il 2027 sarà però anche il terzo anno del ciclo presidenziale americano.

Ed è qui che la statistica cambia. Storicamente il terzo anno presidenziale è stato quello caratterizzato dalla performance media più positiva nel campione analizzato e da una volatilità relativamente contenuta.
Quando incrociamo ciclo presidenziale e ciclo decennale emerge un risultato ancora più interessante.
Il settimo anno del decennio presenta nello studio una performance media di circa -10,1% quando coincide con il primo anno presidenziale, ma di circa +6,6% quando coincide con il terzo. Quindi sarebbe scorretto sostenere che il semplice incrocio fra il settimo e il terzo anno presidenziale determini un crollo.

C’è però un’altra statistica. Quando il settimo anno coincide con il terzo anno presidenziale, nel campione analizzato il massimo annuale tende a concentrarsi fra luglio e settembre. Ed è questa caratteristica a rendere particolarmente interessante il 2027.
Due precedenti relativamente recenti meritano particolare attenzione: 1987 e 2007.
Nel 1987 l’economia americana non entrò in recessione, ma il 19 ottobre il Dow Jones perse oltre il 22% in una sola seduta.
Nel 2007 Wall Street raggiunse nuovi massimi e il NBER colloca nel dicembre di quell’anno il picco dell’espansione che precedette la Grande Recessione.

È importante, però, non forzare questa analogia. Il fatto che 1987, 2007 e 2027 condividano la combinazione fra settimo anno del decennio e terzo anno presidenziale non significa che condividano necessariamente lo stesso destino.
Il calendario non provoca le recessioni.

Una recessione ha bisogno di cause economiche: restrizione del credito, deterioramento della domanda, riduzione degli investimenti, shock esterni, aumento della disoccupazione, crisi finanziarie o una combinazione di questi fattori.
I cicli possono eventualmente evidenziare una finestra temporale interessante. Non possono determinarne in anticipo l’esito.
E c’è un altro elemento che invita alla prudenza.

Il nostro stesso studio evidenzia che, storicamente, le recessioni hanno mostrato una maggiore probabilità di evidenziarsi nel primo biennio del decennio, non necessariamente nel settimo o nell’ottavo anno.
Anche l’ottavo anno, preso isolatamente, presenta caratteristiche tutt’altro che negative: nel campione analizzato ha prodotto una performance media del 12,7%.

Perché allora concentrare l’attenzione sul 2027?
Perché questa volta ai cicli storici si aggiunge un’altra statistica.
Dopo il forte ribasso del 2022, quando l’S&P 500 perse il 19,44%, Wall Street ha iniziato una sequenza di rialzi particolarmente importante. L’S&P 500 ha guadagnato il 24,23% nel 2023, il 23,31% nel 2024 e il 16,39% nel 2025. E il 2026, almeno fino ad ora, continua nella stessa direzione.

Al 25 agosto 2026, l’indice S&P 500 Total Return registra una performance da inizio anno del 12,63%. Se il 2026 dovesse chiudersi ancora con un guadagno a doppia cifra, avremmo quindi quattro anni consecutivi di rialzi a doppia cifra.
Ed è qui che la statistica diventa particolarmente interessante.

Per trovare una sequenza ancora più lunga bisogna tornare alla seconda metà degli anni Novanta.
Dal 1995 al 1999, l’S&P 500 mise a segno cinque anni consecutivi di rendimenti totali superiori al 20% circa: +37,2% nel 1995, +22,68% nel 1996, +33,10% nel 1997, +28,34% nel 1998 e +20,89% nel 1999. Poi arrivò il cambio di scenario. Nel marzo del 2000 iniziò lo scoppio della bolla tecnologica.

L’S&P 500 chiuse in perdita tre anni consecutivi: 2000, 2001 e 2002, mentre il Nasdaq subì un ribasso molto più profondo. Nel marzo 2001 cominciò inoltre una recessione americana.

Attenzione, però: questo precedente non significa che quattro anni consecutivi di rialzi debbano necessariamente essere seguiti da un crollo. Un singolo precedente non possiede sufficiente forza statistica per trasformarsi in una regola.
Ma la coincidenza diventa molto più interessante quando viene sovrapposta a tutto il resto.

Wall Street potrebbe infatti entrare nel 2027 dopo tre anni già conclusi di forti rialzi e un quarto attualmente positivo a doppia cifra; una lunga fase di politica monetaria restrittiva; un settimo anno del ciclo decennale; un terzo anno del ciclo presidenziale; una configurazione ciclica osservata anche nel 1987 e nel 2007; una statistica che tende a concentrare i massimi del settimo anno-terzo presidenziale fra luglio e settembre.

Nessuno di questi elementi, singolarmente, annuncia una recessione. Ma la sovrapposizione merita attenzione.
La grande sequenza rialzista del 1995-1999 venne seguita dal bear market del 2000-2002.
Il 1987 produsse uno dei crash più violenti della storia senza determinare una recessione. Il 2007 precedette la più grave crisi economico-finanziaria dal dopoguerra. Due episodi molto diversi fra loro, accomunati dalla stessa combinazione ciclica che tornerà nel 2027. Ed è proprio la diversità fra questi due precedenti a ricordarci che la storia non può essere utilizzata come un orologio.

Quello che potrebbe rendere il 2027 particolarmente interessante sarebbe l’eventuale sovrapposizione fra ciclo monetario, ciclo economico, ciclo decennale, ciclo presidenziale e maturità del bull market. Se nei prossimi mesi l’inflazione costringesse Fed e BCE a mantenere i tassi elevati più a lungo del previsto, o addirittura a effettuare ulteriori rialzi, gli effetti ritardati della restrizione monetaria potrebbero iniziare a manifestarsi proprio mentre Wall Street entra nel settimo anno del decennio.

E se nello stesso momento iniziassero a deteriorarsi occupazione, credito, consumi e utili societari, la seconda metà del 2027 assumerebbe un significato completamente diverso. Soprattutto perché il comportamento medio del settimo anno presenta proprio una caratteristica che oggi non può essere ignorata: forza nella prima parte dell’anno e maggiore vulnerabilità dopo l’estate.

Non sappiamo quindi quando arriverà la prossima recessione.
E allo stato attuale una recessione nel 2027 non rappresenta lo scenario centrale della Federal Reserve.
Ma la storia ci insegna anche che le grandi svolte non diventano evidenti nello stesso momento per economia, banche centrali e mercati. Prima cambiano le condizioni monetarie. Poi alcuni indicatori economici iniziano a deteriorarsi. I mercati provano ad anticipare. Solo successivamente una recessione viene eventualmente riconosciuta.

Il 2027 arriverà dopo una delle più forti sequenze rialziste degli ultimi decenni e con una combinazione ciclica comparsa in due anni memorabili per Wall Street:

  • il 1987 portò il crash;
  • il 2007 aprì la strada alla Grande Recessione.

E il 2027?
Dopo quattro anni potenzialmente consecutivi di rialzi a doppia cifra, tassi ancora relativamente elevati e diverse coincidenze cicliche, c’è davvero da stare tranquilli? Lo scopriremo nei prossimi mesi. La storia non ci dice cosa accadrà. Ma questa volta ci offre parecchi motivi per guardare con particolare attenzione a ciò che accadrà fra la seconda metà del 2027 e il 2028.

Se arrivasse davvero un bear market, quanto potrebbe scendere Wall Street? A questo punto resta una domanda inevitabile: se nei prossimi anni dovesse effettivamente verificarsi una fase ribassista importante, quanto potrebbe essere profonda e quanto potrebbe durare? Anche in questo caso la storia offre alcuni riferimenti, ma con una precisazione metodologica importante.

Una nostra analisi basata sullo studio dei mercati dal 1898 sottolinea come questi attraversino fisiologicamente fasi alterne e come, anche nei trend rialzisti, si verifichino sempre correzioni al ribasso. Lo stesso studio invita a considerare, durante le fasi negative, sia l’entità media della discesa sia la durata media del ribasso.

Per quantificare questi fenomeni è però necessario distinguere tra diverse metodologie di classificazione dei bear market.
Secondo i dati elaborati da Ned Davis Research e riportati da Hartford Funds, dal 1928 i bear market dell’S&P 500 hanno prodotto mediamente una perdita di circa il 35% e sono durati in media 289 giorni, cioè poco meno di 10 mesi.

Questa media, però, non deve essere confusa con i dati relativi ai singoli grandi cicli ribassisti, perché alcune fonti suddividono una lunga fase negativa in più bear market distinti, mentre altre considerano l’intero movimento dal massimo al minimo.
Per questo, quando si osservano i grandi episodi storici, è utile utilizzare una metodologia omogenea.

Secondo le elaborazioni di Yardeni Research, tra i ribassi più importanti dell’S&P 500 troviamo il 1930-1932, con circa -83%; il 1937-1938, con circa -54,5%; il 1973-1974, con circa -48,2%; il 1987, con circa -33,5%; il 2000-2002, con circa -49,1%; il 2007-2009, con circa -56,8%; e il 2020, con circa -33,9%.

La durata è stata estremamente variabile. Il ribasso del 1987 si concentrò in poco più di tre mesi. Quello del 2000-2002 durò invece oltre due anni e mezzo. La crisi finanziaria del 2007-2009 si sviluppò nell’arco di circa 17 mesi, mentre nel 2020 una discesa superiore al 30% si concentrò in appena 33 giorni.

Questo mostra quanto sia pericoloso immaginare un bear market “standard”. La media storica di circa -35% e 9-10 mesi è soltanto un riferimento statistico. Dietro quella media si nascondono episodi completamente diversi per velocità, intensità e cause.

Va inoltre ricordato che, nella classificazione più comunemente utilizzata sui mercati, una correzione indica in genere un ribasso compreso fra il 10% e il 19,9%, mentre una discesa pari o superiore al 20% viene convenzionalmente considerata un bear market.

La distinzione non è soltanto terminologica. Una normale correzione può essere parte fisiologica di un trend rialzista. Un bear market, soprattutto quando si accompagna a una recessione o a una crisi finanziaria, può invece assumere dimensioni molto più profonde. Ed è proprio per questo che le statistiche analizzate finora diventano interessanti.

Wall Street potrebbe arrivare al 2027 dopo una rara sequenza di quattro anni consecutivi di rialzi a doppia cifra. Il 2027 sarà il settimo anno del ciclo decennale e il terzo anno del ciclo presidenziale. La stessa combinazione si presentò nel 1987 e nel 2007. A tutto questo si aggiungono gli effetti ancora da valutare del ciclo monetario.

Nessuno di questi elementi significa che stia per iniziare un bear market. Ma se una fase ribassista dovesse realmente prendere forma, la storia ricorda quanto possa essere ampia la differenza fra una normale correzione del 10-15% e una crisi capace di spingere gli indici oltre il -30%, -40% o persino -50%. Ecco perché la domanda finale non è soltanto: quando arriverà la prossima recessione? Ma anche: se le tante coincidenze che abbiamo individuato dovessero incontrare un vero deterioramento dell’economia, saremmo davanti a una normale correzione o a qualcosa di molto più importante?
Lo scopriremo soltanto con il tempo.

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